Il contratto dei metalmeccanici

di Franco Astengo | 1) “E’ stato firmato il contratto dei metalmeccanici che prevede 205,32 euro di aumento medio. L’intesa è stata raggiunta dopo una lunga trattativa da Federmeccanica e Assistal con Fiom Cgil, Fim Cisl e Uilm. Il contratto scaduto a giugno 2024 è stato rinnovato dopo 17 mesi di difficili trattative caratterizzate da ripetuti “stop and go”, con una rottura del tavolo, 40 ore di sciopero e manifestazioni in tutt’Italia, e dalla metà di luglio una ripresa del negoziato.L’aumento mensile che al livello medio (C3 ex 5°liv.) è di 205,32 euro, porterà ad un aumento di 177 euro dei minimi per i prossimi tre anni. La prima rata di 27,70 euro è stata già erogata il 1° giugno 2025, la prossima tranche di 53,17 euro sarà pagata il 1° giugno 2026, gli ulteriori 59,58 euro il 1°giugno 2027, la quarta tranche di 209; 64,87 sarà corrisposta il 1° giugno 2028. Gli aumenti contrattuali pari al 9,64%, sono superiori al tasso di inflazione Ipca previsto del 7,20%, ma spalmati su 4 anni e non più su 3. Aumentano anche i Flexible benefit completamente esentasse, dagli attuali 200 euro a 250 euro da erogare entro febbraio 2026 che nel periodo 2021-2028 raggiungono così la somma di 1.750 euro netti per ciascun addetto. Importanti novità riguardano anche le parti normative del Ccnl, con l’’ampliamento a 96 delle ore/anno per l’orario plurisettimanale per meglio bilanciare i carichi di attività e il contestuale innalzamento a 128 ore del tetto tra plurisettimanale e straordinario in quote esenti. Si prevede che i contratti a termine possano superare i 12 mesi di durata a fronte di specifiche causali, ma dal 2027 le causali per prorogare i contratti di 12 mesi potranno essere usate solo se saranno stabilizzati almeno il 20% dei precedenti contratti a tempo determinato. Sullo Staff-leasing è stato introdotto il diritto dopo 48 mesi ad essere stabilizzati a tempo indeterminato presso l’azienda oggetto della missione.” 2) Il contratto dell’ antica “classe generale” quella che esprimeva il sindacato “soggetto politico” nel passaggio per dirla con Bruno Trentin “da sfruttati a produttori”. Abbiamo riportato integralmente i principali passaggi dell’accordo contrattuale rilevandolo dal sito del “Sole 24 ore”, ovviamente non siamo in grado di fornire una valutazione di merito: questo testo è finalizzato soltanto a segnalare non solo la diversità dai tempi trascorsi quando il contratto dei metalmeccanici era il “contratto” che segnava un’intera stagione economico – sociale.E’ il caso di approfondire invece il quadro generale all’interno del quale la firma del contratto si situa (per combinazione la firma dell’intesa ha coinciso con la decisione di Moody’s, una delle più influenti società di ricerche finanziarie al mondo, ha migliorato la sua valutazione (il rating) dell’Italia.Tecnicamente lo ha portato da Baa3 a Baa2. Decisione intorno alla quale il governo di destra ha battuto la grancassa soprattutto al riguardo della “stabilità”). Anche per la sinistra politica il contratto dei metalmeccanici non assume più un aspetto di “centralità”. Una sinistra alle prese con ormai storiche difficoltà di radicamento sociale e, nella fattispecie, con l’idea che prevalentemente gli operai dell’industria si sono spostati a destra perchè trascurati nella loro condizione di vita e di lavoro e sensibili al richiamo corporativo.Quanti sono i dipendenti nell’industria metalmeccanica in Italia? Più di 1,8 milioni (dati Istat) se contiamo anche il lavoro interamente sommerso (che avrebbe un’incidenza relativamente bassa in questi comparti) e quel po’ di occupazione metalmeccanica attiva in imprese che ufficialmente non sono metalmeccaniche: al netto di queste due componenti, gli occupati delle imprese metalmeccaniche sono circa 1,7 milioni. Alla vigilia della crisi superavano i due milioni: in un quinquennio le imprese metalmeccaniche hanno dunque bruciato circa 300 mila posti di lavoro. Un terzo di questa perdita è concentrata nei settori della fabbricazione di prodotti in metallo (come generatori, caldaie, armi, ferramenta) che – insieme all’industria meccanica – esprimono il grosso dell’occupazione metalmeccanica. 3) Sorge una domanda: Questo contratto come si colloca nel quadro complessivo della situazione industriale che appare – tra l’altro – dominata dalla vicenda ILVA e dalla concreta possibilità di secco ridimensionamento della presenza della siderurgia in Italia.Ci troviamo nella situazione dell’ennesimo passaggio nella lunga storia dell’apparentemente irreversibile declino dell’Italia dei settori fondamentali nella produzione industriale.L’Italia si trova in una situazione d’incapacità di difesa del proprio residuo patrimonio economico soprattutto perché si trova di fronte ad uno specifico intreccio perverso tra politica ed economia che ha finito con il paralizzare scelte fondamentale che sarebbero state necessarie, soprattutto dal punto di vista dell’intervento del pubblico sia sul piano degli investimenti che della gestione.Il quadro complessivo appare di grave insufficienza anche dal punto di vista della realtà finanziaria e delle infrastrutture.Il tessuto produttivo nazionale attraversa, da anni, una crisi strutturale che condiziona l’economia del Paese e non si è mai riusciti a varare una sintesi di programmazione economica, all’interno della quale potesse emergere la capacità di selezionare poche ed efficaci misure, in grado di incrociare la domanda di beni e servizi e promuovere una produzione di medio e lungo periodo.Appaiono, inoltre, in forte difficoltà anche gli strumenti di rapporto tra uso del territorio e struttura produttiva; strumenti ideati nel corso degli ultimi vent’anni allo scopo di favorire crescita e sviluppo: il caso dei distretti industriali, appare il più evidente a questo proposito.Da più parti si sottolinea, giustamente, il deficit d’innovazione e di ricerca. Abbiamo verificato il determinarsi di una vera e propria involuzione del sistema con il Paese ormai praticamente privo di capacità industriale nei settori strategici, dopo la sbornia delle privatizzazioni e l’aver adottato, fin dagli anni’80 strategie sbagliate proprio sul terreno del modello di sviluppo. Avremmo avuto bisogno invece, di programmazione e di capacità di gestione verso i soggetti capaci di generare innovazione: l’Università, in primis, l’Enea, il CNR, le grandi utilities, le infrastrutture. 4) Come può essere possibile affrontare oggi questo frangente che minaccia di far chiudere quasi completamente la storia della siderurgia in Italia e di far compiere un altro passo indietro alla presenza industriale complessiva del Paese in un quadro internazionale di grandissima difficoltà caratterizzato dai dazi di Trump. dai venti di guerra, dall’aggressività cinese in tutti i campi, dall’arresto del processo di globalizzazione, dalla …

