Le nuove ragioni della sinistra

di Giorgio Ruffolo | Un lucido articolo di Giorgio Ruffolo sul Manifesto del 21 febbraio 2012, sulla inutilità nel dichiararsi ancora comunisti, e sulla importanza di un un nuovo socialismo democratico come alternativa possibile al turbocapitalismo. Peppe Giudice Ho dato la mia convinta adesione alla campagna di sostegno al manifesto soprattutto perché ritengo che una società democratica non possa fare a meno delle ragioni e delle voci del dissenso che non siano espressione di interessi particolari ma di una concezione politica generale. Rossana Rossanda si rivolge (“Un esame di noi stessi”, il manifesto 18/2) ai compagni e collaboratori del manifesto per chiedergli di riflettere sulle loro ragioni: che è un modo per ripensare le ragioni della sinistra e particolarmente di quella che continua a riconoscersi nel “comunismo”. Lo fa in modo aperto e spregiudicato, senza usare i mezzi termini del linguaggio politico convenzionale. E va diritto al tema: «Che cosa intenderemmo nel dirci comunisti ancora o perché non si possa dirlo più». La risposta è netta: «Io penso che nei tempi brevi non si possa dirlo più». La ragione? Da quando il manifesto è nato, tutto è cambiato. L’asse del mondo ruotava attorno al duopolio Usa-Urss. Ora, gli Stati Uniti non sono più l’indiscussa potenza dominante del mondo capitalistico. Quanto all’Urss, non esiste più. Nel mondo di ieri quella contrapposizione aveva un senso, anche per quelli, come i comunisti del manifesto, che denunciavano la deriva stalinista del comunismo sovietico. Si trattava “soltanto” di ricondurre il comunismo dalla contraffazione del “socialismo reale” ai principi marxisti originari. Oggi “sostituire” politicamente il capitalismo con il comunismo non ha più alcun senso. Il primo si è disarticolato. Europa, paesi terzi, hanno preso strade diverse. Il secondo è sparito. La Cina è diventata un capitalismo selvaggio con base politica burocratica. Non possono quindi essere usati gli strumenti di analisi e le proposte di ieri. Ma quali allora? Quanto all’Italia, anch’essa è cambiata radicalmente. Si sono moltiplicati i soggetti sociali. Non solo operai e studenti. Donne, ambientalisti, eccetera. Ma la sinistra non è stata capace di unire questi soggetti in un fronte capace di presentare un’alternativa al capitalismo. La società politica si è sfarinata, rigettando le vecchie forme politiche di potere senza introdurne di nuove, col risultato di aprire ampi spazi all’individualismo e al mercatismo, anche a sinistra. Berlusconi è nato da questa dissoluzione. Senza nuove battaglie da combattere, la sinistra ha perso quella antica delle lotte operaie, non più centro strategico del conflitto sociale e quindi considerate da molti vecchie e superate. Si capisce che il manifesto, pur restando una voce intelligentemente critica, non evochi echi e non susciti successi di stampa, ma piuttosto frustrazioni, come quella con la quale Rossanda termina il suo articolo. Pur condividendo alcuni dei suoi argomenti e comprendendo i sentimenti da cui nasce quella frustrazione, vorrei fare qualche brevissimo commento critico che a mio parere può giustificare qualche speranza. Anzitutto, il più critico. Il comunismo non esiste come modello sociale concreto se non come pura aspirazione ideale alla comunione dei santi. Non è mai esistito tranne che in alcune società arcaiche e non è proponibile in alcuna società moderna e complessa nella quale interessi individuali e di gruppo debbano essere mediati rispetto all’interesse collettivo. È diventato una connotazione politica priva di qualunque contenuto. Non è dunque che non sia “più” proponibile nel periodo breve. Non è proponibile fino a quanto può la vista. Il capitalismo non è affatto eterno anche se “ha i secoli contati”. E può essere ampiamente modificato e riformato. Le cose sono cambiate, tutte, così come afferma Rossanda, dal tempo in cui nacque il manifesto. Il capitalismo è cambiato. Ha fatto il passo che il proletariato non ha potuto realizzare: proletari di tutto il mondo unitevi. Si è mondializzato. Con la globalizzazione e la finanziarizzazione (la mercatizzazione dello spazio e del tempo) ha costruito un sistema di potere unificato (il mercato finanziario mondiale) che si impone a quello degli Stati. E ancor più: al potere delle classi lavoratrici. Se le lotte operaie hanno perso la loro centralità nel conflitto sociale, è perché alle loro rivendicazioni le imprese capitalistiche possono rispondere con le loro migrazioni. Andandosene. Vedi il ricatto Fiat. Ciò sposta l’asse del conflitto tra capitale e lavoro dallo spazio nazionale a quello internazionale, da quello sindacale a quello politico. La battaglia per l’unificazione europea assume, da questo punto di vista, un’importanza primaria nel confronto con il capitalismo, nel ridurre, almeno in Europa, e non è poco, il divario di potenza tra economia e politica, oggi tutto a favore del capitalismo. Le società moderne, inoltre, hanno sviluppato, insieme a formidabili capacità di produzione, altrettanto formidabili poteri di distruzione, che danno luogo a nuovi formidabili conflitti, ecologici e migratori. La sinistra, se vuole rappresentare le ragioni dei più deboli e del futuro, deve collegare le lotte operaie a quelle che consentono di fronteggiare il capitalismo su fronti sui quali esso deve piegarsi alla volontà di più ampie forze sociali. Si tratta, per così dire, di prendere il capitalismo alle spalle. Ciò significa, ad esempio, affrontare il problema dei limiti quantitativi alla crescita e della promozione dello sviluppo qualitativo; promuovere con iniziative sociali la diffusione di imprese del terzo sistema delle relazioni gratuite; promuovere la costituzione della scuola permanente a tutti i livelli di età. In senso generale, ciò significa impegnare la sinistra su tutti i fronti sui quali si promuove lo sviluppo dell’essere piuttosto che la crescita dell’avere. Significa una sinistra impegnata non nell’abbattimento del capitalismo o, come oggi avviene, ridotta all’acquiescenza fattuale e alla contestazione verbale, ma nel suo superamento storico. Peppe Giudice

