Era il 24 Gennaio 2017, dove tutto ebbe inizio

di Vincenzo Lorè – Comitato Nazionale Socialista per il NO | *Nella foto “In preparazione dell’udienza in Corte costituzionale sull’ITALIKUM il Coordinatore avv. Felice Besostri con il pool degli avvocati”. Dopo la bocciatura dell’Italikum da parte della Corte Costituzionale, il Parlamento approvò una nuova legge elettorale nell’ottobre dello stesso anno, comunemente nota come Rosatellum (dal nome del relatore Ettore Rosato). Legge elettorale addirittura peggiore delle precedenti Italikum e Porcellum. Liste bloccate: (decide il segretario del partito non l’elettore). Pluricandidature: (È consentito candidarsi in un collegio uninominale e in più collegi plurinominali (fino a 5), permettendo ai partiti di “blindare” i dirigenti). Assenza di voto disgiunto: (Non è possibile votare un candidato nel collegio uninominale e una lista diversa nel proporzionale, limitando la libertà di scelta). Effetti ipermaggioritari: (Premio di maggioranza abnorme). Tutto ebbe inizio in quel fatidico 2017. Nelle elezioni del 2022, alla coalizione di centro-DESTRA quel sistema elettorale gli ha permesso di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi (oltre il 50%) sia alla Camera che al Senato, ottenendo una percentuale di voti (sotto il 50% del totale dei votanti) inferiore alla maggioranza dei seggi. Un “regalo maggioritario abnorme” che ha consentito a questo esecutivo di mettere in cantiere “contro-riforme” come quella: sulla giustizia (o meglio sui magistrati), dove, proprio su questa, ci si esprimerà col referendum del 22-23 marzo prossimo. Nella corsia preferenziale, il governo ha posto anche il premierato (elezione diretta del presidente del Consiglio), l’autonomia differenziata, riforma della Pubblica Amministrazione, e non ultima la distruzione della Corte dei Conti. Un assalto alla Costituzione di fatto, un “estremismo istituzionale”…a colpi di maggioranza! Ciononostante, nella sua narrazione la DESTRA neo fascista chiede maggiore stabilità! Una deriva autocratica, un lento processo politico attraverso il quale la nostra democrazia si sta trasforma gradualmente in un regime autoritario, una torsione che concentra il potere nelle mani del capo del governo e nella sua ristretta cerchia. Una erosione, ma costante, dello smantellamento della Costituzione antifascista e repubblicana. Ma, ritornando a quel 2017, devo ricordare, mio malgrado, che non fu possibile portare a termine l’ennesimo ricorso contro quella terza legge elettorale “incostituzionale”. Si avviò un iter lungo e faticoso, ed il compagno Felice Besostri si spense nel gennaio di due anni fa dopo una lunga malattia. Anche nel suo ricordo, delle tanti battaglie in difesa della Democrazia Costituzionale il 22 e 23 marzo al referendum i SOCIALISTI voteranno NO. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Gianvito Mastroleo già Presidente della Fondazione Di Vagno scrive a Franco Lotito

di Gianvito Mastroleo | Caro Franco,  Sto abbastanza bene, “gli anni passano senza chiedere permesso a nessuno” ascoltai  tanti tanti anni fa da Pietro Nenni in un’apertura di un comitato centrale del 1979 (l’ultimo al quale lui partecipò): ormai sono a metà del mio 91º anno e posso dire con tranquillità che “me la cavo”.  Dire  “bene” è una parola “grossa” e me ne guardo bene. Naturalmente avevo letto il comunicato della costituzione del Comitato per il NO che mi hai inviato anche perché di quel comitato fa parte, e ne diffonde le comunicazioni, il mio conterraneo Lorè; non avevo letto che presidente fosse un giovane Socialista di soli 23 anni: il che, naturalmente, mi riempie di piacere.  Io aderisco al NO e per ragioni essenzialmente politiche e costituzionali: ormai la questione di questo referendum non è più  tecnica, ma è diventata tutta e solo politica. Ed io, per ragioni politiche, ho superato perplessità di carattere tecnico e aderisco al NO. Rilevo con grandissimo disappunto che i socialisti, com’è nella loro peggiore tradizione, riescono sempre a dividersi e a dare il peggio di se stessi: leggo sulla rete, e attraverso i post dei “leoni da tastiera”,  insulti ed improperi reciproci che francamente mi fanno molto male: sono convinto che a questo referendum bisogna votare NO; mi dispiace che il PSI, del quale conservo la tessera (e la conservo ormai ininterrottamente da circa 65 – 66 anni!), abbia preso una posizione piuttosto rigida in favore del Si: lo capisco, ma non non lo giustifico.  Ci sono sentimenti di rivalsa, di vendetta, rancori sepolti ai quali il referendum offre l’occasione di riemergere, ma non dando alcun contributo (anzi!!!) al recupero della causa del socialismo italiano.  Ecco questa la mia posizione: puoi darne atto formalmente nel Comitato o non darne: per me praticamente è la stessa cosa, non mi straccio le vesti se non ne darai conto, naturalmente; insomma fai come meglio credi. So che i compagni socialisti baresi potrebbero fare una riunione fra non molto: io sosterrò con fermezza e libertà il NO.  Questo è quanto: …contentissimo di averti sentito e se, per avventura, dovessi  un giorno passare da queste parti fatti vivo: un caffè per te ci sarà sempre. Un abbraccio affettuoso Gianvito *Giuseppe Di Vagno fu il primo parlamentare italiano ucciso dallo squadrismo fascista: fu ferito a morte il 25 settembre 1921 a Mola di Bari dopo un comizio e morì il giorno dopo, diventando un simbolo della violenza politica fascista e martire socialista. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Una piccola guida per muoversi nel dibattito referendario