Nilde Iotti: La Presidente, la Partigiana, la Donna che cambiò l’Italia

L’immagine di corredo copyright Getty Images di La sensibilità dell’anima | «Mi chiamano Nilde, e questa è la mia storia: una storia di povertà, di resistenza, d’amore e di Repubblica.» (Racconto in prima persona ricostruito a partire dai fatti reali) Sono nata a Reggio Emilia, in una casa povera. Mio padre, Egidio, era un socialista: un uomo dritto, con la schiena più solida delle fabbriche in cui lavorava. Preferì perdere il posto piuttosto che piegare la testa. Da lui ho imparato una cosa fondamentale: la dignità vale più di qualsiasi stipendio. Io volevo studiare. Lo volevo con tutta me stessa. Ho fatto sacrifici che oggi, forse, nessuno immaginerebbe: libri presi in prestito, ore di strada percorse a piedi, cene mangiate in fretta per guadagnare tempo. Alla fine, ce l’ho fatta: mi sono laureata in Lettere alla Cattolica. Ma la mia vera libertà l’ho conquistata in montagna, da staffetta partigiana. Avevo scelto da che parte stare: dalla parte di chi liberava, non di chi opprimeva. Finita la guerra, il mio Paese aveva bisogno di essere ricostruito non solo con le pietre, ma con le parole e con le idee. Quando mi elessero all’Assemblea Costituente avevo 27 anni. Ero una ragazza, ma non ebbi paura: sedetti accanto ai Padri della Patria e contribuii a scrivere la nostra Costituzione. La mia penna non tremava: sapevo che quel testo avrebbe disegnato il futuro delle donne e degli uomini italiani. Poi arrivò Palmiro. Il compagno Togliatti. Si innamorò di me con la forza dei grandi che non hanno bisogno di recitare. Io ero sposata, lui pure. I compagni ci giudicarono. Ma la storia non si ferma davanti agli scandali: l’amore, quando è vero, non chiede permesso. Andammo a vivere in una soffitta di due stanze. Adottammo una figlia. E proseguimmo il nostro cammino politico e umano, insieme, fino all’ultimo. Ricordo come fosse ieri il giorno in cui Pallante sparò a Palmiro. Io fui la prima a chinarmi, a tamponare, a gridare aiuto. Ho sempre creduto che l’amore non sia dire “ti amo”, ma restare mentre gli altri fuggono. Nel 1979 diventai Presidente della Camera. Eletta al primo scrutinio. Era la prima volta per una donna. Fu l’onore più grande della mia vita. Nel mio discorso di insediamento parlai di emancipazione, di imparzialità, di diritti civili. Di terrorismo, che allora mordeva e mordeva duro. Avevo un obiettivo chiaro: difendere il Parlamento e difendere le donne. E lo feci per 13 anni consecutivi, più a lungo di chiunque altro nella storia repubblicana. Mi volle senatrice a vita il Presidente Cossiga. Rifiutai. Io avevo sempre servito le istituzioni: non avevo bisogno di un titolo per sentirmi parte di esse. Il 18 novembre 1999 decisi di dimettermi da ogni incarico. I deputati si alzarono in piedi. Un applauso lungo, commosso, come se tutta la sala respirasse insieme. Il mio cuore era stanco. Poco dopo, il 4 dicembre 1999, smise di battere. Ho scelto di riposare al Verano, tra i compagni partigiani. Il mio fiore preferito? Quello rosso. Lo stesso che vi chiedo di portare, se vorrete, sul mio nome. NILDE, LA STORIA CHE NON SI PIEGA Ci sono figure della nostra storia che non appartengono solo al passato: continuano a vigilare sul presente. Nilde Iotti è una di queste. Figlia di poveri, cresciuta nella dignità, partigiana, Costituente, donna che ha scritto la Repubblica, prima Presidente della Camera, pioniera dei diritti, madre adottiva, compagna nella vita e nella politica: una vita che basterebbe per dieci biografie. Nilde è il simbolo di una politica che oggi pare fantascienza: una politica fatta di rigore, sacrificio, studio, umiltà e visione. La sua storia intreccia tutto ciò che siamo e tutto ciò che vorremmo essere: – l’Italia che sa ribellarsi; – l’Italia che costruisce; – l’Italia che non si vergogna di avere donne al comando; – l’Italia che mette la giustizia sociale davanti ai privilegi. Eppure, a vent’anni dalla sua morte, nel 2019, un quotidiano decise di infangarla titolando: “Hanno riesumato Nilde Iotti”. Una violenza simbolica, misogina, triviale. Un insulto rivolto non solo a lei, ma a tutte le donne italiane, alle partigiane, alle madri costituenti, alle professioniste, alle combattenti della libertà. Non era solo cattivo giornalismo. Era revisionismo. Era odio. Era ignoranza mascherata da ironia. E oggi, in un’Italia dove presidenti del Senato collezionano busti del Duce e dove la Liberazione viene ancora messa in discussione da chi non la riconosce come fondativa della nostra democrazia, ricordare Nilde non è un atto rituale: è un atto di resistenza. Perché Nilde è la donna che, più di tutte, ha incarnato la forza tranquilla delle istituzioni. È la partigiana che ha liberato l’Italia. È la comunista che ha difeso il Parlamento anche da chi lo voleva piegare. È la Presidente che ha creduto nelle donne quando le donne non avevano quasi nulla. Chi oggi vuole riscrivere quella storia, o peggio deriderla, lo fa per un solo motivo: perché sa quanto sia ingombrante la memoria di una donna come lei. Per questo il 25 aprile — ogni 25 aprile — non celebriamo solo la Liberazione. Celebriamo anche Nilde, la Presidente. La partigiana. La donna che non ha mai abbassato lo sguardo. La donna che ci ricorda ciò che potremmo essere se solo ce lo imponessimo davvero. E allora sì: oggi, ora, adesso, Nilde Iotti è ancora viva. Nella nostra Costituzione, nei diritti delle donne, nella dignità della politica, nella libertà conquistata, difesa, scritta e tramandata. Una donna grande in tutto. Una donna che non si lascia archiviare. Una donna che, ancora oggi, insegna all’Italia come si sta al mondo. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Nordio e il mito del DNA ribelle

