Quella voglia di Brigate Rosse

di Franco Astengo | E’ necessario confrontarci su di un punto chiaro d’analisi: quella voglia di Brigate Rosse, evocata più volte da esponenti del governo per valorizzare il “decreto sicurezza” è tutta interna a un derby che si sta giocando nella destra italiana. Sarebbe troppo facile contrapporre a quelle affermazioni fortemente “retrò” un’analisi storica che le smentisca categoricamente: ma non ne vale la pena. In realtà stanno mutando equilibri e modalità di competizione all’interno della coalizione di governo: non soltanto per l’effetto “Vannacci” che probabilmente sarà limitato sul piano numerico. Però la provvisoria creazione, da parte del generale, di un nuovo fronte a destra provoca comunque un doppio rivolgimento: appunto di concorrenzialità a destra (in particolare acuendo i contrasti interni alla Lega) e -di conseguenza – verso il cosiddetto “centro” dello schieramento. Soprattutto è la questione internazionale quella che potrebbe sollevare questioni delicate per la coalizione di destra: tra Trump e Putin il tema europeo diventa sempre più dirimente ed è il più difficile da affrontare in un equilibrio che potrebbe portare alla fine l’esecutivo italiano in una posizione ancor più marginale di non quella attualmente ricoperta. Esistono anche questioni interne di notevole spessore: ai vantati successi di politica economica non corrispondono miglioramenti nelle condizioni concrete di vita di gran parte del Paese e su questo si sono già cominciati a pagare prezzi politici soprattutto da parte di Fratelli d’Italia (nel concreto e non nei sondaggi: non dimentichiamo il bilancio complessivo delle diverse tornate delle elezioni regionali svoltesi negli ultimi mesi del 2025). All’interno di questo quadro può apparire banale (ma è necessario sostenerlo) come la creazione di un clima di emergenza potrebbe rappresentare una possibile via d’uscita per preparare le elezioni del 2027, all’insegna di due obiettivi: una sorta di “solidarietà nazionale” (vedi mozione unitaria sull’ordine pubblico) e la rivendicazione di una necessità assoluta di una stabilità di governo. La replica a questo complicato stato di cose non può che essere affidato, almeno dal nostro punto di vista, a una più precisa definizione di profilo alternativo dell’opposizione: l’analisi delle contraddizioni sociali in atto nella situazione data ci indicano come appaia sempre più netta la contrapposizione politica che si sta sviluppando in un contesto crescente di disaffezione e distacco (non soltanto sul piano numerico del calo nelle espressioni di voto che pure rappresenta un indicatore non secondario). Cedere a un compromesso sull’idea securitaria del ritorno a un “pericolo terroristico” con l’idea dell’esistenza di una centrale eversiva di ritorno “all’attacco al cuore dello Stato” non rappresenterebbe semplicemente un salto all’interno di una situazione irreale, ma anche depotenziare una prospettiva di alternativa che deve essere invece alimentata da una progettualità e da una visione politica, culturale, sociale di cui le forze politiche dell’opposizione, in particolare il PD che dovrebbe cercare di assumere una funzione “pivotale” in quel campo (crescendo anche numericamente), siano garanti fino in fondo. Per concludere: cresce l’importanza dell’esito referendario del 22/23 marzo. Lo sviluppo della campagna referendaria sta risultando sempre più legato alla contingenza politica e al tema delle garanzie costituzionali e di questo è necessario prendere atto da parte di tutte le componenti impegnate per la vittoria del “NO”. Va inoltre avviata una riflessione più generale al riguardo della composizione dello schieramento alternativo alla destra e alla necessità di una presenza nella coalizione di una componente chiaramente ancora ai valori e ai progetti di una sinistra socialista così come è ben dimostrato del resto dalle stesse dinamiche politiche in corso negli USA, nel paese cioè dove appare più forte la deriva populista – autoritaria impegnato nello stravolgimento dei diritti civili e sociali e nel superamento del costituzionalismo democratico. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Inizio Lavori del Presidente Gabriele Garbo

Comunicato del Presidente del Comitato SOCIALISTA per il NO | Difendere la Costituzione non significa guardare al passato, ma assumersi la responsabilità del futuro della Repubblica. È da questa convinzione che nasce il Comitato Socialista per il NO al Referendum 2026. Siamo una realtà nazionale che nasce dalla convergenza di intellettuali, giuristi, amministratori e attivisti provenienti da tutta Italia, uniti dalla volontà di contrastare una riforma ritenuta profondamente lesiva dell’equilibrio costituzionale della Repubblica. Quella che abbiamo davanti non è una contesa di parte, né solo una disputa tecnica, ma una vera e propria lotta di civiltà, che si colloca sul confine sottile e decisivo tra democrazia e democratura. È una questione di responsabilità costituzionale, che chiama in causa il senso stesso delle nostre istituzioni. Credo che la battaglia per il NO affondi le proprie radici in una duplice consapevolezza. Da un lato, il dovere morale e politico di riconoscenza verso chi, Padre della Costituzione repubblicana, rischiò la vita per restituire libertà e diritti al Paese, componendo quel testo parola dopo parola. Dall’altro, il rischio concreto e attuale rappresentato da una riforma che, nel suo impianto, mira a spezzare l’unità della magistratura e a demandare a un meccanismo di sorteggio, assimilabile a una vera e propria lotteria, la nomina di coloro che saranno chiamati ad amministrare la giustizia in Italia. Non solo. Ci troviamo di fronte a una delega in bianco. Nulla è dato sapere sulla legge attuativa che dovrebbe tradurre questo disegno in norme operative. È un salto nel buio che espone l’ordinamento a un pericoloso indebolimento delle garanzie democratiche. Nel presentare il Comitato, voglio ringraziare per l’adesione l’Onorevole ed ex Ministro Rino Formica, definendo la Sua partecipazione un segnale politico e culturale di grande rilievo per l’intero fronte