Tra Craxi e Berlinguer

di Peppe Giudice | Ho scritto questo saggio, ispirato dal convegno promosso dalla Fondazione Socialismo e dalla Fondazione Gramsci sul “duello Craxi-Berlinguer” e che ho potuto seguire su “Radio Radicale”. lo consiglio a chi ha un po’ di tempo da impigare. Craxi appartiene certamente alla storia dell’autonomismo socialista, di cui il primo interprete non fu Pietro Nenni, bensì furono Riccardo Lombardi, Fernando Santi e Vittorio Foa, i quali si opposero nel 1948 al Fronte Popolare come lista elettorale unica tra PCI e PSI. Dopo il 1956 si ritrovarono Nenni ed il grosso del partito su questa posizione. L’autonomismo non era anticomunismo. Era la rivendicazione di uno spazio di autonomia ideale e politica nella sinistra da parte del PSI necessaria alla evoluzione democratica di tutta la sinistra, compreso il PCI. Questa autonomia, di cui idealmente faceva parte anche Saragat, il quale non si è mai considerato anticomunista, concepì il primo centro-sinistra e l’accordo DC-PSI non come una strategia di lungo periodo, non come il destino del PSI, ma come una necessità dovuta al fatto che la collocazione internazionale del PCI impediva ad esso di governare la politica italiana per la collocazione geopolitica del nostro paese è stata duramente condizionata dalle vicende esterne. Negli anni ’70 dopo l’esaurirsi del primo centrosinistra, le grandi lotte sociali, e la prima presa di distanza del PCI dopo la invasione della Cecoslovacchia -anche se essa non del tutto digerita dalla base- si apre la possibilità di un ulteriore spostamento a sinistra dell’asse politico tramite l’ingresso del PCI nell’area di governo. Il PSI degli anni ’70 è reduce da due scissioni, l’ultima della quale successiva ad una frettolosa unificazione. E’ oggettivamente un partito indebolito dal punto di vista organizzativo, con una linea politica che fa fatica a districarsi tra i due blocchi democristiano e comunista. In conclusione nel 1976 il PSI raggiunge il minimo storico con il 9,6% dei voti con una DC al 38,5% ed un PCI al 34,4% massimo storico. Quindi quasi nessuno più scommette sulla possibilità di sopravvivenza politica del PSI. Poi accade quello che nessuno era stato in grado di prevedere. Craxi viene a galla politicamente in una apparente condizione di disperazione del PSI. Ma al tempo stesso il PCI si trova nella impossibilità di gestire nel modo migliore quel grande risultato elettorale. Nel 1976 (rispetto alle regionali del 1975) c’è anche un recupero di 3 punti percentuali della DC. Quindi una assoluta polarizzazione del voto. Voto contro la DC che va al PCI e voto anticomunista che va alla DC, Montanelli disse: turatevi il naso e votate DC. Ma il PCI aveva esplicitamente rifiutato fin dal 1973 una democrazia dell’alternativa. Il compromesso storico proposto da Berlinguer non si identifica meccanicamente con la politica dell’Unità nazionale, ma ne è premessa. Nel convegno di cui parlavo prima, sia Emanuele Macaluso che Claudio Signorile hanno sottolineato che nel PCI vi furono in realtà modi diversi di concepire e sviluppare la strategia del compromesso storico ed anche sulla non coincidenza tra essa ed i governi di Unità Nazionale. Ma è evidente che un partito come il PCI ha oggettivamente un grave e grossa difficoltà a gestire un risultato frutto di un voto contro la DC, alleandosi con la DC stessa. Né la DC poteva dar vita ad un governo organico con il PCI data la sua caratterizzazione anticomunista. La segreteria Craxi quindi agisce in questa oggettiva contraddizione (e qui faccio astrazione di tutta una serie di gravi variabili come il terrorismo, la crisi economica ecc). Il PSI insomma di Craxi, ma anche di Signorile tende ad evidenziare che con una sinistra così strutturata è impossibile giungere alla definizione di una alternativa alla DC, sia pur tra tappe intermedie. Ed è quindi urgente un processo di profondo cambiamento ideologico e politico di tutta la sinistra. Il PCI è qualcosa di diverso dagli altri partiti comunisti. Berlinguer cerca di accentuare il distacco dall’Urss, accetta perfino l’ombrello della Nato, ma nel PCI, o meglio in una parte di esso, permane una forte ambiguità ideologica, che alcuni importanti intellettuali di area socialista come Massimo Salvadori e Norberto Bobbio si incaricano di evidenziare in modo incisivo. Salvadori punta il dito sulla esaltazione della “anomalia italiana” fatta da intellettuali comunisti come Franco Rodano e Beppe Vacca. Rodano fautore di una democrazia organicista fondata sul controllo sociale da parte dei partiti di massa; Vacca inventore dell’idea francamente velleitaria di un PCI faro di un rinnovamento democratico del comunismo ad est e superatore della socialdemocrazia ad ovest. Eurocomunismo e “terza via”. Ora molti mettono in evidenza la forte influenza che su Berlinguer ebbero queste due posizioni. Sinceramente non so fino a che punto. Ma è evidente che in Berlinguer c’è un forte fastidio per l’autonomismo socialista, non solo nella versione di Craxi, ma anche in quella di Lombardi e Giolitti. A Berlinguer piace la visione demartiniana che punta a dare al PSI un ruolo di cerniera tra PCI e DC nell’ambito della strategia del compromesso storico. Ma torniamo a Salvadori. Quest’ultimo mette in evidenza la sostanziale continuità tra Lenin e Gramsci su elementi importanti e pertanto sottolinea la impossibilità di utilizzare Gramsci (o almeno un pezzo del suo pensiero) come fondamento per una politica del PCI pienamente inserita nella democrazia occidentale. La costante del pensiero di Berlinguer che più tardi sarà oggetto di critica forte anche nello stesso PCI è comunque  il rifiuto della socialdemocrazia. Il suo concepire essa come incapace di avviare profonde trasformazioni sociali in direzione di una “fuoriuscita dal capitalismo”. Probabilmente in questa sua visione permane il paradigma della “guerra fredda” tra divisione del mondo tra campo socialista (paesi comunisti) e campo capitalista (occidente). Il socialismo democratico collocato nel campo occidentale è automaticamente subalterno al capitalismo in tale ottica. Inoltre credo che in Berlinguer era viva la speranza di poter giungere alla democratizzazione del comunismo -era anche la speranza di Nenni nel 1948, ma che viene meno drammaticamente nel 1956-. E comunque il limite di Berlinguer, almeno di quello che traspare da alcuni suoi interventi, è di concepire il confronto tra capitalismo …