di Francesca Straticò | La genetica non è un alibi: la parità non è un capriccio femminile, ma una conquista universale. Chi la nega, tradisce la scienza e la storia, e si condanna a un ruolo da reperto museale. Le parole del ministro Nordio, secondo cui il “codice genetico dell’uomo non accetta la parità” hanno il fascino stanco delle superstizioni travestite da biologia. La genetica, quella vera, non contempla alcun gene della sopraffazione. Al contrario, studi di neuroscienze e psicologia evolutiva dimostrano che capacità cognitive, empatiche e di leadership non hanno basi di genere: uomini e donne condividono la stessa architettura cerebrale, con variazioni individuali infinitamente più rilevanti di quelle sessuali. Se proprio vogliamo giocare con i dati, ricordiamo che le donne hanno una maggiore aspettativa di vita, un sistema immunitario più efficiente e una resilienza superiore allo stress. Non è un caso che in molte specie la sopravvivenza della comunità dipenda dalla centralità femminile. La biologia, insomma, non è un manuale di maschilismo, ma un’enciclopedia di adattamento e cooperazione. Attribuire alla genetica la resistenza alla parità è un gesto che ricorda le teorie ottocentesche sulla “isteria femminile”, oggi archiviate come curiosità patologiche della cultura patriarcale. È come se un ministro, nel XXI secolo, citasse Lombroso per spiegare la criminalità! La letteratura e la filosofia ci offrono antidoti potenti: Simone de Beauvoir ci ha insegnato che “Donna non si nasce, lo si diventa”, smontando l’illusione di un destino biologico. E Virginia Woolf, con la sua “stanza tutta per sé”, ha mostrato che la libertà intellettuale non è un privilegio genetico, ma una condizione sociale. Persino Aristofane, con la sua Lisistrata, aveva intuito che il potere femminile poteva fermare guerre millenarie: altro che resistenza alla parità. Ridurre la questione a un presunto difetto cromosomico significa ignorare che la parità di genere è una conquista dell’intera società, non un favore alle donne. È il motore di economie più solide, di democrazie più mature, di comunità più sane. Negarla equivale a sabotare il presente e il futuro, e a dimostrare una pericolosa incapacità. Un rappresentante delle istituzioni che non riconosce la parità è come un medico che non crede nella cura, un giudice che non crede nella legge, un architetto che non crede nella gravità. Un governo che si affida a simili argomentazioni dimostra di essere mentalmente relegato in un passato buio, incapace di incarnare le aspettative di un Paese che chiede modernità, equità e visione. La parità di genere, non è un compromesso, ma un atto di civiltà. Non è scritta nel DNA, ma nelle Costituzioni, nelle lotte sociali, nelle vite di chi ha creduto che il mondo potesse essere migliore. La parità non è una concessione, né un vezzo ideologico: è la condizione minima per una società che voglia definirsi civile. Non è scritta nel DNA, ma nella dignità. Non è una battaglia delle donne contro gli uomini, ma una rivoluzione dell’intelligenza contro l’ignoranza, della giustizia contro l’arbitrio e del futuro contro la paura. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Riportiamo il riformismo al suo vero significato: progetto, lotta, costruzione collettiva

di Lorenzo Fattori e Raffaele Cimmino – Tratto da www.strisciarossa.it | Viviamo in tempi oscuri. Tempi in cui la guerra ha preso il posto della politica, e poco consola il vecchio aforisma secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Oggi, sembra piuttosto che la politica si sia ritirata del tutto, lasciando spazio alla forza bruta, alla sopraffazione, e allo spargimento di sangue. È un tempo, insomma, in cui la legge del più forte ha preso il posto dei diritti e della composizione mediata dei conflitti. E questo vale anche – da alcuni decenni – per la società occidentale. La politica, intesa democraticamente come tecnica di mediazione, come ricerca di soluzioni condivise, sembra ormai diventata un simulacro vuoto. I grandi ideali che un tempo animavano i partiti sono stati sostituiti da slogan vuoti, da bandierine piantate per marcare un posizionamento più che per proporre visioni. In questo vuoto, anche il riformismo – che dovrebbe essere il cuore pulsante della sinistra democratica e progressista – è stato svuotato, ridotto a una formula rituale, a etichetta buona per tutte le stagioni, a formula priva di carne e sangue. Il riformismo, insomma, è diventato nel lessico politico un segno convenzionale per dire che si è dalla parte della conservazione dell’assetto sociale esistente, dell’impresa sfruttatrice più che del lavoro emancipante, della deregolamentazione, della competizione, dalla parte dei vincenti, di chi accetta l’ideologia della disuguaglianza il cui vessillo è il merito, inteso, dice il filosofo Michael Sandel, come ratifica della disuguaglianza. È il fardello degli anni Novanta. L’uso di questo termine, ad oggi, configura un inganno: “riformista”, infatti, è quell’aggettivo scelto dai socialisti che, per la trasformazione sociale, investivano nel lavoro parlamentare e istituzionale, in contrasto prima con la corrente rivoluzionaria, e poi con il comunismo bolscevico. Ma il riformismo è questione di metodo, appunto, non di messa in discussione degli obiettivi socialisti di emancipazione delle classi subalterne! Il riformismo italiano, dunque, aveva per sua origine un significato trasformativo. Tensione alla rimozione delle barriere di classe, prima; alla realizzazione del dettato costituzionale, poi. Le riforme, nel primo trentennio repubblicano, distribuivano e ampliavano diritti. Da un certo momento in poi, appunto dagli anni Novanta, il “riformismo” esaltato dal mainstream è invece stato quello che i diritti li ha demoliti in nome del mercato e della competizione. È proprio questo il nodo: riportare il riformismo al suo significato autentico superandone quell’utilizzo formalistico che serve solo al posizionamento nel perimetro di una politica sempre più povera di idee e principi. Il riformismo non può essere la foglia di fico di chi ha smesso di credere nella possibilità di cambiare le cose: non ha senso l’utilizzo di questo termine per bacchettare chi propone obiettivi di progresso sociale, e ha ancor meno senso in un contesto in cui non viene messa in discussione la via istituzionale. Riformismo dovrebbe essere progetto, lotta, costruzione collettiva. Se deve tornare a essere questo, non servono vecchi figuranti ma una nuova generazione capace di guardare oltre il presente, di pensare l’impossibile per renderlo reale. Per tornare a praticare nuovamente il riformismo bisognerebbe innanzitutto abolire dal lessico politico questo termine ormai del tutto svuotato di senso. In un tempo che sembra aver dimenticato il valore della politica come strumento di convivenza e di giustizia sociale, l’unico vero atto radicale è tornare a credere nella politica che va alla radice delle cose. Si resta fatalmente ostaggio di un politicismo mediocre se la alfa e l’omega dell’agire politico non è più il governo della società ma la gestione del potere. Se ci si limita a contendersi con la destra pezzi marginali di elettorato abbandonando al proprio destino chi “vota” astenendosi, scompare in controluce la differenza tra una destra neoautoritaria e tendenzialmente egemonica e una sinistra priva persino di una contronarrazione. Bisognerebbe andare ad ascoltare i discorsi di Bernie Sanders tenuti nel corso degli anni, insegnano molto. Insomma, il riformismo come è declinato dal circuito politico-mediatico, chiamiamolo il piccolo riformismo, è fondato sul mito di un centro politico e sociale di incerta natura e dal terrore del radicalismo si sinistra. Un autoinganno che non consente di vedere che il centro della società è frantumato e scomposto da trent’anni di neoliberismo e che il radicalismo abita ormai a destra. Non si riesce nemmeno a leggere una vicenda certamente parziale e limitata come quella di Mamdani – sindaco socialista di New York – se non come un auspicio almeno come un sintomo. Significativamente il piccolo riformismo non attacca mai la destra al governo, semmai la rincorre. Però attacca sempre la sinistra in ogni sua forma, che, a suo dire, non sarebbe adatta a governare. Non si avvedono i riformisti che le casematte centriste sono ormai colonizzate dal partito neoconservatore della fu fascista Meloni e che bisogna costruire altro, e che pezzi di società, un tempo di centro, ormai sono molto più radicalizzati di chi ha la presunzione di rappresentarli. I cosiddetti riformisti di oggi somigliano in fondo molto a quei vecchi liberali che immaginavano, all’indomani della tragedia del ventennio fascista e della guerra mondiale, che tutto sarebbe tornato come prima. Ignoravano che i passaggi d’epoca non concedono mai repliche di quello che è stato. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Danimarca, il voto dimostra che per la sinistra il moderatismo centrista è un’illusione