del NO. La linea che guiderà l’azione del Comitato sarà quella dell’unitarietà. Unitarietà intesa come capacità di costruire, sui territori, un fronte comune ampio e plurale, capace di coinvolgere partiti, movimenti, comitati e gruppi che condividano l’obiettivo della tutela della Costituzione e dei valori fondanti della Repubblica. La separazione dei poteri è un presidio irrinunciabile di indipendenza delle istituzioni e come garanzia personale per ogni cittadino. Il Comitato si è già dotato di una struttura organizzativa diffusa su scala nazionale, con referenti regionali incaricati di coordinare l’iniziativa politica, informativa e mobilitativa nei diversi contesti locali, a testimonianza di una rete che attraversa l’intero Paese e che intende radicare il NO in ogni territorio. Passo in rassegna i delegati regionali: Paolo Fini (Friuli Venezia Giulia), Daniele Pessotto (Veneto), Alessandro Risi (Lombardia), Greta Moretti (Piemonte), Luigi Fasce (Liguria), Andrea Renieri (Toscana), Massimo Amadori (Emilia-Romagna), Luca Cesari (Lazio), Pierluigi Rainone (Umbria), Stefano Gatti (Marche), Giuseppe Sarno (Campania), Emilio Graziuso (Puglia), Giueppe Giudice (Basilicata), Emilio Cozza (Calabria), Vincenzo Monaco (Sardegna), Pasquale Calandra (Sicilia). Ad affrontare il percorso anche i membri del direttivo: Francesco Lotito (Vicepresidente), Vincenzo Lorè (Responsabile comunicazione), Daniele De Piero (Responsabile sezioni territoriali), Marco Zanier (Segretario). SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Torino, Pasolini, Cossiga e la fabbrica dell’emergenza, ovvero: come nasce un decreto sicurezza

di Teresa Maria Rauzino | Ogni volta che qualcuno viene pestato in una piazza, la violenza diventa un pretesto. Non per cercare la verità, ma per restringere diritti. Non per capire cosa sia successo, ma per decidere chi deve pagare politicamente. Torino non fa eccezione: cambia il contesto, non il copione. Il 31 gennaio 2026 a Torino c’erano oltre 50.000 persone in piazza, in larghissima parte pacifiche. Un dato enorme, quasi del tutto rimosso dal racconto pubblico e sostituito da un’unica immagine: la violenza di pochi, isolata dal contesto e trasformata immediatamente in chiave interpretativa totale. È una tecnica antica: prendere l’episodio più brutale e usarlo per cancellare la distinzione tra dissenso e violenza. Mettere nello stesso calderone chi manifesta pacificamente e chi picchia significa colpire deliberatamente il diritto costituzionale di manifestare. Come ha osservato Francesco Cancellato, il vero nodo di Torino non è l’esistenza della violenza – reale e inaccettabile – ma la sua selezione politica. Il Governo ha scelto una sola vittima simbolica, quella funzionale alla propria narrazione: il poliziotto aggredito. Quel fatto, gravissimo e criminale, è stato trasformato in un simbolo assoluto, sufficiente da solo a spiegare, giudicare e condannare un’intera piazza.Tutto ciò che stava prima e fuori dall’inquadratura è stato espunto dal racconto ufficiale: manifestanti feriti, fotografi e giornalisti colpiti, cariche documentate, manganellate a freddo. Non negati: ignorati. Eppure, come racconta la giornalista Rita Rapisardi, presente a pochi metri dalla scena, al momento dell’aggressione gli scontri erano ormai in fase di esaurimento: pochi manifestanti rimasti, lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, cariche contro gruppi dispersi. Un agente esce dallo schieramento, insegue e manganella, uno dei colpiti cade, altri intervengono e in quei secondi si consuma la scena diventata virale. Attorno, feriti, fotografi colpiti, persone intossicate, decine di accessi agli ospedali. Non per assolvere nessuno. Ma per ricordare che un video non è un fatto: è un frammento. E costruire una politica dell’ordine su frammenti selezionati significa rinunciare deliberatamente alla verità. È così che la violenza non viene combattuta: viene usata. Una diventa emergenza democratica. Le altre diventano “contesto”, “incidenti”, “inevitabilità”. Il discorso pubblico scivola così dalla cronaca a una dottrina dell’ordine. Pier Paolo Pasolini lo aveva capito già nel 1968, dopo Valle Giulia:«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri…» Non stava assolvendo la repressione. Stava dicendo qualcosa di più scomodo: poliziotti e manifestanti spesso provengono dallo stesso mondo, ma vengono messi uno contro l’altro da un potere che non paga mai il prezzo dello scontro. Un potere che usa l’ordine pubblico come terreno simbolico, non come problema reale. Francesco Cossiga lo disse senza ambiguità:«Ritirare le forze di polizia, infiltrare agenti provocatori pronti a tutto, lasciare devastare le città. Poi, forti del consenso popolare, non avere pietà». Non una provocazione. Una confessione. Non “servizi deviati”, ma una concezione dello Stato che produce disordine per legittimare la repressione. Giorgiana Masi nel 1977, Genova nel 2001 non sono analogie forzate: sono precedenti di metodo. In questa cornice vanno lette le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni:«Il Governo ha fatto la sua parte… ora è fondamentale che anche la Magistratura faccia fino in fondo la propria». Non è una frase neutra. Scarica politicamente la responsabilità dell’esecutivo, aprendo un processo simbolico a un altro potere dello Stato. Il lessico parla chiaro: “lassismo”, “provvedimenti sacrosanti”, “chi devasta” contro “chi difende”. Così la garanzia diventa indulgenza. Il controllo di legalità diventa ostacolo. Il giudice non applica più la legge: la intralcia. È l’anticamera culturale del decreto sicurezza. Perché Torino non è solo una vicenda di ordine pubblico. È un passaggio politico preciso. A quarantotto ore dai fatti, il Consiglio dei ministri vara un decreto, non un disegno di legge. Entra in vigore subito. Serve l’emergenza, non il confronto parlamentare. Fermo preventivo dei manifestanti. Cauzioni economiche per poter scendere in piazza. Scudo penale per gli agenti. Misure già contestate sul piano costituzionale, ma giustificate in nome dell’urgenza. Come scrive Concita De Gregorio, la domanda non è se la violenza sia da condannare. Lo è. La domanda è: a chi servono gli scontri? Chi trae vantaggio da una piazza trasformata in minaccia? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Questa narrazione selettiva della violenza serve a preparare il terreno a un provvedimento che non nasce dall’emergenza, ma ha bisogno dell’emergenza per essere accettato. Prima si riduce una piazza a problema di ordine pubblico. Poi si delegittima chi chiede garanzie.Infine si trasforma la compressione dei diritti in necessità. Il decreto sicurezza non colpisce la violenza. Colpisce il dissenso. Restringe gli spazi di manifestazione e trasforma i cittadini in potenziali minacce. Pasolini lo aveva intuito. Cossiga lo ha detto apertamente. Oggi lo si ripropone in forma più elegante, più istituzionale, più presentabile. Torino non è stato un incidente. È stato un avvertimento. Mentre tutti guardavano la violenza, qualcuno stava già spostando il perimetro dei diritti. E, in nome dell’ordine, restringendo lo spazio della libertà. Non è la prima volta che succede. Ma ogni volta che succede, succede un po’ di più. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Dissenso ed Eversione

di Franco Astengo | Il ministro dell’Interno, entrando nel merito dei fatti di Torino e interpretando alla perfezione il ruolo del “poliziotto cattivo”, sta lavorando ad una equiparazione tra eversione e dissenso: appare evidente l’obiettivo di tacciare le opposizioni di promuovere eversione ottenendo così alla fine il risultato politico dell’appiattimento del dissenso in un’unica categoria da condannare ed emarginare. Vala la pena allora di misurarsi con questa dinamica proposta dal Ministero e che rappresenta sicuramente almeno una parte degli intendimenti politici del governo di destra. Premessa: da qualche tempo si scrive di “svolta autoritaria” in atto. Una valutazione che è stato formulato guardando anche oltre a quanto sta accadendo sul terreno delle riforme costituzionali e istituzionali che puntano a stravolgere l’impianto parlamentare della Repubblica così come disegnato dalla Costituzione e che saranno sottoposte a referendum il prossimo 22/23 marzo. Difendere la divisione dei poteri e la loro reciproca autonomia sta diventando quindi un imperativo categorico da cui assolutamente non deflettere. In questa “svolta autoritaria” va però ravvisato qualcosa di più profondo nella- pur grave – progressiva riduzione del rapporto tra politica e società realizzato al fine di “tagliare” il più possibile dell’insieme dei bisogni sociali.  La modernità viene affermata dalle classi dominanti attraverso l’intreccio tra l’inasprimento delle condizioni nelle quali il capitale afferma la propria egemonia  e l’emergere di nuove contraddizioni post-materialiste agite allo scopo di “sfarinare” l’identità sociale, dividere e preparare un’altra fase di dominio di un capitalismo feroce, negatore dei diritti basilari. Un capitalismo che punta alla sopraffazione dei singoli e del collettivo, e  non appena compare il dissenso, lo marginalizza e lo criminalizza. E’ sempre accaduto, intendiamoci, in una forma più o meno accentuata ma adesso in Italia questa “filosofia politica” del capitale interpretata dalla destra al governo sta assumendo, anche per via di questioni specifiche legate alla realtà del quadro politico e dei soggetti intermedi, una vera e propria veste di autoritarismo populista. A rischio di apparire inguaribilmente “retrò” è invece proprio il punto dell’opposizione politica quello da sollevare ancora una volta con grandissima urgenza. Occorre sviluppare un’analisi che parta da due punti che debbono essere sollevati senza discussione: al meccanismo della repressione, in questo caso esercitata con grande prontezza dalle preposte “forze del disordine” si affianca un processo di marginalizzazione del dissenso. Una marginalizzazione che deriva dall’assenza di prospettiva nel riuscire a fornire al fortissimo disagio sociale un’effettiva capacità politica di espressione da parte dell’opposizione. Il conflitto sociale, anche in forme tumultuose, è indispensabile ma eguale valenza possiede la capacità di sintesi e di progettualità politica: è da questo intreccio, dalla capacità del “pensare” e del “fare” di una soggettività nella quale ricercare anche forme originali di aggregazione e di organizzazione, che possiamo trovare alimento nel disegnare un futuro nel quale  possa essere possibile respingere questo tentativo in atto di repressione e marginalizzazione del dissenso. Si tratta, infine, di far compiere un salto di qualità proprio al dissenso trasformandolo in opposizione politica senza concedere sconti o improvvisate nostalgie da “unità nazionale” ammantate da “responsabilità istituzionale”. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Robert Grimm

di Ferdinando Leonzio | I capitalisti di tutti i paesi, che coniano dal sangue dei popoli la rossa moneta dei profitti di guerra, sostengono che la guerra servirà alla difesa della patria e della democrazia, e alla liberazione dei popoli oppressi. Mentono: la veritá è che in realtá essi seppelliscono, sotto le abitazioni distrutte, la libertá dei loro stessi popoli insieme all´indipendenza delle altre nazioni. Nuove catene e nuovi fardelli, ecco ciò che risulterà da questa guerra, ed è il proletariato di tutti i paesi, vincitori e vinti, che dovrà sopportarne il peso. (dal Manifesto di Zimmerwald)       Robert Grimm nacque a Wald, nel cantone di Zurigo, il 16 aprile 1881, in una famiglia di operai. Era infatti figlio di Albert, meccanico di fabbrica, e di Louise Kunz, tessitrice. Finite le scuole secondarie, decise di diventare tipografo e inizió un periodo di apprendistato (1895-1898), presso una ditta di Oerlikon (Zurigo); in seguito lavoró, come tipografo e capo rotativista in Svizzera, Germania, Francia, Austria e Italia. Nel corso dei suoi spostamenti venne a contatto col socialismo marxista e nel 1899 aderí alla Federazione svizzera dei tipografi e al Partito Socialista svizzero. Il Partito Socialista svizzero (PSS), uno dei piú antichi e prestigiosi d´Europa, era stato fondato il 21 ottobre 1888, in