Ma dove vuole andare a parare Giuseppe Conte?

di Peppe Giudice | Sento il dovere di dissociarmi pienamente dalle parole di Giuseppe Conte sul ruolo di Trump sulla questione Ucraina. Del resto non è la prima volta che esprime tali posizioni. Che sono le stesse del solito Travaglio, il quale di fatto continua a condizionare le scelte dei 5S. A parte la semplice constatazione che Trump è un reazionario ed un fascista, un memico della democrazia, è anche un grande bugiardo ed affetto da delirio di onnipotenza. Vi ricordate quando disse, subito dopo il suo insediamento, avrebbe risolto in un mese la guerra o meglio lo sterminio di Gaza, e la guerra Russo-Ucraina. Lo sterminio di Gaza è continuato sostenuto proprio da Trump, tant’è oggi non c’è nemmeno una fragile tregua; l’esercito israeliano continua a sparare sui civili, in Cisgiorsania si continuano a commrettere orrori sui palestinesi. La questione Ucraina è lontanissima dall’essere risolta e la proposta di Trump -appoggiata da Conte- si basa su una spartizione di carattere imperiale con una forte componente affaristica tra le due superpotenze militari USA e Russia, ai danni, non di Zelensky ma del popolo ucraino. Con l’azzeramento del ruolo dell’Europa, la quale ha certo, come UE, gravissime responsabilità, per non aver cercato un canale diplomatico per far cessare le ostilità sulla base di una soluzione equa. Come quella, ad esempio proposta, dai paesi dell’America Latina, Messico, Brasile, Colombia, che prevedeva la restituzione dell’area di Mariupol all’Ucraina, la crimea alla Russia e l’autonomia del Donbass, in cui si sarebbe dovuto svolgere un refendum con garanzie internazionali. Dalla UE, dalla Nato, ci fu un netto rifiuto -la Crimea a Putin mai!- e si perse una occasione preziosa che allora poteva essere accettata anche da Putin, di cui non ho alcuna fiducia così come non ne nutro anche verso diversi leader europei, in quanto nonostante una marcata superiorità militare non è mai riuscita ad andare oltre la conquista del 15% del territorio ucraino, con grosse pedite da entrambe le parti. Ma sull’Europa voglio tornare dopo. Questa Pax Trumpiana (che pace non è) probabilmente prevede l’Ucraina a Putin e il Venezuela agli USA (dove si stanno preparando le truppe d’invasione), e mano libera in tutto il cortile di casa l’America Latina. Parlavamo di Europa: credo che sia inutile piangere su quel disastro che è la UE odierna. Penso anche che sia ipocrita l’atteggiamento di quei santoni “liberal” di certa stampa che hanno sempre predicato l’idea di una Europa Atlantica. Trump l’ha fatta saltare credo definitivamente. Riccardo Lombardi diceva -e i fatti gli hanni dato ragione- che europeismo ed atlantismo erano politiche antagoniste tra loro. Perchè alla fine avrebbe significato la piena sottomissione dell’Europa non solo nel campo militare, ma nell’adesione di fatto al modello economico e sociale USA. Riccardo Lombardi -ma anche Lelio Basso- immaginavano una Europa alternativa da quella incarnata da Draghi, Monti, Prodi, Von Der Leyen. E da quella dei trattati. Una Europa sociale, del lavoro e della pace. L’opposto di quella attuale, del riarmo, della precarietà del lavoro, dell’austerità, della concorrenza e della privatizzazione dei beni pubblici e sociali. Credo che ci sia spazio per costruire una Europa alternativa a quella esistente. E non è certo essendo accondiscendenti verso Trump o Putin che raggiungeremo tale obbiettivo, i quali vogliono semplicemente distruggere la UE anche se alternativa, anzi quella fa comodo loro è quella attuale. In tal senso condivido la presa di posizione di AVS verso Conte. Il quale credo ha l’obbiettivo, sostenuto da certa stampa, di mantenere una fascia di elettorato legata al grillismo. Personalmente non ho fiducia in nessuno dei partiti che compongono il “campo largo” anche in AVS che ho votato, ma di cui intravedo i limiti. Credo che oggi la CGIL possa divenire la forza propulsiva di una vera alternativa a questo govrerno, perchè è l’unica forza in grado di esprimere e di lottare su un programma organico e sistematico e non inficiato di elettoralismi. E la CGIL di fatto si pone come elemento di contraddizione all’interno del “campo largo“. Si prenda la proposta relativa alla patrimoniale. Il PD prima l’accetta, ma poi la rimanda ad una futuribile direttiva europea sulla materia. Conte se n’è uscito con il solito benaltrismo, Avs è l’unica che l’ha appoggiata. Del resto la destra reazionaria non sarà mai sconfitta da un centro-sinistra “liberal“, ma una chiara opzione socialista. Come quella che fanno i Corbyn, i Bernie Sanders, i Mamdani . Peppe Giudice