di Paolo Borioni – Tratto da www.strisciarossa.it Le recentissime elezioni locali appena svoltesi in Danimarca sono state propagandate come una grave sconfitta socialdemocratica, cosa solo in parte vera e diciamo incompleta. La sconfitta, attesa, è in realtà di tutti e tre i partiti del governo di maggioranza centrista: Socialdemocratici, liberal-agrari (Venstre) e Moderati: partito del tutto nuovo e istantaneo, nato proprio per favorire una formula centrista. Una soluzione inusuale nei paesi nordici dove si governa perlopiù con esecutivi di minoranza e spostati verso sinistra, oppure verso destra. Sono ormai anni che i sondaggi preannunciano catastrofi al governo centrista di Copenaghen, e queste sono giunte puntualmente a compiersi: nella totalità i tre partiti arrivano poco oltre il 40%, una forte debacle, Socialdemocrazia e Venstre perdono più di tutti. E i Moderati nati apposta per costituire la coalizione di centro praticamente scompaiono in queste elezioni comunali generali con appena l’1%. La sconfitta del governo di centro di Mette Frederiksen Come per Macron, come per l’ex governo tedesco di Scholz, come per le totali rovine sia del Labour ipermoderato di Starmer, come per quanto avvenuto da poco alle elezioni norvegesi, il moderatismo centrista non offre che soluzioni apparenti. Una smentita parziale e locale è giunta solo dai Paesi Bassi, ma proprio da lì ricordate tutti bene che si era con improvvida fretta sostenuto due elezioni fa che “la spinta populista era stata battuta” da Rutte, solo per vedere presto tornare con forza Wilders. Adesso la vittoria dei liberal progressisti di D66, inedita a questi livelli di consenso, appare come un tentativo randomico (del tipo: “proviamo anche questi nella girandola della instabilità”) mentre il voto alla destra populista rimane elevato come prima pur redistribuendosi. Tornando alla Danimarca, ricostruiamo le premesse dell’attuale sconfitta (ripetiamo: nettamente attesa) del governo di centro. Per la verità, nelle due ultime elezioni un accorgimento leggermente più fruttuoso si era trovato (anche se, come diremo sotto, non è quello risolutivo, per la Danimarca e per tutti). Mette Fredriksen aveva dato vita a una politica che poneva ai margini i liberal-progressisti (detti Radikale Venstre o RV, piccolo ma storico partito assai simile proprio agli olandesi D66) a partire dalla constatazione che il loro centrismo neoliberale, super europeista e molto aperto all’immigrazione conducesse all’insuccesso (come dimostrato diverse volte ovunque e in Danimarca anche recentemente dal 2011 al 2015) proprio in quanto queste tre caratteristiche praticate simultaneamente costituiscono la ricetta della sconfitta e la fortuna della destra odierna. Infatti, la pratica piuttosto assurda di avanzi di bilancio di tutti i tipi (cioè avere meno salario e welfare del possibile e del meritato, nonché lavorare di più) rende gli elettori (qui i danesi ma in generale tutti) poco comprensivi verso gli altri paesi UE indebitati, e facilita alla destra nazional-populista la propaganda sulle mogli “di retroterra etnico non europeo”, che dall’Anatolia si percepiscono (assieme anche ai loro venerabili anziani) con insufficiente propensione a lavorare. Possiamo anche disprezzare i danesi e tutti i molti europei che così ragionano, ma invece tutto questo dovrebbe condurre i socialisti democratici alla regola per cui l’internazionalismo non si fa senza una importante connessione: quella dei diritti praticabili di chi ha più possibilità (e praticabili lo sono pienamente) che favoriscono una crescita più diffusa, la quale sospinge a sua volta i diritti e la redistribuzione dei vantaggi di chi (temporaneamente) ha meno possibilità. Cioè vale poi anche all’inverso, e innesca a regime un circolo virtuoso. Ora, pur non adottando questo schema internazionalista (il che è grave, sia chiaro, per dei socialisti democratici, ma vale in modi diversi per tutto il PSE) Mette Fredriksen aveva capito come rendere meno nefaste le conseguenze del presente. Dal 2017 era tornata a soluzioni in cui la socialdemocrazia (come da tradizione del resto) fa governi di minoranza sostenuti dalla sinistra (post comunisti di EL e socialisti del Popolo di SF), ma chiarendo che però essa avrebbe operato secondo lo schema “un passo a destra e uno a sinistra”. Cioè avrebbe dato più welfare grazie ad accordi con la sinistra (sebbene molto meno del potenziale, e solo per le categorie più esposte) ma avrebbe anche mantenuto molto restrittive le politiche migratorie (per non parlare delle retoriche, con tanto di baci e abbracci con la Meloni) convergendo su questo in Parlamento con la destra nazional-populista. Così facendo la socialdemocrazia trattiene più voto di sinistra e al contempo sulla linea dura dell’immigrazione raccoglie voti popolari di altro tipo. Al contempo però anche la “sinistra-sinistra” riceve voti che vogliono assicurare un condizionamento più socialista dei socialdemocratici. Ergo: una divisione del lavoro che fa andare bene la sinistra-sinistra ma ANCHE la socialdemocrazia. La quale causa a sua volta anche problemi grossi alla destra. Grazie a questo la socialdemocrazia era tornata a circa il 28% e sopratutto acquisiva centralità rimanendo l’unico vero grande partito di popolo, visto che gli altri totalizzavano al massimo meno della metà dei suoi voti. La sinistra “alla Mamdani” cattura lo scontento socialdemocratico Se questo schema invece viene meno (come è venuto meno con i governi centristi degli ultimi anni) postcomunisti di EL e socialisti del Popolo di SF, avanzano molto di più, immagazzinando voto socialdemocratico deluso (e infatti giorni fa hanno trionfato a discapito della socialdemocrazia al comune di Copenaghen, “alla Mamdani”, e in altri comuni di quell’area, come Gladsaxe) ma a discapito della socialdemocrazia, la quale poi nemmeno riesce a strappare voti popolari all’astensione o alla destra. Insomma: con la coalizione centrista assieme a liberal-agrari (Venstre) e Moderati la Socialdemocrazia non può adottare lo schema del governo di minoranza che salta il centro sia sul welfare (verso sinistra) sia sugli immigrati (verso destra). Negli ultimi anni ha dovuto/voluto invece fare il contrario esatto: governare con due partiti di centro tra l’altro inimicandosi sia la Chiesa nazionale (“del popolo”) sia il sindacato riguardo alle feste comandate: ne ha abolita una (“il grande giorno della preghiera” istituito secoli fa dopo la Riforma luterana) allo scopo di aggiungere ore lavorate, senza contrattare né con la Chiesa luterana schiacciantemente maggioritaria né con il sindacato. Tutt’altro che inezie: si tratta …

