Un Ricordo di Jiri Pelikan

di Peppe Giudice |

Uno dei più stretti collaboratori di Dubceck nel processo della “Primavera di Praga”. Comunista fin da giovane, direttore della TV, sostenne con entusiasmo il processo riformatore di Dubceck, che fu spezzato dall’invasione sovietica dell’Urss. Pelika e altri, in gran parte militanti comunisti, scapparono e molti vennero in Italia. Ma a Pelikan, come lui racconta, fu negata la tessera del PCI, a meno che non si occupasse di politica.

Il PCI si trovò in mezzo al guado. Espresse grave dissenso (ma non condanna) dell’invasione. Per la verità Longo che al tempo era segretario voleva usare parole più forti, ma sapeva che la maggioranza delle federazioni non l’avrebbe reagito male. Del resto anche l’espressione grave dissenso non fu digerita da Mosca -pare riversasse i suoi fondi sul Psiup di Vecchietti-, il quale prese una posizione totalmente filosovietica da far scappare il povero Lelio Basso.

Quindi Pelikan si rivolse al Psi e fu accolto caldamente non solo da Craxi, ma da Labor (che finanziò la sua rivista Listy dell’opposizione socialista cecoslavacca) e da Riccardo Lombardi il quale chiese al PCI, dopo la presa di distanza, di invitare Dubcek in Italia. Senza avere alcuna risposta.

Per la verità Napolitano fu tra i più accaniti difensori dell’importanza dei rapporti con l’Urss. Ma anche Pajetta e Berlinguer. Con i soliti giri di parole sostenevano che accogliere Pelikan dava spazio a posizioni antisovietiche. Ma Pelikan trovò udienza non solo nel Psi, ma anche nel Manifesto (da Rossanda in particolare), nel gruppo di Foa. Ma il PSI lo candidò alle europee nel 1979, di seguito successe un episodio increscioso.

I manifesti di Pelikan furono imbrattati a Milano da militanti del PCI, erano stalinisti ottusi, ma è un episodio che non dimentico. Vittorio Foa ricorda il dibattito interno al Psi, negli anni 50′ sapevamo tutti che in Urss c’era una dittatura spietata-; certamente ne ignoravamo le dimensioni -dossier che vnnero fuori dopo il rapporto Krusciov e dal lavoro degli storici. Ma avevamo paura dirlo per non fare il gioco dell’avversario.

Nenni e Lombardi, però, nel 1956 non ebbero paura, superando la logica binaria e campista, come tanti altri socialisti. Mettendo in minoranza i carristi. Questa ambiguità di fondo del PCI, il quale combinava dissenso e prudenza morbosa è sta la vera palla al piede della sinistra italiana. Lo strappo con l’Urss lo si doveva fare almeno vent’anni prima. Questa ambiguità ha fatto si che lo sciglimento del Pci (votato a grande maggioranza) non ha prodotto un partito del socialismo democratico, ma un partito dalla identità appesa, di fatto è stato subaleterno al social-liberismo completato dalla nascita del PD.

Fermo restando che le contengenze ci spingono a costruire l’alternativa al quale è da ricercare non in un assurda rifondazione di un progetto fallito, nè nel populismo di sinistra, ma in un socialismo democratico di sinistra. Certo ora c’è una contingenza a cui non potremo sfuggire: l’alternativa di governo a questa destra reazionaria e pericolosa. A patto che il “campo largo”, con tutti i suoi difetto non venga condizionato da un centrismo spostato a destra.