Pluralismo e collettivismo socialismo e comunismo

di Peppe Giudice | Il testo che vi sottopongo è del 1978. Fu in seguito chiamato per piaggeria dai soliti “craxini” come “Vangelo Socialista”. Ma naturalmente non è affatto un Vangelo. E’ un testo che serve meglio a capire le ragioni dello scontro ideologico che vi fu allora tra PSI e PCI e fece dire a Berlinguer che il PSI stava subendo una mutazione genetica ed a quel grand’uomo di Scalfari che Craxi aveva tagliato la barba al profeta (Marx). Per la verità non so quale familiarità avesse il fondatore di Repubblica (a parte la barba) con il pensiero del filosofo giudeo-tedesco. Ma questa frase entrò nel novero dei luoghi comuni e delle banalità giornalistiche. Per capire il contesto che produsse questo documento occorre risalire alla discussione che si ebbe su Mondoperaio nel 1977 (diretta allora da Federico Coen – molto più serio dell’attuale rivista diretta da quel confusionario di Covatta) ed iniziata da Massimo Salvadori sul rapporto tra egemonia e democrazia nel pensiero di Gramsci e sulla doppiezza tra prassi ed identità del PCI. Ma questo saggio di Craxi apparso sull’Espresso nell’Agosto del 1978 era una risposta diretta ad una intervista di Berlinguer che attaccava la cultura politica socialista (priva di capacità di sintesi) e rivendicava l’adesione del PCI al leninismo (“senza farne un dogma”). Lo scritto di Craxi si basava su un canovaccio di Pellicani -che a me non piace molto-, ma con ampie correzioni di Craxi stesso. L’influenza di Pellicani è visibile in certe schematizzazioni e forzature storico-ideologiche. Ma al di là di questo ritengo lo scritto apprezzabile ed oggi ampiamente sottoscrivibile anche dalla sinistra radicale (quella seria). E comunque non c’è nessuna mutazione genetica né taglio di barba. La citazione di Proudhon non comporta l’assunzione integrale del suo pensiero. Del resto la polemica di Proudhon non era tanto diretta verso Marx quanto verso il socialismo autoritario e giacobino di Blanqui (che io ritengo sia all’origine di molti mali della sinistra). Pellicani successivamente ha dato una lettura mistificata di Proudhon facendolo apparire come un socialista liberale (era invece un socialista anarchico come Koproptkin anzi padre di quel filone). Di Proudhon (che fra l’altro fu accusato di essere misogino ed antisemita) resta valida la critica al giacobinismo. Comunque nel saggio si cerca di far sintesi della cultura del socialismo democratico e di quello libertario. Come aveva in qualche modo fatto Rosselli ispirato a sua volta dal “socialismo guildista” inglese di H.Cole (esponente dell’ala sinistra del Labour Party che costruì una sintesi teorica tra socialismo riformista ed anarco-sindacalismo). Da notare che nello scritto di Craxi i termini socialismo e comunismo non sono fa leggere come nella “vulgata” marxista-leninista (I e II Fase del socialsimo) bensì come contrapposizione tra socialismo democratico e socialismo realizzato. Il saggio fu valutato positivamente da Riccardo Lombardi (che pur ne criticava alcune forzature) e da Norberto Bobbio. Berlinguer, Occhetto e Mussi furono molto duri verso di esso. Più aperto l’approccio di altri esponenti del PCI. Lo stesso Ingrao (che non è mai stato un antisocialista) pur non condividendo molte sue parti, parlo di un terreno di confronto e di dibattito a cui non ci si poteva sottrarre. Naturalmente tutto questo lavoro di elaborazione negli anni 80 andò a …puttane con Pentapartito e …nani e ballerine. Il saggio è lungo ne pubblico ampi stralci. [Peppe Giudice] Pluralismo e collettivismo /socialismo e comunismo Documento manifesto, pubblicato sull’ESPRESSO nel 1978, dal Segretario del PSI di Bettino Craxi “La storia del socialismo non è la storia di un fenomeno omogeneo. Nel corso di travagliate vicende sotto le insegne del socialismo si sono raccolti e confusi elementi distinti e persino reciprocamente repulsivi. Statalismo e antistatalismo, collettivismo e individualismo, autoritarismo e anarchismo, queste e altre tendenze ancora si sono incontrate e scontrate nel movimento operaio sin da quando esso cominciò a muovere i suoi primi passi come unità politica e di classe. In certe circostanze storiche le impostazioni ideologiche diverse sono addirittura sfociate in una vera e propria guerra fratricida. È così avvenuto che tutti i partiti, le correnti e le scuole che si sono richiamate al socialismo, si sono poste in antagonismo al capitalismo, ma ciò non è quasi mai stato sufficiente ad eliminare divisioni e contrapposizioni. I modelli di società che indicavano come alternativa alla società capitalistica erano spesso antitetici.  La profonda diversità dei «sociaIismi» apparve con maggiore chiarezza quando i bolscevichi si impossessarono del potere in Russia. Si contrapposero e si scontrarono concezioni opposte. Infatti c’era chi aspirava a riunificare il corpo sociale attraverso l’azione dominante dello Stato e c’era chi auspicava il potenziamento e lo sviluppo del pluralismo sociale e delle libertà individuali. Riemerse così il vecchio dissidio fra statalisti e antistatalisti, autoritari e libertari, collettivistici e non. “La divisione si riflesse a grandi linee nell’esistenza di due distinte organizzazioni internazionali I primi, eredi della tradizione giacobina, si raggrupparono sotto la bandiera del marxismo-leninismo, mentre i secondi volevano rimanere nell’alveo della tradizione pluralistica della civiltà occidentale. A partire dal 1919 il socialismo, anche dal punto di vista organizzativo, sarà attraversato da due grandi correnti e da molti rivoli collaterali, che si potrebbero meglio definire solo analizzando la storia dei singoli partiti. ……..” Già nelle analisi di Proudhon per esempio si tenta l’individuazione delle radici etico-politiche del conflitto latente ,che lacerava la sinistra. In Proudhon c’è infatti un’appassionata difesa non solo delle radici ideali della protesta operaia contro lo sfruttamento capitalistico ma anche una percezione acuta della divaricazione sostanziale tra società socialista e la società comunista. Dal lato il comunismo che vuole la soppressione del mercato, la statalizzazione integrale della società e la cancellazione di ogni traccia di individualismo. Dall’altra il socialismo, che progetta di instaurare il controllo sociale dell’economia e lavora per il potenziamento della società rispetto allo Stato e per il pieno sviluppo della personalità individuale.”……” Lo stesso Proudhon ci ha lasciato una descrizione profetica di che cosa avrebbe generato l’istituzionalizzazione del rigido modello statalista e collettivistico: «la sfera pubblica porterà alla fine di ogni proprietà; l’associazione provocherà la fine di tutte le associazioni separate …