Giovanni Faraboli

di Ferdinando Leonzio | Il 33° congresso del PSI/IOS[1] (Parigi, 26-28/6/1937, terzo ed ultimo dell´esilio, confermó a larga maggioranza la linea Nenni-Saragat di unitá d´azione col PCdI[2], visto come un valido strumento per combattere il dilagante fascismo in Europa, e rielesse lo stesso Nenni alla segreteria del Partito[3]. Ma, in quell´occasione emerse una minoranza “di destra”, rappresentata sostanzialmente da G.E. Modigliani e da Angelo Tasca[4], piuttosto diffidente verso la collaborazione col PCdI. Al congresso intervenne anche il segretario della Federazione del Sud-Ovest (Tolosa), intitolata a Giacomo Matteotti, Giovanni Faraboli. Questo il suo intervento, cosí riassunto sul n. del 10 luglio 1937 del Nuovo Avanti: Il Congresso è stato una bella, grande ed elevata manifestazione di fede socialista. In ognuno di noi vibra il desiderio di intensificare lo sviluppo e l´azione del nostro Partito. Sul problema della unitá d´azione siamo tutti concordi; non siamo d´accordo per l´adesione del nostro Partito alla Unione Popolare[5]. Rafforziamo il Patto di unitá d´azione che è una cosa seria ed uno strumento per la realizzazione dell´unitá del proletariato italiano.  Giovanni Faraboli, bracciante figlio di braccianti, nacque a Fontanelle (Comune di Roccabianca, nella Bassa Parmense), da Luigi e da Alba Giordani, il 23 marzo 1877. Pur avendo raggiunto un grado di istruzione non elevato (terza elementare) egli era dotato di una viva intelligenza, di una fortissima volontá di apprendere e di una notevole capacitá di comunicare, che gli consentiranno di raggiungere importanti traguardi per realizzare quello che era il suo piú grande sogno: il riscatto dei lavoratori. Quell´omaccione alto e massiccio come una quercia, dalla chiara e onesta faccia[6]diventerá in breve un fervente sostenitore della cooperazione integrale, cioè della cooperazione intesa come forma economica autonoma (da sostituirsi al sistema economico liberale esistente), da lui immaginata come soluzione ai mali del suo tempo: un progetto che trovó piena realizzazione nella sua Fontanelle. Il suo riformismo infatti non aveva nulla di ideologico né burocratico. Come quello di Prampolini nel Reggiano, il suo era un riformismo concreto, costruito giorno per giorno, con la lotta dei lavoratori, aperto a tutti, sostenuto da un´attivitá intensa e continua di proselitismo. Un progetto, il suo, che non si limitava alla crescita economica del bracciantato, allora alla mercé del latifondismo locale, mediante la creazione di cooperative agricole (per affittare vaste estensioni di terreno da coltivare), di consumo (per calmierare i prezzi) di lavoro (per partecipare agli appalti di opere pubbliche); ma che mirava anche al riscatto sociale e culturale dei lavoratori, come dimostra la promozione di corsi di istruzione serali e la fondazione di una pubblica biblioteca, intitolata al grande scrittore socialista, il celebre autore di Cuore Edmondo De Amicis[7]. Intensa, coerente e decisa, si evolveva la sua azione politica e sindacale e soprattutto cooperativistica. Il 7 aprile 1901 il giovane Faraboli fondó la prima lega contadina di Fontanelle, il cui immediato obiettivo era l´aumento dei bassissimi salari; di essa divenne presidente attivissimo, tanto che nel 1905 entró nella Commissione Esecutiva della Camera del Lavoro della provincia di Parma. Nel 1902 si iscrisse al Partito Socialista Italiano (PSI), aderendo alla corrente riformista, allora maggioritaria in Italia[8] e nella Bassa Parmense, dove si trovavano Fontanelle e il collegio elettorale dell´attuale Fidenza che aveva eletto deputato il riformista prof. Agostino Berenini[9]. Infatti il suo socialismo, fortemente pragmatico, concepiva la militanza politica finalizzata ad una graduale e continua emancipazione dei lavoratori, in cammino verso una societá di liberi ed eguali. Parte assai rilevante ebbe Faraboli nella costituzione (1904) della cooperativa di consumo, poi chiamata Casa dei socialisti. Funzionale al suo impegno di cooperatore era anche la presenza di un forte sindacato, per cui Faraboli estese il suo incessante impegno organizzativo ai paesi vicini al suo. Nel 1903, per iniziativa di Italo Salsi[10] sorse la Federazione provinciale delle cooperative, al fine di creare, come era giá avvenuto nella prampoliniana Reggio, un´organizzazione di coordinamento capace di fronteggiare la voracitá delle classi dominanti e di offrire ai lavoratori la speranza concreta di una vita migliore. A questa azione di organizzazione e di aggregazione aderí l´instancabile Giovanni Faraboli, che ne aveva intuito la capacitá di creare nuovi modelli di vita, non piú assediata dal pericolo della fame. Nel 1905 fu infatti delegato a rappresentare i lavoratori della zona a Bologna nel Congresso Nazionale della Federazione Lavoratori della Terra (Federterra), che eleggerá segretaria nazionale la grande socialista Argentina Altobelli[11]. Nel 1907 fu costituita una cooperativa di lavoro, idonea a svolgere opere di miglioria agricola. Con l´arrivo, ancora nel 1907, alla direzione della Camera del lavoro di Parma di Alceste De Ambris[12], il sindacato, anche col contributo di Faraboli, ebbe un grande sviluppo, che culminó nel riuscito sciopero del maggio dello stesso anno. La collaborazione di Faraboli con De Ambris tuttavia cessó quando, dopo la costituzione della Confederazione Generale del Lavoro (Milano 1°-10- 1906) controllata dai socialisti riformisti capeggiati da Rinaldo Rigola, i sindacalisti rivoluzionari abbandonarono i lavori. Successivamente, nel convegno di corrente tenuto a Ferrara il 1° luglio 1907, essi decisero di uscire dal PSI. Quattro mesi dopo, nel corso di un convegno tenuto a Parma il 2 novembre 1907, decisero di lasciare anche la CGdL e costituirono un Comitato Nazionale della Resistenza, che poi sarebbe sfociato nella costituzione di un nuovo sindacato[13]. Giovanni Faraboli, riformista da sempre, assieme a tutta l´organizzazione sindacale della Bassa Parmense, col convegno di Zibello del febbraio 1908, decise invece di rimanere fedele alla CGdL, partecipando alla creazione, a Fidenza, di una nuova Camera del Lavoro, legata appunto alla CGdL, di cui diventerá segretario. Nel marzo successivo Faraboli entró nel Comitato Centrale della Federterra. Negli anni seguenti un nuovo fronte di lotta sia aprí per i socialisti di Roccabianca, relativamente all´Amministrazione Comunale, da sempre, grazie ai meccanismi elettorali, in mano agli agrari, che se ne servivano per vessare i lavoratori. Ma alle elezioni del 16 giugno 1914 la lista proletaria, guidata da Faraboli, riuscí a conquistare l´Amministrazione Comunale e ad eleggere sindaco il giovane bracciante Paolo Bertoluzzi, intenzionato a realizzare un programma di importanti interventi sociali, tutti miranti a creare occasioni di lavoro e di istruzione. Faraboli, …