seguito alla confluenza di preesistenti raggruppamenti progressisti locali, politici e sindacali, sulla base di un programma stilato da Albert Steck (1848-1899). Due anni dopo i socialisti riuscirono ad eleggere il loro primo rappresentante al Consiglio Nazionale (Camera dei deputati)[1], Jakob Vogelsanger (1849-1923). Per tutto il Novecento, inoltre, il PSS agí a stretto contatto coi sindacati. Questa stretta connessione tra cariche pubbliche e cariche sindacali fu sempre presente anche nella carriera di Robert Grimm. Egli nel 1906 divenne segretario della Lega dei Lavoratori di Basilea (1906-1909)[2] e poi segretario della Federazione svizzera dei lavoratori del commercio e dei trasporti (1907-1909). In questo stesso periodo ricoprí anche cariche pubbliche: dal 1907 al 1909 fece parte del Gran Consiglio (Consiglio Regionale) di Basilea, del Consiglio Comunale di Berna (1909-1918) e del Gran Consiglio di Berna (1910-1918), arrivando infine a sedere nel Consiglio Nazionale dal 1911 al 1919 e dal 1920 al 1955; fu a lungo (1911-1943) presidente della importante sezione socialista di Berna. Intanto nel 1908 aveva sposato Rosa Schlain[3], una socialista di sinistra che gli dará due figli: Bruno nel 1908 e Jenny nel 1910. Il matrimonio tuttavia finirá nel 1916, con un divorzio.  Dal 1909 al 1918 fu anche redattore-capo del giornale Berner Tagwacht di Berna, organo del Partito Socialista cantonale, che Grimm rese uno dei giornali di partito più importanti, che durante la prima guerra mondiale ottenne attenzione anche all’estero. Intanto il suo peso politico personale di Grimm, all´interno del socialismo svizzero, continuava a crescere, tanto che sará lui a rappresentare il PSS negli ultimi tre congressi della Seconda Internazionale, tenuti prima della guerra mondiale: a Stoccarda (8-24/8/1907), a Copenaghen (28 agosto/2/ 9/1910) e a Basilea (4-25/11/1912), nel quale ultimo fu eletto componente dell´Ufficio Internazionale Socialista, alle cui riunioni fu quasi sempre presente, fra cui l´ultima prima dello scoppio della guerra, tenuta a Bruxelles il 29 e 30 luglio 1914[4].        La Seconda Internazionale aveva intuito che la corsa al riarmo stava provocando un vento di guerra che si aggirava pericolosamente per l´Europa ed aveva cercato di mettere in guardia il proletariato affinché colpisse il serpente dell´imperialismo guerrafondaio. Invece essa fu travolta dallo scoppio della prima guerra mondiale nell´agosto del 1914, poiché i suoi maggiori partiti – tedesco, francese, britannico, austriaco – si schierarono ciascuno col proprio governo, dando vita alla cosiddetta union sacrée (unione sacra) con la propria borghesia in difesa della patria, sospendendo ogni lotta di classe nel periodo bellico e votando i crediti di guerra. Rimasero invece fedeli all´internazionalismo proletario principalmente il partito socialista svizzero e quello italiano, nonché minoranze degli altri. Il 27 settembre 1914, dunque a guerra scoppiata, per iniziativa dei socialisti svizzeri, si tenne a Lugano una conferenza socialista italo-svizzera dei paesi neutrali[5] per la pace, la cui risoluzione finale, redatta da Grimm, denunciò la guerra come strumento del capitalismo per conquistare nuovi mercati e opprimere il proletariato. Fu proprio dalle file dei pacifisti che provenne l´iniziativa di indire una conferenza di tutti i socialisti pacifisti internazionalisti al fine di ottenere un´accelerata cessazione delle ostilitá. Il merito dell´iniziativa va in particolare a due dirigenti del movimento socialista internazionale: Robert Grimm, giá componente dell´Ufficio Internazionale Socialista e membro della Direzione del PSS (dal 1915 al 1917)[6] e Oddino Morgari, esponente di primo piano del socialismo italiano. Assai importante per il convegno fu il contributo della socialista russa Angelica Balabanoff, poliglotta, che fece da interprete. Intanto Grimm, come redattore-capo del quotidiano socialista Berner Tagwacht[7], pubblicava articoli dei leader dell’opposizione socialista contro la guerra. In precedenza Berna e i suoi dintorni avevano ospitato incontri chiave del movimento socialista internazionale contro la guerra, come le conferenze internazionali delle donne[8] e della gioventù socialista[9], tenuti nella primavera del 1915. La riunione ebbe luogo nella cittadina svizzera di Zimmerwald, a 10 km da Berna, tra il 5 e l´8 settembre 1915. Vi parteciparono 38 delegati[10], che non avevano ceduto ai cannoni d´agosto, provenienti da 11 Paesi[11], fra i quali alcuni destinati a diventare famosi, come i russi Lenin e Trotsky. La conferenza si concluse con l´approvazione di un Manifesto che condannava la guerra, dichiarandosi per una pace “senza annessioni e senza riparazioni”; essa deliberó anche la costituzione di un coordinamento europeo di socialisti pacifisti: la Commissione Socialista Internazionale (CSI)[12], con un segretariato a Berna presieduto da Robert Grimm, per coordinare l´attivitá dei socialisti contrari alla guerra e per pubblicare un bollettino. La “Commissione di Berna”, mentre cresceva nei popoli l´insofferenza verso la guerra, successivamente convocó una nuova conferenza dei socialisti ostili alla guerra, che si svolse ancora in Svizzera, a Kiental, dal 24 al 30 aprile 1916. Vi parteciparono 43 delegati provenienti da 10 Paesi[13]. Il manifesto di Kiental condannava l’imperialismo in quanto causa della guerra, causa di lutti e di sofferenze e cosí chiamava a raccolta i proletari di tutto il …

Per un futuro di equità e libertà: Il nostro NO come socialisti al referendum sulla giustizia

di Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione” | Forse non serve dire che questa nostra posizione, questa scelta di schierarci come Circolo Socialista Nebroideo Indipendente “Italo Carcione” per il NO al referendum del 22 e 23 marzo, nasce da qualcosa di più di un semplice sentire.È il risultato, semmai, di un percorso condiviso, di un ragionamento che si è fatto strada tra le parole di molti, tra le esperienze di chi, da sempre, ha creduto nella magistratura come baluardo contro le ingiustizie.Non si tratta di una presa di posizione isolata, ma di un modo di pensare che si alimenta con il confronto, con il rispetto delle storie di ciascuno.È un pensiero che si radica nella convinzione che la separazione tra i poteri, la piena autonomia dei giudici, siano valori di cui non si può fare a meno. Non perché siano dogmi intoccabili, ma perché sono il fondamento di un sistema che, almeno in teoria, dovrebbe tutelare chi si trova in posizione di svantaggio, chi lotta per i diritti, chi non ha voce.Il nostro NO, allora, si inserisce in un discorso più ampio, un ragionamento che coinvolge tutti noi, uomini e donne socialisti e socialiste, che abbiamo visto e vissuto le contraddizioni di un sistema che a volte sembra troppo fragile, troppo esposto alle influenze di chi ha più potere.Se si rafforzasse la divisione tra le carriere, se si sdoppiasse il Consiglio Superiore della Magistratura e si affidasse a estrazioni a sorte la composizione di alcuni suoi membri, cosa cambierebbe? La sensazione, condivisa, è che la nostra autonomia si indebolirebbe, che la pressione potrebbe aumentare, e che la giustizia perderebbe quella sua capacità di essere un’ultima istanza di tutela.Poi, se si pensasse di creare una corte disciplinare solo per i magistrati ordinari, togliendo ulteriori poteri al CSM, ci si renderebbe conto che si rischia di spostare l’equilibrio, di rendere il sistema più vulnerabile.E tutto questo, in un momento in cui le inefficienze, i ritardi, le risorse scarse sono problemi che vanno affrontati, non smantellando pezzi di un ingranaggio già troppo usurato, ma rafforzandolo. Il ragionamento, infine, si fa collettivo anche nel ricordare che questa battaglia si lega alla storia della sinistra, a figure come il compagno, Avvocato Sandro Pertini, che sapeva bene che la difesa della magistratura non era solo un atto di partito, ma un impegno civile, un atto di fede nella giustizia come bene comune.E allora, da questa terra, dal cuore dei Nebrodi vogliamo dire che il nostro NO non è solo un voto, ma una scelta di coerenza, di responsabilità.E invitiamo tutti a farlo con noi: votate NO, e fate votare NO.Perché il futuro di questa terra, di questa democrazia dipende anche da come ci prendiamo cura di quei principi che ci uniscono, anche quando tutto sembra remare contro. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Il mondo? Un grande affresco di precarietà

di Giuseppe Onorati | Se con estrema semplicità si chiedesse una rappresentazione del Mondo in questo inizio 2026, con altrettanta estrema nettezza si potrebbe rispondere che ci fornisca uno scenario di precarietà o meglio, di equilibrio precario. La storia moderna e quella contemporanea si possono connotare per l’equilibrio fra potenze, relazioni tra forze che cercano di vivere, raggiungere i propri obiettivi e svilupparsi, vincolate dal contemperamento dell’esistenza e delle esigenze altrui; fintanto che ciò si riesca ad ottenere, l’equilibrio sta in piedi, altrimenti iniziano le frizioni che dopo un certo limite sfociano in conflitti. Anche il tempo attuale parrebbe caratterizzato da un equilibrio precario fra potenze, in ragione della crescente complessità in cui le relazioni internazionali si siano configurate e si stiano configurando. Con la fine della Guerra Fredda il politologo statunitense Francis Fukuyama teorizzò la fine della storia, in quanto per logica storico-evolutiva, gradualmente il Mondo si sarebbe allineato alle categorie occidentali della democrazia liberale e del capitalismo, facendo sì che il mercato avrebbe regolato la vita, tutelato dal diritto. La previsione di Fukuyama in fondo non è stata che un’anticipazione teorica del progetto di globalizzazione, secondo il quale libertà ed utilità avrebbero superato tutti i valori ed i fini innescanti contraddizioni e conflitti, in nome di una società globalmente pacificata . Proprio la storia ha sconfessato la previsione di Fukuyama, portando ad un Mondo in cui ciò che doveva globalizzarlo in senso liberal-mercatistico, ha prodotto un equilibrio di potenza precario, nel quale l’intreccio complesso d’interdipendenze d’interessi, mantiene alta la possibilità di continue tensioni. Marx, Nietzsche ed Hegel più che Fukuyama possono aiutare ad interpretare l’attualità di un Mondo in cui ragione economica, volontà di potenza e dinamiche di equilibri fra forze, parrebbero le categorie di senso che guidano la vita nello scacchiere internazionale. L’ideologia globalista ha mascherato un grande equivoco: la fine di motivi di conflitto fra potenze, per una società-mondo occidentalizzata e libera, semplicemente apriva ad uno scenario ad egemonia unica degli Stati Uniti, unica potenza in diritto-dovere di garantire l’ordine a visione occidentale (o sarebbe meglio dire, da una prospettiva dell’occidente, liberal-capitalistica e di mercato, che certamente non rappresenta tutto lo spettro di valori e visioni occidentali). Da qui l’(auto) investitura degli U.S.A. a garante dell’ordine mondiale e la legittimazione degli interventi per “esportare la democrazia”. Il progetto globalista di una società-mondo mercato, viene impostato su due linee fondamentali: lo sviluppo del capitalismo finanziario e lo sviluppo della Cina come fonte manifatturiera globale, che con i bassi costi del lavoro, avrebbe pressato al ribasso i livelli salariali e reso a discapito del lavoro in generale, i rapporti di produzione nei paesi industriali sviluppati, portando le democrazie sostanziali a degenerare. Effettivamente così è stato per entrambe le linee d’impostazione ma a costi di gravi crisi economiche e sociali, tagli al welfare ed impoverimento della classe media, con conseguente erosione democratica. Il capitalismo finanziario ha prodotto una serie di crisi, di cui quella sistemica del 2007, con ripercussioni catastrofiche; la Cina entrata nel W.T.O. nel 2001 ha aggredito il mercato occidentale, con un enorme vantaggio competitivo giocato sui costi del lavoro e della tutela ambientale. Questa vittoria commerciale ha portato la Cina a crescere a fenomenali ritmi e soprattutto ad accumulare ingenti capitali, messi a servizio di una eccellente visione strategica ma