Perchè nazionalizzare l’ex ILVA

di Peppe Giudice | E’ l’unico modo per garantire l’occupazione nel quadro di un rilancio del settore siderurgico ed evitare che i processi di deindustrializazione finiscano per mettere definitivamente in ginocchio un settore vitale nell’industria italiana. Gravissime sono le responsabilità dell’attuale governo che pare composto da zombi. Ma gravi anche le responsabilità dei governi passati, della Regione Puglia e del comune di Taranto. A parte il sistema di interessi deleteri che si sono accumulati negli anni, con il passaggio da varie proprietà, si tratta di sfatare un pregiudizio ideologico, imposto dalla Ue, con il trattato di Lisbona. Che vieta gli aiuti pubblici alle imprese. E quindi la loro socializzazione e/o nazionalizazione. Imposto dalla Germania della Merkel -però molti parametri non sono stati rispettati dagli stessi teutonici – vedi sforamento parametri di Maastricht; un debito pubblico nascosto nella KWF, seconda banca tedesca intermente pubblica che finanzia doverse attività-. Giustamernte si è detto che i due veri destri d’Europa sono stati la Merkel e Prodi. Una UE che ha soffocato le economie dietri una dura politica d’austerità, che ha favorito la precarizzazione del lavoro, la mercatizzazione dei servizi pubblici e dei beni sociali. Insomma ha eroso quel modello sociale europeo che era la vera peculiarità del continente all’interno del mondo occidentale. Leggo che in Francia è stata approvata dalla camera una mozione promossa dalla FI di Melenchon e votata da tutta la sinistra per nazionalizzare l’Attai, grande centro siderurgico transaplino. In un paese dove è calata paurosamente la produzione d’acciaio. E’ la via da seguire nel nostro paese. Ovviamente questo impone di immaginare una Europa radicalmente diversa. Non quella di Merkel-Prodi. Pur avendo l’Europa una economia forte, è profondamente carente nel settore delle Big Tech e dell’intelligenza artificiale, dove la lotta è tutta tra USA e Cina. E’ carente nella transizione ecologica -la Cina è molto più avanti, che doveva essere il fiore all’ochiello. Guarda caso l’unico pase che ha fatto passi in avanti, ma con risorse limitate sia nell’intelligenza artificiale che nella transizione ecologica è la Spagna. Una politica economica e industriale sovranazionale coordinata e finalizzata ai due obbiettivi sopra esposti, avrebbe certo ridotto il gap. Troppo tardi si è capito che l’ordoliberlismo è solo una ideologia fatiscente e danni enormi ha fatto all’Europa ed alla fine alla stessa Germania. Come chiesto più volte dai sindacati europei occorre passare dal “patto di stabilità” ad un patto “per la crescita e lo sviluppo”. Che mandi in soffitto l’austerità, riveda radicalmente i trattati ed impieghi una grande quantità di risorse sia per quella politica industriale di cui sopra, sia per fare grossi investimenti per ricostruire il welfare pubblico, creare buona occupazione, massimizzare gli investimenti nei settori ad alta utilità sociale. Al posto di una folle ed assurda corsa al riarmo. In Europa occorre rifondare l’economia mista in cui il settore pubblico o socializzato dell’economia abbia un ruolo sempre più rilevante. Fa parte della migliore tradizione socialista (Nenni, Lombardi, De Martino, e per certi versi lo stesso Craxi) la difesa delle Partecipazioni Statali. E una sinistra socialista e non liberal dovrebbe riprenderla. Non parlo solo della Francia, ma del programma del nuovo partito di ispirazione socialista “Your Party” di Jeremy Corbyn. Che riprende molte parti del programma congressuale di Brighton del Labour 2019. Socializazione delle utilities publiche: ferrovie, energia, gas, acqua, poste ecc. Peppe Giudice

Vengo anch’io? No tu no!