A cura del Comitato Referendario per il NO | SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DICE IL SÌ: Questa riforma garantisce finalmente la parità tra accusa e difesa e l’imparzialità dei giudici nel processo. RISPONDE IL NO: I dati disponibili sui processi ci dicono che, allo stato attuale, non c’è alcun indicatore che i giudici siano «parziali» e favoriscano i pubblici ministeri all’interno del processo. Un’alta percentuale dei procedimenti, infatti, termina con una assoluzione. Sembra proprio che il fatto di condividere il concorso d’ingresso e il Csm non influenzi in alcun modo l’imparzialità dei giudici rispetto alle richieste dei PM. Anche molti avvocati sono intervenuti a favore del NO al referendum per dire che il problema non sussiste e la riforma non cambierà in meglio la situazione. La separazione delle funzioni, giudicante e requirente, che esiste già da tempo, insomma, funziona. Anche se l’argomento è destituito di fondamento, continuare a ripetere che «solo con la riforma e la separazione delle carriere avremo un giudice terzo e imparziale» rischia di avere un effetto grave, perché semina in chi ascolta (e magari non conosce le statistiche o la realtà processuale) il dubbio di vivere in un Paese in cui la giustizia è iniqua, i giudici non sono imparziali né affidabili, alimentando un clima di sfiducia nei confronti della giustizia e dei processi. A chi giova tutto ciò? Beh, di sicuro a chi teme le indagini di una magistratura forte e indipendente… DICE IL SÌ: Questa riforma è il completamento di una riforma voluta da Giuliano Vassalli, medaglia d’argento della Resistenza. RISPONDE IL NO: L’argomento può valere, al limite, solo per una parte della riforma, la separazione delle carriere. Se parliamo del sorteggio le cose stanno molto diversamente. Nel 1971, era stato il segretario del MSI Giorgio Almirante a proporre il sorteggio per la componente togata del Csm! Prima di lui, nell’immediato Dopoguerra, era stato il movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (estraneo alla Resistenza) a proporre in Assemblea costituente di sorteggiare addirittura i rappresentanti del popolo, per eliminare i partiti e rendere il Parlamento un ente burocratico e impolitico di «monitoraggio» dell’esecutivo! E comunque, dentro la lotta partigiana, unita dall’opposizione al fascismo, esistevano idee politiche e posizioni diverse su molte materie. Per questo, il riferimento della Repubblica nata dalla Resistenza è la Costituzione, non questo o quel partigiano o partigiana: la Costituzione è nata dal confronto e dalla sintesi di tutte le culture che hanno nutrito l’antifascismo e la Resistenza! DICE IL SÌ. O la separazione delle carriere è utile ed opportuna, o no. A questo si deve rispondere. RISPONDE IL NO: Falso. Il referendum riguarda una legge costituzionale che fa molto di più che semplicemente separare le carriere: spaccando in tre parti il CSM e modificando natura e attribuzioni dei nuovi organi, altera profondamente l’equilibrio tra poteri disegnato dalla nostra Costituzione (vedi punti 9, 10, 19). Bisogna capire bene questo, per decidere cosa votare. DICE IL SÌ: Giovanni Falcone era a favore della separazione delle carriere. RISPONDE IL NO: …e Paolo Borsellino era contrario, per esempio. Ma soprattutto ribadiamo: valutiamo la riforma per quello che è contenuto nella riforma, tenendo presente che comporta ben più della semplice separazione delle carriere. DICE IL SÌ: Non si vede come sarebbe possibile perseguire la separazione e continuare a garantire l’indipendenza dei pubblici ministeri come dei giudici senza l’istituzione di due CSM. RISPONDE IL NO: Abbiamo visto (punto n. 1) che i dati dicono che il giudice decide già in autonomia rispetto alle richieste del PM, e i PM fanno le loro richieste senza mostrare condizionamenti da parte dei giudici. Volendo seguire la strada della separazione, però, esistevano alternative. Si potevano istituire due sezioni diverse all’interno di un unico CSM. Oppure, volendo arrivare a tutti i costi alla separazione delle carriere e alla creazione di due CSM, lo si poteva fare in modo molto diverso, rispettoso delle salvaguardie a tutela dell’indipendenza dei magistrati. Come in Portogallo, per esempio, dove le carriere sono separate e ci sono due organi equivalenti al CSM, ma dotati entrambi di poteri analoghi a quelli del nostro CSM originario costituzionale: entrambi possono eleggere i propri rappresentanti e sono dotati dei quattro poteri di nomina, promozione, trasferimento e disciplina che garantiscono dell’indipendenza della magistratura. Non a caso, dopo l’approvazione della riforma Nordio i pubblici ministeri portoghesi hanno mandato un messaggio di solidarietà ai colleghi italiani, riconoscendo il modello italiano attuale come «un esempio di equilibrio tra l’autonomia funzionale e l’indipendenza costituzionale dei magistrati» e osservando con preoccupazione «gli sforzi volti a delegittimare e attaccare pubblicamente la magistratura, con giudici e pubblici ministeri presi di mira da una retorica che mette indiscussione il loro ruolo di garanti dei diritti fondamentali, delle libertà e della legalità costituzionale». Per questo diciamo NO a questa riforma costituzionale, e ripetiamo che essa non riguarda semplicemente la «separazione delle carriere», ma fa molto di più. DICE IL SÌ: L’attuale separazione di funzioni non basta. Si vuole evitare il rapporto di colleganza fra magistrati giudicanti e PM: stessi concorsi, stesso CSM, stesse frequentazioni, stesse correnti. Gli uni non devono avere nulla a che fare con gli altri. RISPONDE IL NO: Purtroppo, se la preoccupazione sono i rapporti di colleganza, amicizia o il cameratismo che nasce da una frequentazione lunga e continua, nemmeno la separazione delle carriere è una garanzia assoluta! Pensate a un piccolo tribunale, in una piccola città: giudici e pubblici ministeri continueranno a prendere il caffè insieme, si vedranno tutti i giorni dentro e al di fuori dei processi. Quali cambiamenti e garanzie può portare in quei casi la separazione delle carriere? Per fortuna una garanzia esiste già, perché esiste una separazione funzionale. E i magistrati, stando ai dati disponibili, la rispettano, nei grandi tribunali come nelle piccole realtà. DICE IL SÌ: La riforma rafforza la tutela dei cittadini indagati, tutti. RISPONDE IL NO: In realtà, la riforma potrebbe produrre un esito paradossale, opposto a quello auspicato da molti sostenitori del Sì, dando vita a un PM esclusivamente rivolto alla costruzione dell’accusa. Oggi il PM condivide con il giudice …

Perchè ho aderito al Comitato Socialista per il NO