del resto, se si consideri la storia della civiltà del Dragone, non ci si dovrebbe meravigliare. Ben presto ha iniziato ad investire in ricerca e sviluppo tecnologico, raggiungendo risultati strabilianti, anche dal punto di vista militare, addirittura portando da diverse parti a considerare un superamento degli Stati Uniti d’America. Poi, ha iniziato ad investire all’estero in infrastrutture, energia e tecnologia, creando saldi rapporti di partenariato in diverse zone del mondo: dal Medio Oriente all’America Latina, all’Africa, all’Asia centro meridionale; dal Sud-Est Asiatico all’Europa, al Mediterraneo, intessendo una rete di rapporti strategico-economici che rappresentano l’intelligente estensione di potenza cinese, improntata ad un paradigma di pragmatismo ed utilità. Dunque la partita fondamentale è fra U.S.A. e Repubblica Popolare Cinese ma con un’ importante presenza, quella russa, potenza militar-nucleare, prima per numero di testate possedute, che ha risorse strategiche, come petrolio e gas in primis e che si pone come obiettivo la conservazione e difesa del proprio vastissimo territorio, cercando sbocchi vitali ed intraprendendo anch’essa rapporti di partenariato strategici in varie parti del Mondo come: Asia,  Medio Oriente, Africa ed America Latina. In seguito alle sanzioni inflitte dall’Unione europea alla Federazione Russa negli ultimi anni, si sono incrementati gli scambi di petrolio e gas russi con la Cina, saldando maggiormente il legame strategico fra le due potenze. Ed è così che il progetto globalista improntato all’unipolarismo statunitense, quasi per paradosso storico, offre un mondo tripolarizzato, in cui una superpotenza economica, tecnologica e militare in strabiliante ascesa (la Cina), con una superpotenza militar-nucleare (la Russia), hanno aperto la strada a uno scenario multipolare, fatto di alleanze pragmatiche, in funzione dell’utilità economica e strategica; iniziando dai BRICS e passando per vari accordi di cooperazione, varie intese di partenariato ed alleanze, Cina e Russia hanno dato vita ad un sistema d’interdipendenze in diversi continenti, grazie al quale, medie potenze (vedi l’India) e Paesi del Sud del mondo, sperimentino vantaggi economici e strategici, anche resistendo a sanzioni ed isolamenti da parte dell’Occidente. A sua volta l’Occidente si è trovato, nonostante parte dell’opinione pubblica sia ancora illusa ideologicamente del contrario, a non essere più il centro decisionale e propulsivo della scena storica ma a dover fare i conti con un mondo complesso in cui i margini per evitare passi falsi si siano ridotti. Gli U.S.A. con la presidenza Trump, comprendendo  il nuovo equilibrio di potenza che si è configurato, hanno deciso di concentrarsi strategicamente su se stessi, sugli interessi nel proprio continente ed in una regione per loro importantissima, il Medio Oriente. Le politiche dei dazi, l’operazione in Venezuela d’inizio Gennaio, l’iniziativa verso la Groenlandia ed in ultimo l’invio di portaerei, navi da guerra  con  cacciatorpediniere al seguito verso il Golfo Persico, per la situazione di tensione sviluppatasi con l’Iran, sono dimostrazioni evidenti …

Referendum, Governo e Potere

di Franco Astengo | Coloro che si sono pronunciati con il massimo della severità possibile contro l’azione dei black block attuata nel corso della recente manifestazione di Torino, hanno il dovere di analizzare le dichiarazioni pronunciate nell’occasione dalla signora presidente del Consiglio. Bisogna saper distinguere tra la condanna delle violenze e il tentativo del governo di trasformare le dinamiche innestate da quei fatti in una occasione di ulteriore stretta sul piano delle libertà costituzionali e di progressivo attacco alla magistratura soprattutto in previsione del referendum del 22/23 marzo. La signora presidente del Consiglio (non Capo del governo) ha infatti individuato il reato commesso e ne ha indicato l’assunzione piena da parte della magistratura. Questa affermazione (ben ripresa da altri membri del governo e della maggioranza) dell’indicazione preventiva del reato è parte integrale della “sotto cultura” di potere (e non di governo) quale tipica espressione di una destra che sta alimentando un’idea di “impoverimento” della democrazia. Un impoverimento della democrazia che, quasi inavvertitamente in settori della pubblica opinione, tende a regredire a pura volontà della maggioranza. Questo fenomeno di regressione sta avvenendo essenzialmente perché va sbiadendosi la memoria delle ragioni storiche che avevano indotto i padri costituenti, nella coscienza di quanto il totalitarismo fascista pesasse ancora nella cultura politica e giuridica del Paese, di dotarsi di una costituzione rigida nel cui articolato si esprime una netta separazione tra i poteri. L’indicazione data ai magistrati con tono quasi vincolante dai vertici del governo circa l’indicazione di reato in fatti come quelli di Torino (riguardanti l’ordine pubblico) e la richiesta di adeguamento da parte della magistratura deriva dall’assunzione da parte della destra del punto di principio del fatto che la separazione dei poteri è intesa quale fattore di intralcio al libero dispiegarsi di una dinamica politica coincidente con l’esercizio del potere da parte di una maggioranza sicura di rappresentare “in toto” la volontà del popolo. Ancora una volta è in gioco il tema del rapporto diretto tra il Capo e la masse in luogo dell’esercizio di pesi e contrappesi nella logica della rappresentanza e dell’equilibrio. Il voto referendario varrà per contrastare questa ipotesi di negazione del principio costituzionale. E’ necessaria l’affermazione dei principi basilari della democrazia rafforzando il sistema di garanzie e la neutralità e l’indipendenza della magistratura. Insomma attraverso il voto sulla legge di deforma si sta cercando di modificare il rapporto tra governo ed esercizio del potere: dobbiamo comprendere la sostanza di questo ulteriore attacco alla democrazia ed attrezzarci adeguatamente per respingerlo. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Referendum, quel sì di Augusto Barbera tace sui troppi limiti della riforma Nordio