di Peppe Giudice | La miservole pantomima che si è creata intorno all’invito della Meloni alla Schlein -e poi anche a Conte- non meriterrebbe neanche essere commentata. Tutto sommato resto dell’idea di Sandro Pertini che con i fascisti non si parla e questi sono e rimangono fascisti, ma li si combatte. Poichè per diversi giorni in Tv non si è parlato d’altro, provo a dire la mia. Ovviamente e furbescamente la Meloni ha cercato di mettere la Schlein contro Conte nell’eventuale dibattito. In questo caso l’errore è stato della Schlein che ha accettato l’invito ad Atreju a patto che ci fosse un confronto diretto con la presidente del consiglio. Ma comunque ho l’impressione e non vorrei tanto peccare di ottimismo -in un periodo in cui essere ottimisti è problematico-, che nell’estrema destra si avverte qualche schicchiolio: non si capirebbe altrimenti l’insistenza sul cambio della legge elettorale subito dopo le regionali e l’accelerazione sul premierato. Uno scricchiolio che non dipende dai contrasti interni alla coalizione -che comunque esistono-, ma dalla concreta paura che possa iniziarsi a sfaldare il blocco sociale su cui si è retta la coalizione. Per ora occultato dalla inconsistenza dell’opposoizione parlamentare. Il guaio è che sia la Schlein che Conte non vanno oltre un provinciale politicismo. La Schein che raccoglie a Montepulciano a sua area molto variegata per lo più, una area che, fra l’altro, spinge a guardare al centro -come del resto sostiene la stampa Mainstream- ed allentare i rapporti con la CGIL. Non quindi solo la cosiddetra “area riformista“, ma la sua stessa maggioranza interna. Ma se è vero che la base sociale della destra sta iniziando a franare, non saranno certo le alchimie di palazzo a costruire l’alternativa. Certo la destra sbandiera gli apprezzamenti delle Agenzie di Rating, le quali attestano il carattere antisociale ed antipopolare del governo, ma poi deve fare i conti con la concreta situazione sociale ed economica del paese, la forte crescita del numero dei poveri, i bassi salari, la forte crescita delle disuguaglianze, opere di regime inutili e dannosi come la costruzione del Ponte sullo Stretto. Sono temi al centro dello sciopero generale della CGIL del 12 Dicembre che include anche la richiesta di una imposta patrimoniale olte una certa soglia, l’impegno per la pace, il sostegno alla causa palestinese, l’opposizione alle politiche di riarmo della UE. E’ la piattaforma su cui veramente si può iniziare a costruire l’alternativa e aprire serie contraddizioni nel “campo largo“. Però occorre portare avanti un processo di convergenza delle forze sindacali. Escludendo ovviamente la Cisl, sindacato neo-corporativo giallo, goverrnativo e padronale. Importante però è recuperare la Uil -che pure ha fatto diversi scioperi generali con la CGIL-, e lo stesso sindacalismo di base che deve però liberarsi di anime settarie ed autoreferenziali. Insomma all’alternativa neo-ulivista -e perciò fallace- che campeggia nel PD, opporre l’alternativa laburista e socialista. Come progetto antaganista alla destra e profondamente alternativo al liberismo pseudo-progressivo dei vari “ulivi“. Peppe Giudice

Pedro Sanchez e Lula: due destini paralleli?

L’immagine di corredo è Copyright Getty Images Credo che in Spagna sia in atto una sorta di golpe silenzioso contro il governo di Pedro Sanchez. C’è una parte importante della magistratura iberica che è legata al franchismo, un cancro che in Spagna, nonostante la forte crescita della democrazia non si è riusciti ad estirpare. Franco, uno dei dittatori più sanguinari d’Europa, ebbe l’accortezza di non entrare in guerra a fianco della Germania e dell’Italia. Se poi avesse perso la guerra avrebbe fatto la stessa fine di Mussolini. Ci sono stati episodi di corruzione di Esponenti del Psoe -uno di questi , ex ministro dei trasporti, si è dimesso dal partito e fu espulso nel 2021-; del resto in un partito di massa è possibile che possano verificarsi tali episodi, che ovviamente vanno con forza combattuti, anche se Sanchez, per la verità, si è sempre impegnato a emerginare i vecchi “baroni” del partito risalenti alla stagione di Gonzalez. Sanchez ha però evidenziato che gli ultimi a parlare di lotta alla corruzione sono proprio i popolari post-franchisti che stanno nel PPE: che hanno visto i propri vertici più volte investiti da fenomeni corruttivi seri. Credo che il governo Sanchez, unico governo di sinistra in Europa, sia al centro di una azione internazionale per farlo saltare. E non sulla base di teoremi complottisti, ma su fatti. Innnzi tutto lo spostamento a destra dei Popolari Europei. Il fatto che la Spagna è, nonostante politiche non convenzionali, sia la economia che cresce più di tutti. Sanchez si è attirato la profonda inimicizia di Israele denenciando espressamente come genocida la strage di Gaza, rompendo ogni rapporto commerciale, affermando che se Netanyau venisse in Spagna sarebbe immediatamente arrestato -lo stesso ha detto Madmani a New York-. Si è ovviamente attirato la pesante ostilità di Trump, la Spagna è il paese europeo che ha i migliori rapporti con la Cina. Insomma è isolata in questa UE miserabile. Lula fu arrestato, imprigionato e rimase diverso tempo agli arresti da un giudice amico del criminale fascista Bolsonaro, condannato a 27 anni per tentayto colpo di stato. Papa Francesco gli scrisse una lettera di solidarietà, denunciando anche l’azione di una magistratura che tende a colpire i governi impegnati sul fronte dei diritti sociali. Del resto il giudice Moro che inquisì Lula è poi diventato ministro di Bolsonaro. Le accuse a Lula caddero, si candidò e vinse le elezioni presidenziali e Bolsonaro tentò un colpo di stato fallito. E’ evidente che c’è un quadro generale che punta a disarticolare le forze socialiste e progressiste dalla Spagna all’America Latina. Trump si prepara ad invadere il Venezuela, del resto non sono un sostenitore di Maduro, ma la Machado una arpìa liberista e serva dell’imperialismo, si prepara a vendere le enormi risorse del Venezuela alle multinazionali americane. Trump attacca anche il compagno Petro, presidente socialista della Colombia con la accusa falsa di favorire i narcotraficanti. Petro gli ha risposto che tutta la mafia sudamericana impegnata nel traffico di droga (venezuelana, colombiana, ecuadoriana, argentina) voive e prospera a Miami e vota per i repubblicani. Qualcuno ha ipotizzato che tra Trump e Putin vi sia un patto: l’Ucraina alla Russia e il Venezuela e forse l’intero controllo sul Sudamerica a Trump. Non so quanto ci sia del vero. Ma l’atteggiamento russo nei confronti della situazione venezuelana mi pare molto tiepido. Peppe Giudice