L’immagine di corredo a cura di Davide Maldina di Roberto Finessi | La difesa della nostra Costituzione che caratterizza i pilastri fondanti della nostra democrazia, che trovano, appunto, linfa proprio dai suoi articoli nella prima parte, sono un ulteriore atto patriottico, l’ennesimo regalo dei Padri costituenti, per sentirci cittadini dello stesso paese: l’Italia! Difendere la Costituzione Repubblicana, non è di destra o di sinistra è compito di tutti noi e chi dice che è roba da “poveri comunisti” non ha capito nulla, poichè con una frase del genere si pone fuori dallo spirito costituente, ma comunque è tutto, ma non un patriota. A differnza di molti membri della mia famiglia di origine, che sotto il fascismo e l’occupazione nazifascista, hanno subito soprusi, dolore, morte, semplicemente per la loro fede socialista e per una lontana appartenenza alla diaspora sefardita, ciononostante non fossero, osservanti di nessun credo religioso: innocenti perseguitati ingiustamente, come moltissime famiglie italiane. Ebbene a differenza loro, in questi quasi 80 anni della mia vita, io ho potuto leggere e studiare come ho voluto, dichiararmi non credente senza essere perseguitato e militare politicamente nella sinistra storica di questo mio paese, essere iscritto a un sindacato, un privilegio che mio nonno paterno non ha avuto, morto a seguito di botte e olio di ricino, un invalido alla fine morto lasciando in balia del regime. Mia nonna e le sue due figlie e i fratelli e i cugini di mia nonna, rimasti chi lo sa dove, in qualche fossa comune o qualche forno in Polonia e suo fratello più giovane sopravvissuto (un miracolo) alla famigerata scalinata di Mauthausen. Per tutto questo io mi sento una sorta di partigiano della Costituzione. Sarò sempre attento a difendere la nostra democrazia, che come diceva Pertini: “È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature”. L’autonomia della magistratura è sempre stata osteggiata dalle forze più reazionarie del Paese: da subito! Come pure gli organi di controllo e veto, prerogativa sia della Corte dei Conti come del CSM e del Presidente della Repubblica. Credo che il primo governo di destra-destra di questo paese, voglia trasfomare la nostra democrazia in una sorta di democratura all’UNGHERESE ED È PER QUESTO CHE L’OSTACOLO PRIMCIPALE È LA NOSTRA COSTITUZIONE. Bisogna che ci si debba mobilitare per contribuire a fermare questa deriva; dobbiamo andare a votare e votare NO. IO VOGLIO METTERCI LA FACCIA FINO IN FONDO, ed è per questo che come socialista ho aderito al “Comitato Socialista per il NO Referendun 2026”. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Democrazia Parlamentare

di Franco Astengo | “C’è poco da difendere, la democrazia va ricostruita”: il Manifesto (21 gennaio) titola così un articolo di Filippo Barbera che presenta il convegno di Genova organizzato tra il 23 e il 25 gennaio dal “Forum Disuguaglianze e Diversità sotto l’insegna “Democrazia alla prova”. L’obiettivo, almeno secondo l’autore dell’articolo è quello della “possibilità di affrancarsi dal quadro rassicurante, ma asfittico degli ideali astratti da difendere, dei valori perduti da restaurare e della partecipazione che non c’è più”. Più avanti si aggiunge “continuare a invocare più democrazia senza ricostruire le condizioni materiali e gli equilibri di potere che la rendono possibile è come prescrivere ginnastica a chi ha perso l’uso delle gambe”. Nella comune preoccupazione per le difficoltà delle democrazia e condividendo l’idea della ricostruzione delle condizioni materiali non è però possibile avviare una riflessione senza verificare un punto fondamentale che è quello di un saldo ancoraggio al concetto di democrazia parlamentare. Concetto di democrazia parlamentare espresso nella Costituzione: voto personale e segreto, fiducia al governo da parte di entrambi i rami del Parlamento, elezione parlamentare della massima carica dello Stato, rappresentanza politica realizzata attraverso un’adeguata formula elettorale prevalente su di un concetto astratto e forzato di “governabilità”, riequilibrio della funzione legislativa rovesciando il “trend” legato alla decretazione d’urgenza. Attraverso una evidente e progressiva distorsione della funzione parlamentare sta infatti venendo a compimento un processo iniziato da lungo tempo, almeno dagli anni ’80 del XX secolo allorquando il tema della “governabilità” è stato assunto come centrale rispetto a un modificarsi nelle finalità di fondo dell’agire politico – istituzionale. Un processo nel corso del quale si era cercato di stabilire progressivamente i termini di una “costituzione materiale” di stampo sostanzialmente presidenzialista. Una sorta di semipresidenzialismo era stato addirittura previsto nella riforma costituzionale elaborata dalla Bicamerale nel 1997, ma non era presente – ad esempio – nella riforma bocciata dall’elettorato nel 2016: successivamente è sbocciata da destra l’idea del premierato. La salvaguardia dell’istituto parlamentare rimane il punto di fondo dell’affermazione (e non della semplice difesa) della democrazia. Dobbiamo tornare a richiamare in maniera compiuta ruolo e funzioni del Parlamento. Non possiamo limitarci a reclamare una visione giuridico – amministrativa all’interno della quale è venuta ormai a mancare l’enunciazione relativa al ruolo di rappresentanza politica che nel Parlamento deve essere esercitata all’interno della dialettica tra le forze politiche e non necessariamente ristretta al rapporto maggioranza – opposizione (pensiamo, al proposito come esempio, il tema della politica estera che oggi va agita in un quadro di tensioni belliche e di stravolgimento di equilibri planetari, non certo partendo da vocazioni sovraniste). Anche questa è materia di natura costituzionale. Deve essere ricordata ancora una volta la visione di centralità del Parlamento sul piano del confronto politico insita nell’idea fondativa della democrazia repubblicana emersa nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente. Una visione della democrazia repubblicana insita soprattutto nell’azione dei tre