di Alfiero Grandi | È sceso in campo con un articolo per il Si il Presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera che apre difendendo (pro forma) il prof. Alessandro Barbero che si è pronunciato per il No nel referendum e per questo è stato dileggiato da esponenti del Si. In realtà nella chiusura dell’articolo Augusto Barbera sfodera una rasoiata accusando in sostanza il prof. Barbero di non avere letto le norme su cui gli italiani (immagino comprendesse anche le italiane) si pronunceranno nell’imminente referendum, aggiungendo qualche discutibile apprezzamento sullo storico e dimenticando in particolare la sua competenza sul medioevo, consiglio in proposito di leggere il pregevole testo di Barbero su Carlo Magno. Tuttavia Augusto Barbera merita attenzione per quanto afferma e anche per quanto sottace. Sottace ad esempio come si è arrivati a questa contro-riforma costituzionale. Il governo ha fatto un danno costituzionale enorme Il governo ha deciso tutto da solo e ha imposto al parlamento il suo testo. La maggioranza parlamentare di destra ha piegato la testa ai voleri di Giorgia Meloni e l’ha approvato facendo un danno costituzionale enorme al ruolo del parlamento. L’opposizione non ha potuto fare alcunché perché la maggioranza è rimasta sorda e muta, trasformata in un’assemblea di yes man. Forse alcuni punti avrebbero potuto essere migliorati, ad esempio l’assurdità di una presunta riforma che spacca in due il Csm (giudici e PM) e prevede per di più un’unica Alta Commissione di valutazione disciplinare sui giudici e sui PM, i quali evidentemente sono separati nei due Csm ma sono riunificati sotto un’unica Corte disciplinare. Per di più la divisione del Csm in 2, per giudici e per i PM è in realtà una divisione in 3 perché c’è anche questa commissione disciplinare del tutto separata. Come si fa ad ignorare il giubilo di Forza Italia che continua a vivere in nome di Berlusconi e sembra cercare una sorta di vendetta postuma contro i magistrati (questa volta uniti) come se la condanna del “Presidente” non fosse avvenuta su fatti comprovati? Il governo ha scelto di firmare Meloni-Nordio la proposta di legge di modifica di ben 7 articoli della Costituzione del 1948, questione che nel titolo della legge e nel quesito referendario per ora non è affatto chiara. A meno che la Corte di Cassazione nell’ammettere le 548.000 firme come nuovo soggetto referendario riveda anche il quesito referendario, come hanno chiesto giustamente i 15 promotori della raccolta.Il governo ha puntato su questa modifica della Costituzione perché ritiene che possa vincere nel referendum, al punto che ha fatto chiedere il voto referendario anche dalla maggioranza parlamentare. Se la legge Meloni-Nordio venisse confermata la destra pensa che potrebbe passare con meno problemi il premierato, con cui eleggere direttamente il capo del governo e comprimere il ruolo del Presidente della Repubblica (con in più il corollario di una legge elettorale decisa a maggioranza) e ottenere qualche risultato anche sulla (mutilata) autonomia regionale differenziata per accontentare Calderoli e la Lega. La maggioranza ha aperto la strada per l’attacco alla Costituzione antifascista. In sostanza le modifiche costituzionali sono lo scalpo che la maggioranza vuole ottenere per dimostrare che non si è fatta ingabbiare nella Costituzione antifascista del 1948, che la destra oggi egemone non ha mai accettato fino in fondo. Perché mai le ragioni politiche non dovrebbero entrare nella valutazione di come votare al referendum se è in campo questo vero e proprio attacco alla Carta costituzionale, a cui Augusto Barbera dovrebbe essere particolarmente affezionato per ovvie ragioni. Può essere che ci siano posizioni pregresse da difendere, tuttavia anziché posizioni passatiste oggi occorrono posizioni che guardano non solo all’oggi, in particolare all’attacco in corso alla democrazia in tanti paesi (Trump docet) ma soprattutto guardano al futuro, cioè a come difendere e fare progredire la democrazia. A Barbero viene contestata l’affermazione che il governo potrà dare ordini ai magistrati. Forse ordini diretti no ma questo governo ha ordinato al parlamento di accettare senza fiatare le sue decisioni ed essendo costituito da una maggioranza di ignavi ha accettato l’ordine di approvare a scatola chiusa il testo Meloni-Nordio. Con questa premessa è legittimo il sospetto che il governo abbia qualcosa in mente nella sede delle leggi attuative che verranno approvate grazie all’abnorme maggioranza parlamentare. Controprova: Tajani ha già parlato di PM che potrebbero perdere il controllo della polizia giudiziaria, diventando una sorta di caciocavalli appesi. Per di più se il Csm da unico si fa trino e quindi sarà certamente più debole la risposta dei singoli pezzi, mentre più forte diventerà l’azione disciplinare in capo al Ministro della Giustizia. Anche Augusto Barbera cade in errore quando afferma che la Costituzione assicura l’autonomia costituzionale ai soli giudici, in realtà l’articolo 104 afferma che “la magistratura (tutta) costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” e all’articolo 107 afferma che “i magistrati sono inamovibili”, di nuovo tutti, cioè giudici e PM. Quindi non si vede in cosa rafforzerebbe l’autonomia la separazione in due Csm, anzi sarebbero certamente più deboli e corporativi. Giudici e Pm sono tutti magistrati a pieno titolo, perché mai questa dovrebbe essere una commistione inaccettabile (Barbera)? Comunque è un giudizio soggettivo e l’arzigogolo dimostrativo non è convincente, per di più lo strumento scelto per superare la “commistione” (il sorteggio dei componenti togati del Csm anziché l’elezione da parte di tutti i magistrati come avviene ora) è peggio del male che vorrebbe curare. Come ha ricordato Gherardo Colombo la commistione è benefica perché i PM non sono semplicemente degli accusatori ma restano dei magistrati a tutto tondo, per formazione costituzionale e culturale, tenuti alla ricerca della verità, perfino quando è a favore dell’accusato. Che poi ci sia coincidenza di valutazione tra Giudici e PM non è vero perché quasi il 50 % delle sentenze si distingue dalla richiesta dei PM. Il governo non ha fatto mistero che persegue l’obiettivo di togliere di mezzo quelli che considera solo ostacoli, invasioni di campo e non giudizi di legittimità. Così è ad esempio per i giudizi della Corte dei Conti sul ponte sullo stretto, …