Perchè la stampa “mainstream” mostra una strana simpatia per la USB?

di Peppe Giudice | Leggendo diversi commenti ed articoli apparsi su diversi giornali e siti della cosiddetta stampa “mainstream” si nota una malcelata soddisfazione per lo sciopero, nella giornata odierna, proclamato dalla USB, che a loro detta contribuirebbe ad una sorta di “isolamento” della CGIL che farà lo sciopero generale il 12 dicembre prossimo. Costoro sottolineano che la CGIL è stata lasciata sola anche dalla UIL con la quale aveva fatto quattro scioperi generali. Anche se credo che il rapporto con la Uil sia recuperabile. Ora lo sciopero generale di oggi non è stato solo proclamato dalla USB, ma anche da altre sigle come i CUB -credo abbia più iscritti della USB-, dai Cobas ecc. Solo che la USB è più brava a livello comunicativo a metterci il cappello sopra. E questo dovrebbe preoccupare le altre sigle. Giornali come la Repubblica, il Corriere della Sera, La Stampa, il Sole 24 ore, hanno condotto una durissima campagna contro il referendum sul jobs act promosso dal sindacato di Landini. Ora invocano o sperano nell’isolamento del primo sindacato italiano. E si capisce perchè, dal loro punto di vista. Fra l’altro una delle cose che rimproverano a Landini è il voler utilizzare la CGIL per diventare segreterio del PD. Cosa che non sta nè in cielo nè in terra, anche considerando il rafforzamento della Schlein, dopo le elezioni regionali. Cofferati effettivamente cercò di utilizzare la Cgil per una battaglia interna ai DS, e gli andò male. Fatto è che l’USB vede nella CGIL il suo principale nemico e lavora per il Re di Prussia, fa quello che diceva Riccardo Lombardi, dell’estremismo a buon mercato. E su questo vuole imporre egemonie a buon mercato, in concorrenza con le altre sigle del sindacato di base, che cerca di marginalizzare politicamente. Fra l’altro pare che la USB sia presente soprattutto nel pubblico impiego e scarsamente presente nell’industria, dove i CUB sono più forti. Ho avuto sempre critiche da fare alla CGIL, al suo spesso accodarsi al PD, ma credo che la situazione sia profondamente mutata con la gestione Landini. Certamente oggi abbiamo una CGIL molto più autonoma dal quadro politico e che cerca di imporre all’area progressista la propria agenda, del resto sono i contenuti dello sciopero generale del 12 Dicembre, con la contestazione radicale della manovra e delle politiche antisociali del governo, sul recupero del fiscal drag, la tassa sulle grandi ricchezze, la progressività fiscale, la lotta al precariato e l’idea di una strategia di politica industriale. In nessun soggetto politico esistente -in parte forse solo AVS- c’è una organicità di proposte come queste. Lo sciopero di oggi credo che si interessi più di Gaza -e lo fa strumentalmente- che dei problemi concreti dei lavoratori e dei cittadini. Per carità, la questione palestinese, con la piena autodeterminazione di quel popolo, così come la condanna del genocidio e le complicità della maggior parte dei paesi europei, resta al centro della nostra azione. Ma non serve agitare delle figure iconiche -che pure vanno apprezzate- come la Thumberg, la Albanese, o Varoufakis. Magari per dimostrare di essere più a sinistra di altri. Del resto uno che ha vissuto gli anni ’70, ricorda bene come tra i vari gruppi della “Nuova Sinistra” -con la eccezione di quelli seri come il primo Pdup di Vittorio Foa- c’era questa gara, anche se si svolgeva ad un livello culturale più alto. Inutile riprendere il vecchio detto di Nenni: “a sinistra c’è sempre un puro che trova un altro puro che lo epura. Comunque la CGIL è stata tra i promotori del grande sciopero generale del 3 Ottobre, sui fatti della Flottilla e con una partecipazione di 2 milioni di persone -anche grazie alla mobilitazione organizzativa della CGIL-, e comunque nelle due manifestazioni di allora c’è stata una grande spontaneità al di là del fatto che la USB ha cercato di metterci il cappello proprio di giovani indignati dalla terribile strage di Gaza. Se è bene insistere su questo punto, è anche necessario, nella contingenza attuale, porre i problemi concreti dei lavoratori al centro. E costruire una alternativa programmatica. Dati i forti limiti dei soggetti politici attuali l’alta stensione è anche attribuibile a ciò solo una grande mobilitazione sociale può creare le basi di una vera alternativa. Ma questo implica anche isolare il settarismo. Credo che ci sia la possibiltà che CGIL, parte del sindacalismo di base possano trovare una piattaforma comune. Peppe Giudice