grandi partiti di massa, democristiano, socialista e comunista che esercitarono in quella sede una funzione egemonica contrapponendosi sia all’idea liberale di un sostanziale “ritorno allo Statuto” e della considerazione del “fascismo come parentesi” sia all’idea azionista di una democrazia maggioritaria di stampo britannico. E’ necessario richiamare questi elementi quando si discute di democrazia e di ruolo e funzioni del Parlamento: in particolare in una fase come questa dove stanno lasciando uno strascico evidente quelle forti tensioni verso la disintermediazione in funzione della cosiddetta “democrazia diretta” (in tempi di web) e di disarticolazione del tessuto unitario. Sarà necessario avanzare una proposta di formula elettorale attraverso la quale puntare a una connessione tra territorialità e rappresentanza politica. In conclusione sarebbe il caso di ricordare ancora le funzioni fondamentali assegnate al Parlamento dalla Costituzione e che via via sono andate perdute. Riassumendo possiamo così reinterpretare le cinque funzioni fondamentali del Parlamento: 1) La funzione d’indirizzo politico, inteso come determinazione dei grandi obiettivi della politica nazionale e alla scelta degli strumenti per conseguirli, in specificazione dell’attualizzazione e dell’opposizione – dai diversi punti di vista – del programma di governo; 2) La funzione legislativa, comprensiva dei procedimenti legislativi cosiddetti “duali” che richiedono cioè la compartecipazione necessaria del Governo o di altri soggetti dotati di potestà normativa; 3) La funzione di controllo, definita come una verifica dell’attività di un soggetto politico in grado di attivare una possibile attività sanzionatoria; 4) La funzione di garanzia costituzionale, da interpretarsi come concorso delle Camere alla salvaguardia della legittimità costituzionale nella vita politica del Paese; 5) La funzione di coordinamento delle Autonomie, sempre più complessa da attuare in un sistema che, nelle sedi di raccordo esistenti sia a livello internazionale che infranazionale tende a privilegiare il dialogo tra esecutivi. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, ma metterli alle dipendenze di un potere autoritario

di Andrea Pisauro | Il referendum sulla riforma della magistratura proposta dal governo Meloni sembra venire colto da una parte della sinistra moderata come un’occasione per marcare una distanza dalla leadership e dal baricentro della coalizione progressista. C’è in pratica una vulgata che pare voler dire che con Schlein il PD si è spostato troppo a sinistra e che una sinistra matura, garantista e, si aggiunge, riformista, (quasi che Schlein proponesse di assaltare Palazzo Chigi con trecentomila bolscevichi) dovrebbe cogliere l’occasione di votare a favore della riforma di Meloni in quanto la riforma Nordio sarebbe garantista, e anzi, a dire di alcuni, perfino progressista. Peccato che nella politica italiana nulla sia mai come sembra, e in questo gioco di specchi si finisce spesso per perdere di vista l’essenziale. Si dice che la riforma sia sulla separazione delle carriere dei magistrati, ma questo semplicemente non è vero. Una serie di riforme iniziate con quella Vassalli del 1989 per il giusto processo per finire con quella Cartabia del 2021, votata da una larghissima maggioranza in Parlamento, hanno progressivamente e inesorabilmente separato le carriere della magistratura inquirente e giudicante. Allo stato i magistrati devono scegliere in modo definitivo se essere giudicanti o inquirenti e gli è consentito un unico ripensamento entro i primi 10 anni della loro carriera, peraltro cambiando distretto. Di fatto, questa norma ha azzerato i cambi di carriera (l’anno scorso hanno usufruito di questa unica residua possibilità che va intesa a garanzia dei cittadini – perché obbligare a continuare a fare il PM chi ha capito di voler fare il giudice? – meno dell’1% dei magistrati, ovvero solo i più giovani a inizio carriera). Quello di cui si decide in questo referendum è la separazione della governance della magistratura, con la triplicazione degli organismi di autogoverno, e in particolare del nodo di come ne vengono selezionati i rappresentanti, in cui si passerebbe dal metodo democratico attualmente in vigore, a quello del sorteggio, ovvero del caso. Si può pensare quello che si vuole su quanto separate debbano essere le carriere dei magistrati (per chi scrive, giusto lo siano, esattamente come lo sono ora) ma spero ci troveremo tutti d’accordo che il metodo democratico è ancora il migliore possibile, o, parafrasando Churchill, il peggiore possibile, fatta eccezione per tutti gli altri, incluso il sorteggio. Tornando poi al nocciolo della questione, esiste un’enorme questione democratica che attraversa tutto il mondo libero, che riguarda sostanzialmente la tenuta della democrazia liberale sotto attacco precisamente dall’estrema destra alleata della Meloni. E’ vero negli Stati Uniti, dove i golpisti sono al governo e stanno letteralmente archiviando diritto nazionale e internazionale, e con esso l’ordine mondiale uscito dalla seconda guerra mondiale, ma rischia di essere presto vero anche in paesi come il Regno Unito, la Francia e la Germania, dove forze di natura dichiaratamente fascista se non proprio dichiaramente neonazista, propongono ricette populiste e reazionarie e sono oggettivamente alleate di Putin e della sua combriccola autoritaria. La Meloni null’altro è che il riferimento italiano di questa internazionale autoritaria, che, un pochino alla volta, con sapienti passetti indietro in mezzo a molti passi avanti, sta picconando le libertà individuali (decreti sicurezza e una lunga storia di giustizialismo, da Bibbiano ai giorni nostri), l’assetto costituzionale del 1948 (con questa riforma che lei intende come un modo per mettere in riga la magistratura e con i progetti di riforma elettorale volti a rafforzare il capo del governo a scapito del Parlamento), il diritto internazionale (che “conta solo fino a un certo punto” come dice il suo ministro degli esteri) e anche l’unità europea, con i suoi consueti e