di Fabio Cannizzaro |
Sono passati cinquant’anni. Sembra ieri, eppure è come se fosse passata un’era geologica.
Torniamo indietro nel tempo al 16 luglio 1976, Hotel Midas, a Roma. La Direzione del Partito Socialista Italiano eleggeva Bettino Craxi segretario, si apriva un nuovo capitolo per il PSI.
Un capitolo che, diciamocelo, ha segnato il socialismo italiano in un modo che ancora fatichiamo a decifrare appieno. C’è chi parla di rinnovamento, chi storce il naso e vede solo un’involuzione, un lento ma inesorabile scivolare verso la fine di quel partito nato nel lontano 1892.
E chi c’era, chi ha respirato quell’aria, chi ha vissuto quelle dinamiche, beh, ognuno ha il suo giudizio.
Io stesso, lo confesso, ho sempre avuto un occhio critico su quella stagione, distinguendo, però, quando possibile, la figura di Craxi da certi suoi epigoni, veri alfieri di un certo “craxismo” che, diciamocelo, ha lasciato il segno.
E mi guardo bene, per carità, dall’affiancare e/o confondere quel Midas, quel momento politico, con altre storie, ben più complesse e, diciamolo, su tutt’altro piano. Penso al congresso socialista francese di Épinay, nel giugno del 1971. Tutta un’altra cosa, un altro livello di discorso. Ma torniamo a noi.
L’Italia di allora era un campo minato, non solo per il terrorismo che ci teneva col fiato sospeso, ma per una polarizzazione ideologica che rendeva il dialogo un’impresa ardua. In questo contesto, il PSI di Craxi ha cercato di farsi strada, di ritagliarsi un ruolo da protagonista, di sganciarsi da vecchie alleanze e trovare una sintonia con i socialisti europei.
L’idea era chiara: modernizzare, diventare più incisivi sul piano elettorale, offrire un’alternativa solida. E la comunicazione, quella sì, è diventata uno strumento potentissimo, capace di intercettare nuove sensibilità.
Però, ecco, le cose non sono mai così semplici. L’enfasi sulla leadership, su un certo modo di fare politica, su compromessi che, visti col senno di poi, fanno discutere… tutto questo ha alimentato un dibattito acceso, un interrogativo costante sulle reali intenzioni e sulle conseguenze di lungo periodo. Le ragioni della fine del Partito Socialista sono tante, intrecciate. La caduta del Muro, certo, ha cambiato il mondo.
E poi Tangentopoli, quella marea che ha travolto tutto, scoprendo un sistema marcio. E ancora, quel lento ma inesorabile allontanamento da certi valori fondanti del socialismo, che ha eroso la base e la credibilità.
Oggi, a guardare indietro, le lezioni non mancano. La necessità di un continuo rinnovamento, di un’etica pubblica ferrea, di un dialogo vero tra le diverse anime del Paese, questo non passa mai di moda. Le sfide che ci attendono sono enormi: il clima che cambia, le disuguaglianze che si allargano, un lavoro che diventa sempre più precario, una democrazia che sembra vacillare. Servono visioni, servono strategie concrete.E allora, cosa fare?
Forse, prima di tutto, un’autocritica profonda. Recuperare quei principi di equità, di solidarietà, di partecipazione che sembrano a volte dimenticati. Dobbiamo pretendere trasparenza, una classe dirigente che sia davvero al servizio del Paese, non dei propri interessi. Promuovere uno sviluppo che rispetti l’ambiente e riduca le distanze, perché il futuro appartiene ai nostri figli. Investire in conoscenza, in ricerca, perché sono queste le leve per costruire una società più giusta e all’avanguardia. E ripensare la politica stessa, renderla più vicina alla gente, capace di dare voce a tutti.
La memoria, quella vera, non quella edulcorata, può essere una guida. La stagione del Midas ci offre spunti, certo, non per rimpianti inutili, ma per capire cosa ci ha portati fin qui e, soprattutto, per tracciare nuove strade.
Strade che sappiano unire il progresso, la giustizia sociale e un rigore democratico che non ammette scorciatoie. Solo così, con uno sguardo lucido al passato e una visione chiara per il futuro, potremo aspirare a costruire davvero un Paese migliore.
Avanti!

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