Spesso mi è capitato di parlare di Rudolf Hilferding

Rudolf Hilferding grande socialista austro-tedesco e forse il più importante economista marxista della prima metà del ‘900. Traggo questo passo dal suo libro più importante “Il Capitale Finanziario” del 1910. In esso l’autore mette in evidenza come la fase “liberista” e concorrenziale del capitalismo fosse solo transitoria e destinanata subito ad essere sostituita dalla fase oligopolistica e/ monopolistica dello stesso. Il capitale finanziario è quello che permette questa transizione. Con il suo corollario dell’imperialismo. E’ interessante la sua sottolineatura di come il capitale finanziario usi le ideologie del nazionalismo e del razzismo prer giustificare la sua easpansione fino al conflitto bellico. A differenza di Rosa Luxemburg Hilferding non crede nel crollo del capitalismo. Sarà la lotta politica e sociale a determinarne il rovesciamento .Esso , anche nella fsase non concorrenziale è comunque passibili di crisi sistemiche che non preludono però al crollo . Fatto è che Hilferding , a differenza della Luxemburg, non basa la sua analisi sullo schema di un capitalismo concorrenziale , bensì che ha già superato o è in fase di superamento di quel modello. Fermo restando il contributo della Luxemburg, in Hilferding noto più elementi di attualità, anche tenendo conto di quello che abbiamo sotto gli occhi. Di come il capitalismo di oggi si leghi sempre sempre più alla destra reazionaria e nazionalista…Ecco il passo.. “La massima aspirazione è ora quella di assicurare alla propria nazione il dominio sul mondo, un’aspirazione non meno illimitata di quella del capitale al profitto, da cui anzi scaturisce. Il capitale parte alla conquista del mondo e ad ogni nuova conquista esso non fa che toccare nuovi confini che sarà spinto a valicare. Questa espansione incessante è ora una inderogabile necessità economica, perché rimanere indietro significa caduta del profitto del capitale finanziario, diminuzione della sua capacità concorrenziale e, come ultimo effetto, subordinazione del territorio economico rimasto più piccolo rispetto a quello divenuto più esteso. Questa aspirazione espansionistica causata da esigenze economiche, viene giustificata ideologicamente mediante uno strabiliante capovolgimento dell’idealità nazionale, la quale ora non riconosce più ad ogni nazione il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza politica e non esprime più il dogma democratico dell’uguaglianza sul piano internazionale di tutto ciò che è umano. Al contrario, le aspirazioni economiche del monopolio si rispecchiano nella posizione di privilegio che esso pretende per la propria nazione. I privilegi appaiono più di ogni altra cosa come frutto di predestinazione. Poiché l’assoggettamento di nazioni straniere avviene con la violenza e, quindi, in un modo molto naturalistico, sembra che la nazione dominante debba questa sua egemonia alle sue specifiche caratteristiche naturali, e cioè alle sue qualità razziali. L’ideologia della razza, quindi, non è altro che il tentativo di fondare scientificamente, con un camuffamento biologico, la volontà di potenza del capitale finanziario che intende in tal modo presentare i suoi movimenti come ineluttabili e condizionati da leggi naturali. Al posto dell’ideale egualitario democratico subentra ora un ideale egemonico oligarchico. Laddove sul terreno della politica estera, questo ideale ha come oggetto, nell’apparenza, l’intera nazione, su quello della politica interna esso diviene accettazione ed accentuazione del punto di vista padronale che tenta di subordinare al proprio quello della classe operaia.” Peppe Giudice

“Chi non salta bocchino è”…

A caldo commentando le proiezioni sulle elezioni regionali di Campania e Puglia -le due regioni confinanti con la mia- si può ben affermare che questa destra malmostosa ha preso una scoppola sonora. In Puglia il distacco di trenta punti di Decaro era largamente prevedibile, in Campania il distacco di Fico di venti punti rispetto a Cirielli, meno. Si prevedeva una vittopria, ma non in questi termini: addirittura la destra aspettava il colpaccio! Per cui la squallida sceneggiata del saltellamento in piazza a Napoli. Che certo fa di una parte consistente della destra una sorta di variante politica del Cottolengo (già ne ho parlato). Con un ministro degli esteri che si qualifica come un emerito balordo. Serviva certo una batosta a questa destra. Ma non possiamo certo accontentarci. In Campania ha votato il 44% degli aventi diritto, in Puglia il 42%. Vale a dire che una percentuale maggioritaria del corpo elettorale non si riconosce nell’attuale sistema di soggetti politici. Cosa del resto confermata anche in altre grandi regioni come la Lombardia e il Lazio. La crisi profonda della democrazia. Pietro Nenni nel lontano 1930 diceva che la democrazia va intesa come una sorta di “rivoluzione permanente” deve cioè sempre arricchirsi di nuovi e più vasti obbiettivi ed allargare il proprio perimetro fino a dimostrare la sua incompatibilità con il capitalismo. Altrimenti essa entra in una crisi irreversibile dimostrando la sua incapacità di rispondere ai bisogni delle classi lavoratrici e dei ceti popolari. Questo discorso di 95 anni fa, lo possiamo benissimo attualizzare. In un capitalismo che allarga a dismisura le disuguaglianze e le ingiustizie le forme di oppressione di classe, la democrazia è destinata a perire se non c’è un reale contromovimento. Si fanno un sacco di chiacchiere inutili sulla difesa della democrazia liberale che lo stesso capitalismo sta mettendo in crisi. E oggi occorre anche sottolineare con forza i limiti della democrazia liberale, altrimenti non saremmo socialisti. Se va conservato il suo nucleo positivo occorre andare ben oltre il suo orizzonte se vogliamo salvare la democrazia stessa e impedire che il mondo vada governato dalla destra reazionaria supportata da un capitalismo predatorio. Da un punto di vista teorico occorre ribadire la idea della “democrazia mista” degli austromarxisti e del socialismo inglese di Cole. In cui c’è coesistenza dialettica tra democrazia rappresentativa e democrazia consiliare, in altre parole sintesi di democrazia politica e democrazia industriale (G.H.Cole). Una democrazia in grado di rappresentare le istanze della “working class” e dei ceti medi impoveriti, in una ottica di modifica dei rapporti di potere nella società e nell’economia. In forte conflitto con il capitalismo. Oggi i partiti (tanto più vero è in Italia dove si è abbattuto il ciclone della II Repubblica) sono solo comitati elettorali e spesso di affari. Non sono portatori di progetti. Pertanto una alternativa radicale alla destra non potrà trovarsi in una somma meccanica tra gli attuali soggetti assolutamente inadeguati a costruire una vera alternativa. Ma nella costruzione di un blocco sociale alternativo, che dovrà far perno sull’azione sociale di massa. Per cui centale è l’azione sindacale. Quindi l’importanza della CGIL che è l’unica a proporre una programma organico sui bisogni reali. Di un progetto laburista-socialista che sconfigga i rigurgiti ulivisti del prof Prodi che di danni ne ha fatti fin troppi. Certamente il ridimensionamento della destra è importante per evitare concreti scivoloni autoritari (premierato, leggi libeticide), ma non è sufficiente. Peppe Giudice