di Luciano Belli Paci |
In Memoria e per Onorare Felice Besostri, vale la pena di non arrendersi!
Caro direttore,
una delle prime cose che ci insegnano all’università è che la norma giuridica è legge generale e astratta, che si applica a una serie indefinita di casi futuri. La legge elettorale dovrebbe avere per eccellenza queste caratteristiche. Infatti, nelle grandi democrazie le leggi elettorali restano in vigore, con rare modifiche, per tempi molto lunghi, in alcuni casi per secoli. In Italia, invece, siamo assuefatti alla trasformazione della legge elettorale in una «legge di scopo», pensata per assecondare uno specifico disegno politico e alla luce dei sondaggi del momento. Di qui la girandola inesausta dei modelli degli ultimi decenni: il Mattarellum (1993), il Porcellum (2005), l’Italicum (2015), il Rosatellum (2017) e infine lo Stabilicum o Melonellum che è in discussione alle Camere.
Tutte leggi con limiti di vario genere, due delle quali addirittura dichiarate incostituzionali.
Lo Stabilicum sembra pensato per battere tutti i record, tali e tanti sono i vizi che lo caratterizzano.
Il primo è connesso proprio allo scopo, che è quello di restringere la sovranità che appartiene al popolo (art. 1 Cost). Infatti, quello di evitare il cosiddetto pareggio (che pareggio non sarebbe, ma solo mancanza di una maggioranza autosufficiente) è un legittimo obiettivo politico, ma non può tradursi in una camicia di forza da mettere agli elettori perché non possano peccare. In tutte le democrazie parlamentari è il corpo elettorale che decide di dare la maggioranza a uno dei contendenti, oppure di non darla a nessuno. In Germania, in Francia, in Spagna … in tutte le democrazie, se gli elettori non ritengono di assegnare una maggioranza predefinita perché nessuna proposta li convince, possono farlo perché si vota per la rappresentanza parlamentare. Il problema è dei partiti che non li hanno convinti e che dunque dovranno cercare di formare maggioranze in parlamento oppure tornare al voto, non degli elettori che li hanno giudicati.
Il secondo è che, pur di obbligare il corpo elettorale alla virtù, viola il principio fondamentale dell’uguaglianza del voto (art. 48 Cost), creando una sproporzione potenzialmente abnorme tra il valore del voto degli elettori della maggiore tra le minoranze, alla quale vengono regalati 70 deputati e 35 senatori che non sarebbero stati eletti, e il valore del voto di tutti gli altri elettori (cioè la maggioranza assoluta) ai quali viene sottratto quello stesso numero di rappresentanti che viene elargito come premio.
Il terzo è che lede brutalmente le prerogative del Presidente della Repubblica (art 92 Cost), visto che il combinato disposto tra l’obbligatoria indicazione del candidato presidente del consiglio e l’assegnazione del premio che crea artificiosamente una maggioranza parlamentare vincola de facto il potere presidenziale di nomina. Cosa che peraltro i proponenti della legge rivendicano apertamente.
Il quarto è che, nella pratica, mettendo in palio il premio al raggiungimento di una determinata soglia, finisce per minare alla radice lo stesso principio di governabilità perché induce a formare coalizioni molto eterogenee pur di prevalere anche solo di un voto sugli avversari, dando un enorme potere di ricatto a piccole formazioni, magari estremiste, e rendendo verosimile che l’accordo di convenienza si sciolga dopo il voto: un caso da manuale di eterogenesi dei fini.
Il quinto è che aggrava il fenomeno del parlamento dei nominati, grazie all’abolizione dei collegi uninominali e al fatto che tutte le liste sono bloccate, sia quelle di partito sia il listone del premio nazionale. Un nuovo incentivo alla crescita dell’astensionismo.
Il sesto è che viola scopertamente il principio costituzionale del senato eletto su base regionale (art. 57 Cost), dato che il premio è assegnato su base nazionale per cui, in teoria, una coalizione potrebbe vincere nella grande maggioranza delle regioni ma ottenere una rappresentanza nettamente inferiore a un’altra coalizione che, vincendo con forte scarto in un paio di regioni grandi, prevalesse di una manciata di voti.
Il settimo, e più importante, è che scardina quasi tutti i meccanismi di garanzia previsti dalla Costituzione (artt. 64, 83, 90, 138) che sono tarati sulla maggioranza assoluta dei membri dell’assemblea, perché nel contesto proporzionale presupposto dai costituenti a tale quorum corrispondeva una convergenza tra più forze e soprattutto una maggioranza reale del Paese (ai tempi si recava alle urne circa il 90% del corpo elettorale). Con la lotteria del premio, quella soglia viene superata automaticamente dai vincitori che possono rappresentare un esiguo 42% dei voti espressi. Il che significa che, con un’unica votazione, può essere messo nelle mani della minoranza premiata tutto il cucuzzaro: maggioranza degli eletti in ambedue le camere, Presidente del Consiglio, governo, Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale … Il che vorrebbe dire passare da una democrazia costituzionale dotata di pesi e contrappesi a una possibile dittatura della maggioranza, che però non è nemmeno vera maggioranza.
Come si spiega questa specie di catalogo di quasi tutti i difetti possibili concentrati in una sola legge elettorale ? Si spiega con la sua natura di surrogato al quadrato. Lo Stabilicum è palesemente il surrogato del premierato, che il governo Meloni aveva cercato di far approvare e che poi ha prudentemente congelato dopo la mala parata del referendum sul CSM. E il premierato era il surrogato della repubblica presidenziale, che è il vero sogno proibito. E non solo della destra. Infatti, quella che abbiamo di fronte è solo l’ultima manifestazione di quello spasmodico desiderio di superare il modello parlamentare, che si è manifestato trasversalmente lungo tutta la storia della seconda repubblica portando all’elezione diretta di Sindaci, «Governatori» delle Regioni e, finché si è votato, presidenti delle Province, all’approvazione di leggi elettorali incostituzionali come Porcellum e Italicum, alla demonizzazione del proporzionale che è il modello dominante in Europa, alla delegittimazione delle mediazioni parlamentari.
La voglia matta è quella di eleggere un capo e di ridurre le assemblee elettive al ruolo dell’intendenza di Napoleone. Come nei consigli comunali e regionali, dove si svolge un rito recitativo visto che si può solo approvare o perire, cioè andare a casa.
A furia di surrogati, insomma, si uccide la democrazia. Abbiano il coraggio, una buona volta, di proporre a viso aperto la repubblica presidenziale. Che ha tanti difetti, ma almeno mantiene la separazione dei poteri e solidi bilanciamenti. Meglio l’originale di un abborracciato succedaneo, per giunta di seconda scelta.
Lettera inviata al Corriere.it

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