L’anarchia della prevalenza del più forte

di Franco Astengo | La democrazia italiana fondata sulla Costituzione Repubblicana si trova su di un piano inclinato e può scivolare pericolosamente. Questa è la sensazione che si ricava analizzando le vicende dell’ultimo decennio. Una sensazione ancor più acuita dai fatti che stanno accadendo attorno a noi partendo dal quadro generale che vede l’establishment del nostro Paese allineato alle logiche di guerra che stanno prevalendo a livello planetario. Logiche di guerra che si situano nel pieno di una tempesta alimentata dalla spirale neo-liberista e negazionista che sembra prevalere nell’allineamento della logica dei blocchi imposta dalle Grandi Potenze impegnate a coltivare gli orti di casa propria incuranti degli evidenti rischi che stanno sorgendo a livello planetario a partire da quello nucleare e non dimenticando il possibile scoppio di una enorme bolla speculativa sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale che si sta per realizzare in un quadro di vera e propria “anarchia della prevalenza del più forte“. Limitiamo, per il momento, la nostra analisi al “caso italiano” (trasformato in retroguardia dopo tanti anni di avanguardia): i fatti più recenti dimostrano come sia sbagliata la linea (che definirei “giolittiana”) di inclusione della destra nel normale tessuto presuntamente democratico di una “alternanza temperata” . Alternanza come sembrerebbe suggerire il profilo sempre più marcatamente bipolare del sistema, bipolarismo tra coalizioni entrambe “spurie” dopo la stagione della “tripartizione” verificatasi con l’espressione elettorale dell’antipolitica che alla fine si è risolta in una crescita esponenziale dell’astensione al voto quale indice concreto della accentuata fragilità del sistema. Non si può pensare a un atteggiamento “inclusivo” rispetto a questa destra dall’evidente insofferenza per i meccanismi della democrazia parlamentare e della diarchia “Presidenza della Repubblica / Presidenza del Consiglio”. Questa destra intende trasformare il secondo pilastro istituzionale in soggetto prevalente (appunto l’anarchia del più forte) attraverso la formazione di una maggioranza di tipo plebiscitario. Si cerca di realizzare una maggioranza plebiscitaria che nell’indicazione di investitura salti il passaggio delle aule e l’occasione propizia per far questo può essere rappresentata dal referendum sulla magistratura tanto più che il Guardasigilli oggi si è accostato platealmente all’ipotesi contenuta nel documento della “Rinascita Nazionale” elaborato nel 1975 dalla loggia P2 (mi permetto di ritenere questo passaggio ancora più pericoloso dello scontro istituzionale in corso tra FdI e il Quirinale). Si possono così trarre due provvisorie indicazioni: a) l’importanza del referendum costituzionale sull’ordinamento della magistratura che dovrebbe svolgersi nei primi mesi del 2026. I segnali di partenza sono contrastanti, almeno dal nostro punto di vista. Andrebbe svolta una operazione propedeutica di impostazione ancora in precedenza alla definizione di uno schieramento: quella di elevare il livello dello scontro al tema costituzionale (sul quale in passato vi sono state troppe esitazioni se non errori clamorosi tipo la riduzione del numero dei parlamentari) non abbassandolo a mero scontro tecnico o ancor peggio a “governo sì/governo no”. Sul tema della democrazia costituzionale va analizzato a fondo e riportato in primo piano il concetto di “rappresentanza politica” vero fulcro di quella “centralità del Parlamento” della quale abbiamo tante volte discusso. Il concetto di rappresentanza politica è stato attaccato a fondo nel corso di questi anni : si è assistito a vere e proprie modificazioni di paradigma fondate tutte sul primo e fondamentale cambiamento avvenuto con l’avvento del sistema elettorale maggioritario vera anticamera del plebiscitarismo. Si coglie l’occasione per ricordare ancora una volta come la definizione del sistema elettorale non faccia parte del dettato costituzionale, anche se si fa fatica a non riconoscere che il tema ha sempre assunto un rango di quel livello, come ha riconosciuto implicitamente la stessa Alta Corte nelle due occasioni in cui, grazie all’iniziativa del compianto Felice Besostri, ha bocciato prima la formula elettorale vigente e nella seconda una formula elettorale approvata dal Parlamento, con la fiducia, ma mai ammessa alla prova delle urne (poi fu elaborata una formula ancora più negativa delle precedenti ma questo sarebbe un altro discorso). b) La costruzione di una soggettività di sinistra effettivamente alternativa da intendersi quale elemento “dirigente” dell’opposizione fondata su una chiarezza di opzioni propositive: sulla pace e sulle grandi questioni economico – sociali a partire dal considerare l’Europa e la sua autonomia come spazio politico su cui investire e il tema delle disuguaglianze a tutti i livelli come prioritario comprendendo appieno il nuovo quadro di contraddizioni imposto dal modificarsi del quadro internazionale, dell’evoluzione tecnologica e dal ritardo con cui si stanno affrontando le grandi transizioni come quella climatica e quella digitale. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Rosa D’Amato candidata alle Regionali in Puglia per alleanza Verdi e Sinistra