sistematici ammicamenti a Trump che annacquano ogni passo verso l’integrazione. Se vincesse il referendum procederà rapidamente a fare approvare una riforma elettorale che riduce il potere di scelta degli elettori e poi ci chiamerà tutti al voto per farsi dare un bel mandato a continuare a schierare l’Italia nel campo dell’internazionale nera, pronta a ispirare Farage e Le Pen e a fare contento Trump. Dunque se si vota una riforma della Meloni perché la Schlein sarebbe un po’ troppo di sinistra, probabilmente è vero l’opposto. Lo si fa o perchè si è un po’ troppo di destra, o perchè non si è capito quasi nulla del mondo in cui si vive che richiede di fare tutti la propria parte per arginare il ritorno del fascismo su scala globale. Non è dunque il caso di perdersi in tecnicismi. Il grande dirigente socialista Rino Formica, un garantista a 48 carati, oggi editorialista di Domani ha scritto con grande sintesi quel che c’è da pensare e da dire sulla riforma costituzionale e le ragioni del no, meglio di quanto sarei capace di fare io, e dunque vi invito a leggerlo nella sua essenzialità. “Qui non è in gioco la carriera dei magistrati, né se saranno o no autonomi in uno stato libero e democratico. Nella decadenza democratica, unite o divise, le carriere dei magistrati saranno alle dipendenze di un potere autoritario. Dunque oggi votare contro qualsiasi riforma proposta dalle forze che hanno un’intenzione demolitrice della Carta è un dovere. Non è una bestemmia per il proprio passato di lotta politica dei singoli o delle forze della tradizione laica italiana. È aprire gli occhi: oggi è in atto una tendenza a chiuderli dinanzi a problemi che riguardano noi e i nostri figli. Il momento del risveglio arriva sempre. Bisogna sperare di essersi svegliati in tempo. Il voto di New York ci ha dato una lezione: aver capito per tempo che in gioco non era l’amministrazione ma il futuro democratico degli Stati Uniti. Il no al nostro referendum va spiegato bene. Non perdetevi dietro meticolosità tecnicistiche su una formula più o meno rispondente al diritto ordinario. Il diritto non c’entra. C’entra una questione semplice, ed enorme: c’è il rischio di rendere irrecuperabile il declino democratico. Ci vuole il coraggio di dire no a questo governo. Si vota contro il governo della distruzione democratica; o non si è. Una valanga di no alle riforme fantasma del governo indicherà …

L’ONU personale di Trump

di Franco Astengo | Forse in maniera inopportuna, ma mi permetto egualmente di sollevare un tema che mi pare fortemente sottovalutato. Si tratta di questo: nella crisi degli organismi sovranazionali e in particolare dell’ONU, in una fase di scontro frontale all’insegna della “logica dei blocchi” il presidente USA sta cercando di utilizzare il cosiddetto “Board di pace” per Gaza allo scopo di costruire un sovraorganismo raccolto non tanto attorno agli Stati Uniti ma soprattutto misurato sulla sua persona in quanto indicato come presidente a vita. L’invito di farne parte è stato rivolto a 60 governi del mondo; il mantenimento della tessera in via permanente si potrà ottenere con un pagamento da un miliardo di dollari; il rinnovo del board avverrà ogni tre anni; l’obiettivo sarà quello di “non esportare la democrazia” in aree di conflitto ma di “promuovere la stabilità a una governance affidabile”. Tutti questi elementi paiono prefigure un nuovo organismo sovranazionale che ponga l’ONU fuori gioco promuovendo un assetto di “parte”. Un organismo sovranazionale magari contrapposto ad altri in modo da segnare una suddivisione in blocchi. La suddivisione in blocchi non regolata da “organismi terzi” (niente Consiglio di Sicurezza e diritto di vero) pare davvero essere l’obiettivo dell’amministrazione statunitense per cercare legittimità per le proprie iniziative di espansione anche territoriale. Il medio Oriente rappresenterà il primo banco di prova del Board e proprio per questo paesi come Turchia, Qatar e Egitto non potranno evitare di esserci: questo fatto pone due questioni importanti, la prima quella del coinvolgimento di questi paesi nelle fasi successiva dell’operazione, la seconda quella del rapporto con Israele che rimane comunque il punto nodale dell’equilibrio nell’area partendo dal principio che il governo di Tel Aviv considera Gaza e Cisgiordania “affare interno”. Non secondaria risulterà anche la posizione di alcuni dei paesi aderenti ai BRICS, in particolare sempre dell’area mediorientale molto legati al tema “petrolio” (tanto per semplificare). Quindi sarà sul piano più generale che l’estensione di presenza del Board all’insieme del quadro di relazioni internazionali dovrà misurarsi: una sorta di nuova “Internazionale” sovranista (Milei e Orban hanno già annunciato la loro adesione) in un contesto di nuova dimensione delle sfere di influenza e di trasformazione degli assetti politici raccolti attorno al dominio di autocrazie fondate sulla sopraffazione da parte di ricchezze di dimensioni smisurate? Di conseguenza la ricchezza (complessivamente intesa) considerata quale elemento fondativo di suddivisione gerarchica nell’esercizio del dominio e la possibilità di espressione di una politica di potenza rimarrebbe l’unica frontiera possibile. Così per noi sorgerebbero altre due questioni molto complesse e strettamente legate fra di loro: NATO e Unione Europea. Sono finiti i tempi nei quali ci si poteva permettere il lusso di scandire “Fuori dalla NATO” e propugnare “Fuori dall’Europa”. Appare evidente che è necessaria una nuova strutturazione degli equilibri anche e soprattutto sul piano europeo laddove emerge una necessità di definizione di linea rispetto agli stravolgimenti in corso. Prioritariamente va tenuto conto che al di sopra di questo gioco apparentemente di scacchi, sovrasta il tema fondamentale della guerra. In questo contesto che sicuramente qui è stato analizzato in maniera a dir poco lacunosa la sinistra italiana è chiamata a riconsiderare lo spazio politico europeo. Lo spazio politico europeo è stato fin qui oggetto di logiche alternative: chi lo ha considerato coincidente con l’UE sposando in toto gli intendimenti maggioritari e chi (sempre confondendo spazio politico europeo e UE) l’ha demonizzato come fonte di totale acquescenza ai meccanismi capitalistici di finanziarizzazione dell’economia e di conseguenza della guerra. Nella situazione attuale potrebbero invece servire proposte politiche che individuino l’Europa appunto come “spazio politico”, affidando alla questione della pace la necessaria centralità.  