Dalla propaganda dell’esclusione allo Stato autoritario

di Beppe Sarno |

La campagna elettorale della signora Meloni è già cominciata. E, come spesso accade alla destra quando si avvicinano le elezioni, è cominciata distribuendo benefici temporanei e indicando nuovi nemici.

Prima è arrivata l’esenzione dal bollo per una parte dei proprietari di automobili e motocicli: una misura prevista, per ora, soltanto per il 2027, applicabile al primo veicolo entro gli 80 kW e priva di qualsiasi criterio legato al reddito. Non una riforma fiscale fondata sulla progressività, dunque, ma un beneficio indiscriminato, concesso allo stesso modo al lavoratore povero e al cittadino benestante. E poiché il bollo automobilistico costituisce un’entrata regionale, resta il problema politico di chi sosterrà effettivamente il costo dell’operazione.

Poi sono arrivati i mille euro complessivi della carta “Dedicata a te”, distribuiti in due tranche da cinquecento euro. Anche qui siamo di fronte a un’elargizione occasionale, non alla costruzione di un diritto sociale. Non si interviene sulle cause della povertà, sui salari, sulle pensioni, sul costo degli affitti e dei generi alimentari: si consegna una carta, si concede un sussidio e si spera che la gratitudine si trasformi in consenso elettorale.

La destra non riconosce diritti: distribuisce concessioni. Non emancipa il cittadino dal bisogno: cerca di trasformarne il bisogno in dipendenza politica.

Ma la parte più grave della campagna elettorale della presidente del Consiglio riguarda la scuola. Per inseguire sul terreno della destra estrema il generale Vannacci e sottrargli qualche voto, la signora Meloni ha annunciato un limite massimo agli studenti stranieri per classe, l’obbligo di imparare l’italiano per i genitori degli alunni con particolari difficoltà d’inserimento e il divieto dei veli islamici nelle scuole. Ha poi affermato che non sarebbe accettabile che i bambini italiani si sentissero “in un angolo” perché divenuti minoranza nella propria classe.

È una rappresentazione tanto falsa quanto pericolosa. I bambini non sono italiani contro stranieri. Sono bambini. La scuola della Repubblica non è il luogo nel quale si misura il peso numerico delle appartenenze etniche, ma la comunità nella quale differenze sociali, linguistiche e culturali devono incontrarsi e imparare a convivere.

Il limite alla presenza degli alunni stranieri, peraltro, non è una novità: esistono da anni indicazioni amministrative orientate a evitare concentrazioni eccessive, ma la loro applicazione si è rivelata spesso impossibile. Non per la debolezza dello Stato, ma perché la distribuzione degli alunni dipende dalla composizione sociale dei quartieri, dalla disponibilità delle aule, dalla libertà delle famiglie e, soprattutto, dal diritto di ogni minore a frequentare la scuola.

Se in un istituto vi sono molti bambini di origine straniera, il problema non si risolve respingendoli. Si risolve aumentando gli insegnanti, finanziando i corsi di italiano, rafforzando il tempo pieno, assumendo mediatori culturali e sostenendo le famiglie. Governare significa creare le condizioni dell’integrazione; escludere significa soltanto nascondere il problema dietro un muro.

Anche la polemica sul burqa appare costruita per suscitare paura e raccogliere consenso. Nelle scuole italiane il burqa è un fenomeno sostanzialmente inesistente. Se occorre garantire l’identificazione delle persone, è possibile farlo con norme generali, ragionevoli e rispettose della dignità individuale. Altra cosa è trasformare l’abbigliamento di alcune ragazze musulmane in un’emergenza nazionale. Qui non si difende la libertà femminile: la si utilizza come pretesto per colpire una minoranza religiosa.

La parità tra uomini e donne è davvero irrinunciabile. Ma deve essere difesa contro ogni forma di subordinazione: nella famiglia, nel lavoro, nei salari, nell’accesso alle responsabilità pubbliche e nella libertà di scegliere della propria vita. Non può diventare un’arma propagandistica impugnata soltanto quando serve ad alimentare l’ostilità contro gli immigrati.

Il presidente Mattarella ha ricordato che la scuola è “la più efficace leva di integrazione” e che, secondo l’articolo 34 della Costituzione, essa è “aperta a tutti”. Ha aggiunto che la scuola deve impedire la formazione di ghetti, abbattere le barriere e produrre coesione sociale. È precisamente il contrario della pedagogia dell’esclusione proposta dalla destra.

Il cardinale Zuppi ha invocato una scuola inclusiva, nella quale nessuno debba sentirsi escluso. Eugenia Carfora, dirigente scolastica dell’Istituto Morano di Caivano, ha ricordato una verità elementare: uno studente immigrato è un valore aggiunto e non deve mai accadere che una scuola sia costretta a cacciare qualcuno.

È da qui che emerge il significato politico dell’iniziativa meloniana. Prima si dividono i bambini fra italiani e stranieri. Poi si presenta una minoranza come un problema. Successivamente si invocano limiti, divieti e allontanamenti. Infine si abitua l’opinione pubblica a considerare normale che alcuni diritti dipendano dall’origine, dalla religione o dall’appartenenza culturale.

È così che una democrazia comincia a deteriorarsi. Lo Stato totalitario non nasce necessariamente in un solo giorno, con un colpo di Stato o con l’abolizione immediata delle libertà. Può avanzare gradualmente, attraverso il linguaggio dell’emergenza, la costruzione del nemico interno, la discriminazione resa amministrativamente accettabile e la trasformazione della maggioranza in un’identità da difendere contro le minoranze.

Ogni volta che si afferma che un bambino possiede meno diritti perché straniero, che una cultura deve essere espulsa invece che conosciuta, che una minoranza costituisce una minaccia per il solo fatto di esistere, si compie un passo verso una società autoritaria. Quando poi la scuola, che dovrebbe formare cittadini liberi ed eguali, viene trasformata in uno strumento di selezione identitaria, quel passo diventa ancora più grave.

Da socialisti dobbiamo opporci senza esitazioni. La risposta ai problemi dell’integrazione non è la segregazione, ma l’uguaglianza sostanziale. Non sono i bambini stranieri a impoverire la scuola italiana: sono i tagli, il precariato, le classi sovraffollate, l’abbandono degli edifici, le diseguaglianze territoriali e la mancanza di servizi.

La signora Meloni dovrebbe entrare nelle scuole reali, parlare con gli insegnanti, ascoltare gli studenti e conoscere le famiglie. Probabilmente non lo farà, perché la realtà disturberebbe la sua propaganda. Scoprirebbe che il problema non è il colore della pelle del compagno di banco, ma una Repubblica che continua a spendere troppo poco per l’istruzione e che non garantisce a tutti le medesime opportunità.

Queste iniziative potranno forse procurare qualche voto alla destra. Ma il prezzo rischia di essere altissimo: rendere accettabile l’idea che si possa governare dividendo, classificando ed escludendo. È precisamente contro questa idea che nacquero la Repubblica e la Costituzione antifascista.

La scuola non appartiene alla maggioranza etnica, religiosa o politica del momento. La scuola appartiene a tutti. Chi comincia a chiuderne le porte ai più deboli non sta difendendo l’Italia: sta preparando un’Italia meno libera, meno democratica e più vicina a quella concezione totalitaria dello Stato che la nostra Costituzione ha solennemente ripudiato.