di Rosa D’Amato | Diritto alla Mobilità Proseguono i lavori di ristrutturazione della #Stazione Ferroviaria di #Taranto, ma servono i #treni: #frecciarossa e #Intercity che colleghino la provincia di Taranto al resto d’Italia, a Roma a Milano.Un numero degno di treni al pari delle altre province della Puglia. Lecce ad esempio ha più di 35 treni fra FR e IC, Taranto? 4! È una questione di #diritto alla #mobilità, di dignità per studenti e lavoratori pendolari, ma è anche una questione di economia: più treni vuol dire incentivare il turismo e le aziende che investono in Provincia di Taranto. Ma non solo…è una questione di posti di #lavoro: più treni che partono e arrivano a Taranto vuol dire più #addetti alla Platea Lavaggio, quindi alle #pulizie dei ‘materiali’ , treni e più addetti alle #manutenzioni e quindi una officina attiva. Questa è una battaglia fondamentale che intendo portare in Regione Puglia!#lasceltagiusta per chi non si arrende! La Salute un diritto costituzionale A Taranto, in Puglia #prenotare una #visita o un #esame medico con il sistema sanitario #pubblico è diventato un percorso a ostacoli. Mesi, a volte anni, di attesa. E così, sempre più persone rinunciano alle cure o sono costrette a rivolgersi al #privato, pagando di tasca propria. Ma la #salute non può essere un privilegio. È un #diritto, garantito dalla Costituzione. Per questo proponiamo di riorganizzare la #sanitàpubblica partendo da una misura concreta: applicare la delibera regionale del 2013 per ridurre le #liste d’attesa, permettendo visite anche in orari serali e nei giorni festivi. Le #urgenze e i #malati cronici devono avere una corsia prioritaria automatica. E il sistema di #prenotazione va reso più semplice, trasparente e giusto, limitando l’uso dell’#intramoenia, che oggi penalizza chi non può permettersela. Ma tutto questo richiede una scelta politica chiara: più personale, più presìdi territoriali, più prevenzione. E soprattutto più risorse dal #FondoSanitarioNazionale, che da anni penalizza il Sud e la Puglia. La salute dei cittadini non si misura in numeri di bilancio, ma nella possibilità reale di curarsi, vicino casa e senza discriminazioni. È ora di restituire alla sanità pubblica la #dignità, l’#efficienza e l’#umanità che merita. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it

Giustizia, il No nel referendum per difendere la democrazia

di Alfiero Grandi | La corsa verso il referendum costituzionale sulla legge Nordio – che cambia la Costituzione sulla magistratura – è iniziato. È curioso leggere, solo ora, del bisogno di una terza via tra il Si e il No nel referendum come scrive Stefano Folli. Il governo ha assunto l’iniziativa di presentare il testo della proposta di legge per cambiare la Costituzione su un punto importante e delicato come la magistratura e l’ha imposto ad un Parlamento asservito che l’ha approvato senza alcuna modifica. Certo, questo avviene a causa di una legge elettorale assurda che ha regalato a chi ha ottenuto il 44 % dei voti il 59 % dei parlamentari (un iper maggioritario di fatto) e questo ha spinto il governo a imporre la sua proposta non solo all’opposizione ma anche ai parlamentari della sua maggioranza, senza alcun tentativo di raggiungere un consenso ampio. Hanno svuotato il ruolo del Parlamento Così è stato reso puramente formale il ruolo del Parlamento che invece secondo Costituzione dovrebbe essere il protagonista assoluto nell’approvazione delle leggi, tanto più quando si interviene sulla Costituzione. Questo ha avuto la conseguenza di comprimere ulteriormente il ruolo delle Camere, già ai minimi termini per un uso smodato dei decreti legge, dei continui voti di fiducia a raffica, ecc. La prima grande modifica della Costituzione attuata senza dirlo e largamente sottovalutata è proprio quella che ha fatto in modo che il Parlamento non abbia più il ruolo fondamentale di rappresentanza delle elettrici e degli elettori e il governo eserciti non solo il suo potere esecutivo ma anche gran parte di quello legislativo. Ad esempio la legge di bilancio all’esame del Parlamento confermerà – purtroppo – che le Camere hanno di fatto perso il loro ruolo, sia pure a turno. Infatti solo la Camera dei deputati esaminerà la legge di bilancio, il Senato potrà solo confermare il testo. È un bicameralismo che funziona a turno, alternato, è una modifica della Costituzione di fatto senza neppure averla approvata. Il testo della legge Nordio proposto dal governo è identico a quello approvato in via definitiva ed è la conferma che il governo ha invaso e ridotto il ruolo del Parlamento a mera ratifica. Questo conferma che è indispensabile una nuova legge elettorale che deve restituire al Parlamento il ruolo di rappresentare il corpo elettorale e questo può avvenire solo se deputati e senatori rispondono agli elettori, non ai capi partito che oggi di fatto li nominano dall’alto. La legge Nordio viene detta per la separazione delle carriere: nulla di più falso. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è già stata attuata a Costituzione vigente, riducendo la possibilità di passare da un ruolo all’altro a una sola volta. Sono ormai pochissimi i magistrati che passano da un ruolo all’altro, nessuno può negarlo, eppure si vuole modificare comunque la Costituzione per ottenere quello che è possibile senza modifiche. Perché? Perché si vuole negare ai magistrati di essere un corpo unico, autonomo, la cui indipendenza è garantita dalla Costituzione, con la stessa formazione, a garanzia e tutela dei diritti dei cittadini (imputati compresi) con il diritto di eleggere la loro rappresentanza nel Consiglio superiore della magistratura che ha compiti di rappresentanza e di governo su tutta la carriera dei magistrati, dall’assunzione alla carriera. C’ è stato un disdicevole caso Palamara? Vero. Ma questa bruttura è stata affrontata e risolta con questa Costituzione e questo ordinamento della magistratura, prenderlo a pretesto per cambiare la Costituzione è una forzatura per mettere sotto scopa i magistrati. Del resto Giorgia Meloni e esponenti di rilievo della maggioranza di destra hanno chiarito benissimo le loro ragioni, per evitare presunte “invasioni di campo” della magistratura sugli atti del governo nella convinzione, sbagliata e incostituzionale, che in una democrazia chi è eletto (anche nel caso che non abbia il consenso della maggioranza degli elettori) non debba subire vincoli, controlli, in sostanza sarebbe legibus solutus, e possa agire liberamente. La destra al governo ha dimostrato una forte allergia per i controlli e i contrappesi e pensa di poter fare e disfare tutto come meglio crede, ancora di più perché ringalluzzita dall’esempio antidemocratico di Trump, non a caso considerato un riferimento politico dalle destre mondiali. La magistratura ha ricordato al governo in diverse occasioni che avere la maggioranza parlamentare non dà il diritto di prendere decisioni in contrasto con principi fondamentali italiani, europei ed internazionali, senza coerenza con la Costituzione e con le leggi in vigore. Questa è la funzione della magistratura. Come dovrebbe essere per tutti gli organi indipendenti e di controllo. Basta pensare al fastidio dimostrato dal governo per le valutazioni critiche di Banca di Italia, IPB, Istat, Corte dei Conti sulla attuale proposta del governo di legge di bilancio. Il fastidio per le critiche sta raggiungendo livelli di guardia. Il governo di Giorgia Meloni ha deciso di iniziare dalla magistratura, negando con la legge Nordio ai magistrati il diritto di eleggere i loro rappresentanti, che invece verrebbero sorteggiati (dobbiamo aspettarci il sorteggio anche per entrare in Parlamento?), il CSM verrebbe diviso in due (giudici e pubblici ministeri), con un’evidente perdita di ruolo di entrambe le carriere, la parte disciplinare verrebbe trasferita dal CSM ad un altro organo diverso, esterno. Così l’autogoverno della magistratura verrebbe colpito duramente e sarebbe il primo passo per mettere in riga i magistrati. Del resto non è solo un problema italiano. In tutti i paesi che hanno evoluzioni verso l’autocrazia l’indipendenza della magistratura è la prima vittima. È chiaro che se la modifica costituzionale del governo Meloni dovesse avere la maggioranza nel prossimo referendum la destra al governo metterebbe subito avanti il premierato o almeno una versione della legge elettorale che dovrebbe ottenere – seguendo i consigli di D’Alimonte – un risultato in quella direzione. È in gioco la natura della nostra democrazia che potrebbe evolversi verso un’autocrazia, anzi una vera e propria capocrazia. A sinistra c’è chi sottovaluta o è addirittura d’accordo con la destra? Pazienza! La cosa importante è che elettrici ed elettori siano resi consapevoli della posta in …