La questione europea necessita di un ripensamento al riguardo di determinate posizioni assunte anche nel recente passato. Debbono essere elaborati elementi di progettualità alternativa posti sia sul terreno della strutturazione politica, sia al riguardo della prospettiva economica e sociale e soprattutto della pace. Non è sufficiente pensare alla green economy e ai possibili relativi modelli di vita: le fasi di transizione si stanno presentando diverse e complesse, difficili da intrecciare. Occorre elaborare un posizione della sinistra nel determinare una proposta politica rispetto al progetto trumpiano. Abbiamo davanti grandi difficoltà: dobbiamo essere capaci di ripensare i temi dello sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi economici, culturali, sociali, ambientali e collegarli all’interno di un praticabile schema geopolitico. Deve essere aperta una prospettiva della trasformazione sociale a livello sistemico ed i soggetti rappresentativi della sinistra europea avrebbero il dovere di trovare adeguate sedi di confronto. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. 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Un NO al Referendum per non indebolire le garanzie costituzionali dei cittadini

di Avv. Beppe Sarno – Editore di Critica Sociale | Il 22 e il 23 Marzo prossimi andremo a votare per il Referendum costituzionale sulla giustizia. Ricordo che i sostenitori del NO nel frattempo hanno raccolto 500.000 firme necessarie a proporre un quesito diverso sulla scheda elettorale. Vedremo il Tar Lazio cosa deciderà.Cerco di spiegare i motivi sinteticamente i motivi che mi spingono a votare decisamente NO.Principalmente osservo che la separazione delle carriere esisté già. Un magistrato quando prende servizio deve scegliere a quale ruolo appartenere: requirente o giudicante e questa scelta può essere modificata una sola volta nella carriera e sono pochissimi i magistrati che ogni anno cambiano “casacca”. Il vero obbiettivo della legge è la riforma dell’Art.12 della Costituzione e con l’attuale progetto si tende a rendere subordinato al potere politico il Consiglio Superiore della Magistratura. Attualmente il CSM è composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri laici eletti dal parlamento scelti fra professori universitari e avvocati oltre a tre membri di diritto per un totale di 33 membri. I membri togati con l’attuale disciplina vengono eletti in diversi collegi tra magistrati di legittimità, pubblici ministeri e magistrati di merito.IL CSM attualmente in quanto organo di autogoverno si occupa di trasferimenti, conferimenti di funzioni, nomine, formazione e delle questioni disciplinari relative a giudici, pubblici ministeri, procuratori. Con la riforma, se approvata, avremo due CSM, uno per i requirenti ed uno per i giudici che svolgeranno le attuali funzioni ad eccezione della funzione disciplinare che sarà esercitata da un terzo organo la cd. Alta Corte Disciplinare. Quindi Il CSM o meglio i due CSM sono spogliati di un’attribuzione tipica dei modelli di governo autonomo dell’ordine giudiziario, appunto la disciplina. Quale sarà il raccordo fra questi tre organismi non è dato sapere. Con la riforma i membri togati dei due CSM verranno scelti a sorte quindi alla magistratura nel suo complesso viene sottratto l’elettorato attivo e passivo. Non vi è dubbio che Il meccanismo del sorteggio ridurrà grandemente l’autorevolezza del CSM e ne svilirà il ruolo politico-costituzionale di garanzia volto a realizzare la migliore tutela dell’indipendenza della magistratura. Un CSM i cui membri sono tirati a sorte si comprende che il peso della componente politica sarà sicuramente superiore.Anche l’Alta Corte Disciplinare oltre a tre nominati dal presidente della Repubblica, avrebbe altri 12 membri, tutti sorteggiati: tre dal Parlamento fra un elenco di professori di materie giuridiche e avvocati con almeno 20 anni di servizio. Sei fra i magistrati giudicanti e tre fra i requirenti, tutti cassazionisti, in entrambi i casi con almeno 20 anni di servizio. I magistrati giudicanti sono quindi in netta minoranza: 9 vs 6 ed è questa l’insidia. Concludendo con la riforma Il PM diventerà, l’organo dell’accusa e non più parte “parte imparziale”..Questo cambiamento porterà ad una perdita di garanzie per i cittadini. Non più un PM che cerca la verità processuale e raccoglie le prove anche a favore dell’indagato, d’ora innanzi non accadrà più. Ne perderanno i cittadini, ma anche la funzione del pubblico ministero che, svincolata dalla cultura delle garanzie, si troverà giocoforza a essere ripiegata nell’angusto recinto professionale del pubblico accusatore. Inoltre il peso specifico nella funzione nella composizione dell’Alta Corte disciplinare.Il 27 gennaio il TAR Lazio dovrà pronunciarsi sulla richiesta di annullamento di tale data, avanzata dal “Comitato per il No”, il cui quesito alternativo sarebbe più complesso e conterrebbe una domanda per ciascun degli articoli che la riforma della giustizia ha modificato.Votare NO è una scelta politica per evitare il controllo politico della magistratura e l’indebolimento delle garanzie costituzionali dei cittadini. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Giustizia, la riforma che riscrive gli equilibri

