di Francesca Straticò |
La genetica non è un alibi: la parità non è un capriccio femminile, ma una conquista universale. Chi la nega, tradisce la scienza e la storia, e si condanna a un ruolo da reperto museale. Le parole del ministro Nordio, secondo cui il “codice genetico dell’uomo non accetta la parità” hanno il fascino stanco delle superstizioni travestite da biologia. La genetica, quella vera, non contempla alcun gene della sopraffazione.
Al contrario, studi di neuroscienze e psicologia evolutiva dimostrano che capacità cognitive, empatiche e di leadership non hanno basi di genere: uomini e donne condividono la stessa architettura cerebrale, con variazioni individuali infinitamente più rilevanti di quelle sessuali. Se proprio vogliamo giocare con i dati, ricordiamo che le donne hanno una maggiore aspettativa di vita, un sistema immunitario più efficiente e una resilienza superiore allo stress. Non è un caso che in molte specie la sopravvivenza della comunità dipenda dalla centralità femminile. La biologia, insomma, non è un manuale di maschilismo, ma un’enciclopedia di adattamento e cooperazione. Attribuire alla genetica la resistenza alla parità è un gesto che ricorda le teorie ottocentesche sulla “isteria femminile”, oggi archiviate come curiosità patologiche della cultura patriarcale. È come se un ministro, nel XXI secolo, citasse Lombroso per spiegare la criminalità!
La letteratura e la filosofia ci offrono antidoti potenti: Simone de Beauvoir ci ha insegnato che “Donna non si nasce, lo si diventa”, smontando l’illusione di un destino biologico. E Virginia Woolf, con la sua “stanza tutta per sé”, ha mostrato che la libertà intellettuale non è un privilegio genetico, ma una condizione sociale. Persino Aristofane, con la sua Lisistrata, aveva intuito che il potere femminile poteva fermare guerre millenarie: altro che resistenza alla parità. Ridurre la questione a un presunto difetto cromosomico significa ignorare che la parità di genere è una conquista dell’intera società, non un favore alle donne. È il motore di economie più solide, di democrazie più mature, di comunità più sane. Negarla equivale a sabotare il presente e il futuro, e a dimostrare una pericolosa incapacità. Un rappresentante delle istituzioni che non riconosce la parità è come un medico che non crede nella cura, un giudice che non crede nella legge, un architetto che non crede nella gravità. Un governo che si affida a simili argomentazioni dimostra di essere mentalmente relegato in un passato buio, incapace di incarnare le aspettative di un Paese che chiede modernità, equità e visione.
La parità di genere, non è un compromesso, ma un atto di civiltà. Non è scritta nel DNA, ma nelle Costituzioni, nelle lotte sociali, nelle vite di chi ha creduto che il mondo potesse essere migliore.
La parità non è una concessione, né un vezzo ideologico: è la condizione minima per una società che voglia definirsi civile. Non è scritta nel DNA, ma nella dignità. Non è una battaglia delle donne contro gli uomini, ma una rivoluzione dell’intelligenza contro l’ignoranza, della giustizia contro l’arbitrio e del futuro contro la paura.
E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