Daniele Luttazzi – In “Petrolio” Pasolini fa il racconto preveggente dell’Italia delle stragi

Nonc’èdiche, Fatto Quotidiano 18 novembre 2025 | In Petrolio Pasolini denuncia le origini della strategia della tensione: Enrico Mattei, il presidente dell’Eni, fu ucciso per fare posto a Eugenio Cefis, il suo vice, futuro fondatore della Loggia P2. Per scriverlo, Pasolini attinge a piene mani da una biografia, Questo è Cefis, scritta da un fantomatico Giorgio Steimetz e pubblicata nel 1972 dall’Agenzia Milano Informazioni. Un libro introvabile: gli uomini della Montedison ne fecero sparire quasi tutte le copie. A Pasolini lo inviò in fotocopia lo psicanalista Elvio Facchinelli, animatore de L’Erba Voglio, rivista di controcultura che aveva pubblicato il discorso, tenuto all’Accademia militare di Modena, con cui Cefis invocava una riforma costituzionale orientata a un presidenzialismo autoritario. Oggi il libro di Steimetz è in appendice all’edizione Einaudi di Petrolio, nel cui prologo Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti compongono il puzzle della vicenda. L’Agenzia Milano Informazioni era finanziata da Graziano Verzotto, uomo di Mattei in Sicilia. “Mattei fu ucciso su richiesta di Cosa Nostra americana perché con la sua politica aveva danneggiato importanti interessi americani in Medio Oriente”, spiegò Buscetta. “Il contatto con Mattei fu stabilito da Verzotto, che non era informato, ovviamente, del progetto di Cosa Nostra, ma era legato al boss Di Cristina”. Altri due pentiti confermarono: bomba mafiosa sull’aereo. Verzotto confidò a Calia, il pm che riaprì l’inchiesta sul caso Mattei, che Mauro De Mauro, il giornalista de L’Ora ucciso dalla mafia nel 1970, riteneva Cefis responsabile dell’omicidio, complice Vito Guarrasi, avvocato palermitano, uomo di Cefis in Sicilia e membro di spicco di Cosa Nostra. Cefis aveva cointeressenze in due raffinerie che rifornivano le difese Nato del sud Europa e la Sesta flotta Usa (petrolio Esso e Shell); Mattei voleva che la Nato diventasse cliente Eni; Cefis non voleva. In tutte le edizioni di Petrolio l’appunto 21, intitolato Lampi sull’Eni, è vuoto. Pasolini, in un altro appunto, lo riassume così: “Troya sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei)”. Troya è Cefis, uomo di Stato, ma anche imprenditore privato che “condizionò pesantemente la stampa, usò illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo di informazione, praticò l’intimidazione e il ricatto, compì manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corruppe politici, stabilì alleanze con ministri, partiti e correnti” (Massimo Teodori, Commissione sulla Loggia P2). Il saggista Gianni D’Elia sbalordì quando, nel 2010, Marcello Dell’Utri disse d’aver ricevuto “da un privato” una settantina di pagine di quel capitolo mancante: il padre di Dell’Utri, Alfredo, era socio di Guarrasi. “Ho scritto che c’era una continuità tra il potere proto-piduista di Cefis e il potere attuale, ma mai avrei creduto che un’eredità culturale e politica contemplasse anche il ricevere quelle carte”, commentò D’Elia, ricordando inoltre che una società della Edilnord Centri Residenziali di Umberto Previti, padre di Cesare (già Edilnord sas di Berlusconi), con sede a Lugano, si chiamava Cefinvest. Al termine della sua inchiesta, il pm Calia ipotizza che l’omicidio Mattei fu “un complotto orchestrato con la copertura degli organi di sicurezza dello Stato e poi occultato in un intreccio di omertà e depistaggi pronti a ricompattarsi ogni volta che, nella storia del Paese, qualcuno minaccia di rivelarne il segreto” (Lo Bianco e Rizza, t.ly/9nfxo). Per Calia, gli omicidi Mattei, De Mauro e Pasolini sono legati da un unico filo. Per D’Elia (2006), è il filo che porta dalle stragi allo scandalo Enimont, la madre di tutte le tangenti. II sottotitolo di Petrolio è “romanzo delle stragi”: Pasolini racconta anche quella alla stazione di Bologna, compiuta cinque anni dopo il suo assassinio. SocialismoItaliano1892E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete. www.socialismoitaliano1892.it