di Gabriele Garbo – Presidente del Comitato Socialista per il NO | Tra sorteggi, doppio CSM ed Alta Corte: perché il nuovo modello italiano rischia di diventare un’anomalia nel panorama europeo. Un cambio di paradigma La riforma della giustizia, approvata il 30 ottobre in quarta lettura al Senato con 112 sì, 59 no e 9 astenuti, segna un passaggio decisivo nella trasformazione dell’assetto della magistratura italiana. Non avendo raggiunto la maggioranza dei due terzi richiesta dall’art. 138 della Costituzione, la legge dovrà ora essere sottoposta a referendum confermativo, probabilmente nella primavera del 2026.  È bene precisare sin d’ora che, sebbene sia stata presentata come una semplice ‘separazione delle carriere’ tra giudici (magistrati giudicanti) e pubblici ministeri (magistrati requirenti), la riforma interviene in realtà sul cuore del governo autonomo della magistratura e sul sistema disciplinare, modificando la stessa nozione di autonomia finora conosciuta.  La revisione, oltre che agli artt. 104, 105 e 107 della Costituzione, riguarda anche l’art. 102, dacché prevede l’introduzione di carriere distinte per giudicanti e requirenti, pur mantenendo formalmente intatta l’unità dell’ordine giudiziario. Dovrà però essere una futura legge attuativa a definire concretamente modalità di accesso, progressione e organizzazione, affrontando nodi delicati come concorsi differenziati e requisiti specifici. Il doppio CSM La novità più dirompente è la creazione di due CSM separati, uno per i giudici e uno per i PM, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Il modello italiano diverrebbe così l’unico in Europa a prevedere la separazione istituzionale tra giudici e procuratori, mantenendo tuttavia competenze e poteri perfettamente speculari, poiché la riforma non modifica funzioni né prerogative delle due categorie.  La composizione dei nuovi CSM si baserà sul sorteggio: sorteggio secco per i togati e sorteggio “temperato” per i laici, cioè tramite estrazione da una lista approvata dal Parlamento in seduta comune. Restano però incerti elementi cruciali, come la lunghezza delle liste e i criteri per la loro formazione, che saranno definiti solo dalla legge attuativa. L’assenza di una maggioranza qualificata per l’approvazione delle liste amplifica il rischio di un’eccessiva incidenza della maggioranza parlamentare. Questo sistema solleva dubbi anche a livello europeo. Secondo la soft law e il “Rule of Law Report” (2025) della Commissione UE, infatti, un requisito fondamentale degli organi di autogoverno della magistratura è la rappresentatività, cioè la presenza di membri scelti direttamente dai magistrati. Il sorteggio, pur mirato a ridurre il peso delle correnti, rischia di entrare in contrasto con questo standard. Ne potrebbe emergere un assetto potenzialmente fragile: due organi perfettamente speculari ma separati, privi di un coordinamento naturale, e un metodo di selezione che potrebbe ridurre la rappresentanza interna e ampliare l’influenza politica. L’Alta Corte disciplinare La riforma sottrae ai CSM la loro tradizionale competenza disciplinare, affidandola a un nuovo organo costituzionale: l’Alta Corte disciplinare. Composta da quindici membri di diversa provenienza, includerà magistrati con almeno vent’anni di esperienza e funzioni svolte in Cassazione (6 con funzione giudicante, 3 con funzione inquirente), oltre a componenti nominati dal Presidente della Repubblica (3) e sorteggiati da liste parlamentari (3).  Quanto previsto dal testo della legge di revisione costituzionale potrebbe esporre ad un duplice fattore di rischio: anzitutto, la titolarità della funzione disciplinare in capo ad un terzo e distinto organo potrebbe comportare un rischio di gerarchizzazione interna, in contrasto con il modello orizzontale sancito dall’art. 102 della Costituzione. In secondo luogo, le decisioni dell’Alta Corte, qualora la riforma venisse approvata in sede referendaria, sarebbero impugnabili solo tramite un ricorso interno, senza più il controllo della Cassazione, determinando così una forte centralizzazione del potere disciplinare. Un sistema senza categorie Adottando, ora, una prospettiva comparatista, si rileva che l’assetto definito dalla riforma è difficile da collocare nelle categorie europee. Non è un modello unitario, perché gli organi di autogoverno saranno due; ma non è nemmeno un modello separato in senso pieno, poiché giudici e PM manterranno garanzie e poteri identici. I sistemi di Francia, Spagna e Portogallo, pur diversificati, non presentano nulla di simile alla simmetria totale prevista in Italia. Il quadro europeo attuale si muove verso un rafforzamento dell’indipendenza delle procure e della partecipazione diretta dei magistrati, mentre l’Italia introduce sorteggio e sdoppiamento, avvicinandosi a un modello difficilmente assimilabile agli standard continentali. Un’anomalia annunciata Il risultato finale è un sistema ibrido e inedito: due CSM speculari ma separati, un nuovo organo previsto nella Carta, garanzie costituzionali formali che restano immutate ma inserite in un contesto profondamente diverso, dove non si mette mano alle funzioni dei magistrati. La separazione delle carriere, inoltre, non tocca l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.) né l’unità formale della magistratura, generando un equilibrio nuovo e potenzialmente instabile. Se la legge attuativa non garantirà trasparenza, rappresentatività e coerenza con gli standard europei, il rischio è quello di creare un modello isolato, complesso da governare e lontano sia dalla tradizione italiana che dalle tendenze europee.  La corsa al referendum Sui partiti si polarizza il dibattito. Il centrodestra, guidato da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati, spinge con convinzione per il “sì”: per loro la separazione delle carriere è un passo essenziale per indipendenza e trasparenza della giustizia, come più volte rivendicato da Giorgia Meloni. Dall’altra parte, il centrosinistra, guidato da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle ed Avs, si prepara a una battaglia referendaria, pur dovendo fare i conti con una diversità di posizionamenti all’interno dell’opposizione (astensione di Italia Viva e voto a favore di Azione sul testo della riforma). Il PD avverte: la riforma rappresenta un rischio per la separazione dei poteri e le garanzie dei cittadini.  Anche l’ANM (Associazione Nazionale Magistrati) è critica: teme che la riforma potrebbe essere prodromica rispetto all’assoggettamento dei PM all’Esecutivo. Infatti, chiarisce Parodi: “Sappiamo bene che la riforma non contiene una norma espressa in questo senso, ma osserviamo che nei Paesi in cui la separazione esiste, come Francia, Germania e Regno Unito, il pm risulta sottoposto all’esecutivo. Non è un timore immaginario, è un dato di fatto”. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove …

Dalla parte della Costituzione: I Socialisti per il NO

COMUNICATO UFFICIALE Il “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026” è costituito per raccogliere e rappresentare le molte opinioni dei socialisti e delle socialiste e di quanti si riconoscono nel patrimonio ideale e storico del socialismo italiano, che sono contrari al progetto di “riforma della Giustizia” progettata dal governo Meloni ed oggetto del Referendum del 2026. Il quadro complessivo che si andrebbe a delineare se dovesse passare questa riforma sarebbe una modifica di fatto della Costituzione. Di fatto ma radicale: perché pone la questione delle radici legittime della Repubblica, come ha scritto recentemente Rino Formica, socialista di lungo corso e già ministro della Repubblica, in una riflessione ampia e originale che mette in guardia dalle reali volontà della destra al governo: modificare pezzi di Carta per poi radicalmente mutare l’ordinamento. La storia del socialismo italiano, fondato nel 1892 da Filippo Turati, Anna Kuliscioff e da altri compagni, si identifica, senza soluzione di continuità, con i valori e gli ideali della lotta antifascista e con la Resistenza che condussero l’Italia sulla via della democrazia e della libertà. Quei valori diedero forma e sostanza alla Costituzione repubblicana codificando una straordinaria architettura giuridica ed istituzionale. Quando il Potere giudiziario fu concentrato nelle mani del potere politico, generò il fascismo. Lo stato democratico nacque quando i Padri costituenti (tra i quali Lelio Basso e Lina Merlin) estirparono il fascismo dall’Ordinamento creando un mirabile equilibrio di pesi e contrappesi tra i poteri dello Stato. L’opera dei Padri costituenti ora viene minacciata da una riforma voluta da un governo di destra, guidato da una formazione politica che ha il fascismo nel suo DNA. Di fronte a questa minaccia è dovere di tutti i socialisti di unire le forze per dire NO! Alla riforma Nordio. Nel nome di Giuseppe Di Vagno, Giacomo Matteotti e dei fratelli Rosselli, barbaramente uccisi dal fascismo, di Eugenio Colorni, ispiratore del Manifesto di Ventotene e di Bruno Buozzi fondatore della CGIL unitaria ucciso dai nazisti. Nell’esempio del fautore della Repubblica e ministro per la Costituente Pietro Nenni, del padre dello Statuto dei Lavoratori Giacomo Brodolini e dei Presidenti della Repubblica Giuseppe Saragat e Sandro Pertini. Presidente del Comitato sarà Gabriele Garbo, 23 anni di Pordenone, che ha dichiarato: «È un Comitato che porta un nome significativo, perché richiama un patrimonio politico, umano e culturale che ha segnato la storia italiana: da Turati a Nenni, Da Pertini a Formica e molte altre figure che hanno dedicato la loro vita a un’idea di società più giusta, più equa e più libera. La riforma oggi in discussione, presentata come risposta alla necessità di “efficienza”, rischia in realtà di compromettere l’equilibrio dei poteri senza intervenire sulle reali criticità del sistema della Giustizia in Italia: i tempi del processo, i costi per i cittadini e le risorse destinate a questo Apparato. Dire NO non significa difendere l’esistente per principio, né opporsi al cambiamento. Significa ribadire che la modernizzazione democratica passa per riforme che guardino ai problemi reali, non per pericolose storpiature costituzionali. Il Comitato, del tutto autonomo nella sua struttura e nella programmazione, opererà in più Regioni d’Italia, collaborando con realtà locali che porteranno il proprio supporto a questa causa di Giustizia e consapevolezza costituzionale.» Per difendere la nostra democrazia pluralista, la nostra Costituzione e il nostro patrimonio ideale di lotte per un mondo più giusto per tutti, oggi 17 gennaio 2026 poniamo la prima pietra del “Comitato socialista per il NO – per il Referendum 2026”, certi che altri ne nasceranno a livello locale che vorranno coordinarsi con noi, rivolgendo un appello a tutti i compagni e a tutte le compagne per l’adesione.  Primissime adesioni: Rino Formica, Anna Falcone, Nathalie Besostri, Paolo Borioni, Luca Parodi, Davide Maldina, Rino Giuliani, Anna Maria Pagano, Aurora Loré, Giuseppe Frasca, Luigi Fasce, Giulio Resta, Beppe Sarno (Editore di Critica Sociale), Maria Sardelli, Stefano Longo, Andrea Renieri, Gianni Natali, Luca Cesari, Claudia Loré, Gabriella Liso, Patrizia Viviani, Giuseppe Giudice, Emilio Graziuso, Daniele De Piero, Paolo Gonzales, Franco Astengo, Maria Vitali-Volant, Giuseppe Onorati, Enrico Gervasoni, Giorgio Righetti, Daniele Scarpetti, Toni Serafini, Marco Raveggi, Bruno Lo Duca, Francesco Fronza, Carmela Recchia, Giuseppe Izzo, Angelo Fronza, Carmela Nardelli, Maria Izzo, Maraglino Grazia Maria, Riccardo Cafarotti, Andrea Pisauro, Amedeo Umberto Susta, Pasquale Maidecchi, Renato Costanzo Gatti, Francesco D’Aguì, Mario Staffa, Luigi Scardaone, Giuseppe Meroni, Roberto D’Ambra, Giuseppe Iacopini, Pasquale Calandra, Roberto Finessi, Liviana Enrile, Giacomo Bini, Enzo Caneva, Giulia Resta, Gaetano Martucci, Greta Moretti, Emilio Cozza, Gianni de Angelis, Antonio Franchi, Giovanni Tevisio, Marco Del Priore, Deanna Marescotti, Pierluigi Rainone, Carmela Fugale, Stefano Gatti Vonte, Maria Altomare Cascella, Marco Fumagalli, Gian Piero Ferrai, Roberto Sola, Claudio Tomassini, Circolo Calogero-Capitini Genova, Michele Serrapica, Gianvito Mastroleo (già Presidente Fondazione Di Vagno), Mario Gaeta, Movimento Radicalsocialista (Organizzazione politica presente su scala nazionale), Margherita Zanì, Vincenzo Campo, Aladino Lombardi, Salvatore Giannetto, Bruno Marinelli, Angelo Mattone, Antonio Pacelli, … SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. 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