Tra etica ed estetica: Lo smarrimento della politica

di Franco Astengo | La presentazione del numero di “Critica Marxista” dedicato ad Aldo Tortorella, svolta ieri 29 gennaio a Genova, non ha fornito semplicemente un’occasione di incontro tra personalità politiche che hanno attraversato le temperie del ‘900 in particolare sulla frontiera del PCI e neppure ha costituito soltanto l’occasione per ascoltare relazioni brillanti ed impegnate (Roberto Speciale, Mattia Gambilonghi, Marco Doria, Vincenzo Vita). Relazioni misurate ad esplorare soprattutto l’insieme del (disastrato) rapporto tra politica e cultura; quella connessione che aveva rappresentato la “stella polare” dell’agire politico di Tortorella come dell’insieme di una intera generazione di dirigenti e militanti della sinistra italiana. Se vogliamo inquadrare seriamente il senso complessivo del dibattito svolto allora dobbiamo usare la categoria dello “smarrimento della politica” ed entrare nel merito dello sforzo compiuto per ricercare le cause profonde: cause profonde la cui analisi potrebbe rappresentare un vero contributo per una ricostruzione di senso che appare difficile ma necessaria ed urgente. Abbiamo registrato, infatti, lo scompaginarsi di tutte le categorie e di ogni individuazione di “frattura sociale”, in un affastellarsi di contraddizioni al riguardo delle quali è mancata una capacità di lettura e di proposta politica. In Italia, lo scioglimento dei grandi partiti di massa su cui si era appoggiata la fase della ricostruzione post – bellica, ha reso particolarmente accentuato il divario tra esercizio dell’autonomia del politico ed evolversi delle dinamiche sociali. A questa considerazione si può aggiungere che, nel tempo, è mancato il rimprovero più severo che poteva essere rivolto ai protagonisti di quei “fraintendimenti dell’etica marxiana” che avevano dato origine agli inveramenti statuali del ‘900: quello del tradimento dell’Utopia. Dimenticando che U-topos significa “luogo che non c’è”. Se non c’è, però è soltanto perché non lo si è trovato e, dunque, bisognerebbe continuare a cercarlo, senza far sfoggio di ottimismo ma anche al di fuori dal ripiegamento da un pessimismo passivo. Forse è il caso di esaminare più a fondo la materialità del crollo di molte parti dell’ “involucro politico” dentro al quale abbiamo vissuto le nostre esistenze di militanti. “L’agire politico”, ben oltre le regole dettate dalla politologia ufficiale,si è infatti trasformato in un confronto ristretto tra l’etica e l’estetica. Da un lato oggi, almeno nel dilaniato Occidente capitalistico, appare, infatti, egemone il rapporto tra l’estetica e la politica. L’estetica intesa come “visibilità” del fenomeno politico portato nella dimensione pubblica. Una “forma del politico” laddove anche la più stridente contraddizione rimane “sovrastruttura” e il pubblico può essere oggetto soltanto di un processo di una gigantesca “rivoluzione passiva”. Un’estetica il cui obiettivo è quello dell’ anestetizzazione del “dolore sociale”. Una “anestetizzazione del dolore sociale” mantenuta, nel caso di reazioni impreviste, attraverso la repressione immediata delle eventuali insorgenze (individuali e collettive). Il confronto, però, a questo punto non può davvero che avvenire tra l’estetica e l’etica: l’etica intesa come il termine che designa le regole della condotta umana relativamente alla sfera del dovere, di ciò che è giusto/lecito fare, contrapposto a ciò che è ingiusto e/o illecito. E’ soltanto attraverso il filtro dell’etica che può essere consentito di guardare alla politica attraverso un costante confronto critico. La nostra tradizione ci dice , però, che i rapporti tra etica e politica non possono essere soltanto necessariamente conflittuali, perché l’etica può ricevere una incarnazione teorica nello Stato (Hegel) o nella classe oggettivamente rivoluzionaria (Marx): nelle forme, cioè, che apparivano allora mature del divenire storico. Come abbiamo visto l’esito del ‘900 ha dimostrato che tra Stato e Classe il nodo teorico non è stato risolto. Un nodo che riguarda ancora la dimensione etica degli scopi del “governo” poiché proprio l’esito del ‘900 ha posto il problema di verificare fin dove potesse spingersi l’azione di un governo che volesse salvaguardare non solo i diritti negativi (di non interferenza: si può fare tutto quello che non è vietato) dei cittadini, ma anche i diritti positivi, ossia l’estensione a fasce sempre più vaste della popolazione dei diritti di tutela sociale, salute, istruzione, assistenza, fino all’eguaglianza nell’accesso alle risorse disponibili (salvo il grande interrogativo orwelliano, sugli alcuni più eguali degli altri). Estensione dei diritti nel senso di allargamento delle libertà o ricerca dell’uguaglianza nel nome dell’Utopia? Proprio attorno a questo interrogativo conserviamo il lascito più pregnante che ci ha lasciato proprio Aldo Tortorella. Le risposte non possono star dentro al vecchio recinto della ricerca sulla priorità delle contraddizioni ma nella ripresa del confronto tra etica ed estetica. Ricostruire, perché è il caso di ricostruire, l’idea dell’etica pubblica intesa come idea portante dell’esistenza di criteri morali cui dovrebbe ispirarsi l’azione pubblica, l’agire politico,quella “democrazia pubblica” che riguarda la conduzione della vita dei cittadini. Una riconnessione , in sostanza, che deve avvenire tra principi ispiratori e pratica corrente: ciò che oggi sembra proprio essere venuto a mancare anche nelle stesse proposizioni di una filosofia politica unicamente legata all’estetica che ci appare non solo egemone ma addirittura dominante in una notte nella quale “tutte le vacche sembrano nere” anche perché attorno a noi spirano venti di guerra. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it