di Peppe Giudice |
Mi è capitato spesso di parlare di Gilles Martinet, uno dei più importanti esponenti della sinistra socialista francese. ll quale ha avuto un rapporto speciale con la sinistra italiana, sia socialista che comunista. Questo rapporto è dovuto anche al fatto che il compagno Martinet, sposò la figlia di Bruno Buozzi, emigrato in Francia e poi fucilato dai tedeschi a Roma. E parlava bene la nostra lingua. Soprattutto ebbe rapporti molto forti con Riccardo Lombardi (si influenzarono a vicenda) Lelio Basso, Vittorio Foa, Bruno Trentin.
Veniamo al punto.
Martinet riconobbe gli sforzi del PCI di allontanarsi dalla tutela dell’Urss e di prendere posizioni autonome, ma al contempo registrò ambiguità, incertezze e difficoltà ad andare fino in fondo in questa critica. Fatto è, quando un partito nasce in seguito alla fondazione dell’Urss, poi è difficile scindre del tutto i legami. Era il problema di tutti i partiti comunisti, ma investiva particolarmente il PCI in quanto era quello che maggiormante aveva tentato di autonomizzarsi.
Martinet criticò il concetto di “terza via” di Berlinguer, in quanto fumoso ed indeterminato e non un progetto in positivo. Rilevò anche che il PCI nei suoi programmi ricalcava quelli della socialdemocrazia europea. Del resto Martinet e Lombardi fautori del riformismo rivoluzionario e del socialismo autogestionario univano la critica alla socialdemocrazia moderata che si limitava ad una gestione sociale del capitalismo e non a mettere in discussione i rapporti di potere nell’economia e nella società. D’altra parte Martinet fece una critica radicale all’URSS ed al leninismo, concepita come religione secolare e millenaristica che aveva imposto un regime totallitario di capitalismo burocratico di stato.
Lombardi si muove sulla stessa linea, rispondendo a Berlinguer che parlava dell’Urss come di un socialismo dai tratti illiberali, anche egli metteva in discussione il carattere socialista del comunismo realizzato. Agli occhi di molti dirigenti e militanti del PCI, quindi, poichè nell’essenza identificavano il socialismo (pur con correzioni) all’Urss, il suo crollo segnava la fine di ogni socialismo possibile. Quindi il nuovo partito, il PDS rifiutò di definirsi socialista, e rimase con una identità sospesa. Solo i miglioristi si batterono per una scelta socialdemocratica, ma era in funzione di una opzione opportunista e governista (preferivano il termine riformista a quello di socialdemocratico). Gli altri si rifugiarono in uno stucchevole nuovismo. Che generò il compromesso storico postmoderno chiamato PD.
Peraltro non poteva non essere che un partito di potere e di gestione, lontano da ogni idea di trasformazione sociale e perciò funzionale ad alcuni settori del capitalismo.
Oggi contestare il PD senza analizzarne le radici impedisce la creazione di una nuova sinistra socialista. Fatto è che nello spazio lasciato potenzialmente vuoto dal PD non si è costruito nessun progetto politico forte. Nè il populismo, nè il sovranismo lo possono essere sia pechè sono sbagliati, ma anche perchè sono realtà biodegradabili. Per non parlare dell’area massimalista e parolaia, nonchè del marxismo-leninismo di ritorno.
Certo oggi dobbiamo essere impegnati per mandare a casa questa destra neofascista e estremamente pericolosa sul piano democratico, nel contempo dobbiamo essere anche consapevoli dei limiti che le forze del campo largo hanno.
Alla sinistra occorre un nuovo paradigma socialista che riproponga quei metaracconti contestati dai postmoderni e la loro dissoluzione del pensiero così funzionale al dominio capitalistico odierno. Non c’è stato un unico metaracconto, quello marxista-leninista totalitario, a sinistra c’è n’è un altro che è quello che hanno proposto i Lombardi e i Martinet, il riformismo rivoluzionario e il socialismo dell’autogestione pluralista e democratico. dobbiamo riscoprire un pensiero forte non totalitario.

