Genova, il 30 Giugno di 66 anni fa

di Fabio Cannizzaro |

Ma come si fa a dimenticare, a far passare sotto silenzio quanto accadde nella città di Genova sessantasei anni fa? 

Quando l’antifascismo democratico, quello che ha il sapore della Resistenza e il peso della storia, fece tuonare la sua voce per dire un sonoro NO alla convocazione, proprio lì, nella città ligure decorata con la medaglia d’oro della Resistenza, del congresso del Movimento Sociale Italiano. Una provocazione, diciamocelo, che sapeva di vecchio, di inaccettabile.

Quegli eventi del giugno del 1960 non furono un fuoco di paglia, un sussulto passeggero. Erano la punta, sì, ma di un iceberg di tensioni che ribollivano da tempo. Anni di ricostruzione, il cosiddetto “miracolo economico” che aveva portato un po’ di benessere, certo, ma anche a quelle disuguaglianze che ti fanno sentire estraneo nella tua stessa terra. Sul piano politico, la Democrazia Cristiana faceva la sua parte, governava, ma si sentiva nell’aria un desiderio, una spinta verso un’alleanza diversa, un centro-sinistra che includesse anche i socialisti, che desse voce a chi fino ad allora era rimasto ai margini.

E poi, arriva lui. Fernando Tambroni. Un governo monocolore democristiano e Tambroni, diciamolo, non era certo uno che la pensava come tutti. 

Un po’ autoritario, con la chiara intenzione di dare una spallata a destra, di isolare così le sinistre. E il colpo di grazia, la goccia che fece traboccare il vaso, fu proprio quella decisione: autorizzare il congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova. Un partito che, diciamocelo apertamente, portava con sé un’eredità che per molti era ancora una ferita aperta. 

Per la sinistra, per la gente di Genova, fu un affronto. Un cedimento alle destre, uno schiaffo alla memoria di chi aveva combattuto per la libertà.

E Genova rispose. Ma non fu una risposta da salotto. Non fu una protesta pacifica da delegazione. Fu un ruggito. Migliaia di lavoratori, studenti, gente comune che scese in piazza, pronta a tutto pur di impedire quell’adunata. La polizia, mandata dal governo, fece il suo dovere, un dovere che in quei giorni assunse tinte fosche. Manganelli, lacrimogeni, e purtroppo, anche proiettili. 

Le immagini delle barricate, della gente che si faceva scudo con quello che trovava, sono ancora impresse nella memoria di chi c’era, di chi ha studiato quei giorni. Fu una resistenza vera, dura, che trasformò la città in un campo di battaglia. 

Scioperi che paralizzarono tutto, la città che sembrava sospesa nel tempo, in una “settimana di passione” che lasciò sul terreno feriti e, ahimè, anche morti. I sindacati, pur con le loro differenze, si strinsero attorno alla protesta, capirono che era in gioco qualcosa di più grande. E l’onda lunga di Genova non si fermò lì, intendiamoci. Sebbene con sfumature diverse, quella rabbia, quella determinazione, si sentirono in tante altre parti d’Italia. 

La pressione sul governo Tambroni divenne insostenibile. Le opposizioni non davano tregua, e persino dentro la Democrazia Cristiana, diciamocelo, c’era chi cominciava a preoccuparsi, a capire che quella strada non portava da nessuna parte. Alla fine, Tambroni dovette fare un passo indietro. Le dimissioni, quasi un mese dopo l’inizio della bufera.

Quella crisi segnò una vera e propria svolta. L’idea di una svolta a destra, di un’alleanza con le destre, era morta e sepolta. E si aprì uno spiraglio, un percorso, tortuoso certo, verso quel centro-sinistra che molti auspicavano. 

E l’eredità di Genova? Fu la riaffermazione prepotente di un antifascismo che non era solo uno slogan, ma un valore concreto, un baluardo contro ogni rigurgito autoritario. E la dimostrazione che la gente, quando si unisce, quando decide di non chinare il capo, può davvero fare la differenza. 

Certo, il centrosinistra non fu la panacea di tutti i mali, ma quel 30 giugno del 1960, quella Genova ribelle, ci ha insegnato che la democrazia si difende anche quando sembra che tutto sia perduto.