Nilde Iotti: La Presidente, la Partigiana, la Donna che cambiò l’Italia

L’immagine di corredo copyright Getty Images

di La sensibilità dell’anima |

«Mi chiamano Nilde, e questa è la mia storia: una storia di povertà, di resistenza, d’amore e di Repubblica.»

(Racconto in prima persona ricostruito a partire dai fatti reali)

Sono nata a Reggio Emilia, in una casa povera.

Mio padre, Egidio, era un socialista: un uomo dritto, con la schiena più solida delle fabbriche in cui lavorava. Preferì perdere il posto piuttosto che piegare la testa. Da lui ho imparato una cosa fondamentale: la dignità vale più di qualsiasi stipendio.

Io volevo studiare. Lo volevo con tutta me stessa. Ho fatto sacrifici che oggi, forse, nessuno immaginerebbe: libri presi in prestito, ore di strada percorse a piedi, cene mangiate in fretta per guadagnare tempo. Alla fine, ce l’ho fatta: mi sono laureata in Lettere alla Cattolica.

Ma la mia vera libertà l’ho conquistata in montagna, da staffetta partigiana.

Avevo scelto da che parte stare: dalla parte di chi liberava, non di chi opprimeva.

Finita la guerra, il mio Paese aveva bisogno di essere ricostruito non solo con le pietre, ma con le parole e con le idee. Quando mi elessero all’Assemblea Costituente avevo 27 anni. Ero una ragazza, ma non ebbi paura: sedetti accanto ai Padri della Patria e contribuii a scrivere la nostra Costituzione.

La mia penna non tremava: sapevo che quel testo avrebbe disegnato il futuro delle donne e degli uomini italiani.

Poi arrivò Palmiro.

Il compagno Togliatti.

Si innamorò di me con la forza dei grandi che non hanno bisogno di recitare.

Io ero sposata, lui pure. I compagni ci giudicarono.

Ma la storia non si ferma davanti agli scandali: l’amore, quando è vero, non chiede permesso.

Andammo a vivere in una soffitta di due stanze. Adottammo una figlia. E proseguimmo il nostro cammino politico e umano, insieme, fino all’ultimo.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui Pallante sparò a Palmiro.

Io fui la prima a chinarmi, a tamponare, a gridare aiuto.

Ho sempre creduto che l’amore non sia dire “ti amo”, ma restare mentre gli altri fuggono.

Nel 1979 diventai Presidente della Camera.

Eletta al primo scrutinio.

Era la prima volta per una donna.

Fu l’onore più grande della mia vita.

Nel mio discorso di insediamento parlai di emancipazione, di imparzialità, di diritti civili. Di terrorismo, che allora mordeva e mordeva duro.

Avevo un obiettivo chiaro: difendere il Parlamento e difendere le donne.

E lo feci per 13 anni consecutivi, più a lungo di chiunque altro nella storia repubblicana.

Mi volle senatrice a vita il Presidente Cossiga.

Rifiutai.

Io avevo sempre servito le istituzioni: non avevo bisogno di un titolo per sentirmi parte di esse.

Il 18 novembre 1999 decisi di dimettermi da ogni incarico.

I deputati si alzarono in piedi. Un applauso lungo, commosso, come se tutta la sala respirasse insieme.

Il mio cuore era stanco.

Poco dopo, il 4 dicembre 1999, smise di battere.

Ho scelto di riposare al Verano, tra i compagni partigiani.

Il mio fiore preferito? Quello rosso.

Lo stesso che vi chiedo di portare, se vorrete, sul mio nome.

NILDE, LA STORIA CHE NON SI PIEGA

Ci sono figure della nostra storia che non appartengono solo al passato: continuano a vigilare sul presente.

Nilde Iotti è una di queste.

Figlia di poveri, cresciuta nella dignità, partigiana, Costituente, donna che ha scritto la Repubblica, prima Presidente della Camera, pioniera dei diritti, madre adottiva, compagna nella vita e nella politica: una vita che basterebbe per dieci biografie.

Nilde è il simbolo di una politica che oggi pare fantascienza:

una politica fatta di rigore, sacrificio, studio, umiltà e visione.

La sua storia intreccia tutto ciò che siamo e tutto ciò che vorremmo essere:

– l’Italia che sa ribellarsi;

– l’Italia che costruisce;

– l’Italia che non si vergogna di avere donne al comando;

– l’Italia che mette la giustizia sociale davanti ai privilegi.

Eppure, a vent’anni dalla sua morte, nel 2019, un quotidiano decise di infangarla titolando:

“Hanno riesumato Nilde Iotti”.

Una violenza simbolica, misogina, triviale.

Un insulto rivolto non solo a lei, ma a tutte le donne italiane, alle partigiane, alle madri costituenti, alle professioniste, alle combattenti della libertà.

Non era solo cattivo giornalismo.

Era revisionismo.

Era odio.

Era ignoranza mascherata da ironia.

E oggi, in un’Italia dove presidenti del Senato collezionano busti del Duce e dove la Liberazione viene ancora messa in discussione da chi non la riconosce come fondativa della nostra democrazia, ricordare Nilde non è un atto rituale:

è un atto di resistenza.

Perché Nilde è la donna che, più di tutte, ha incarnato la forza tranquilla delle istituzioni.

È la partigiana che ha liberato l’Italia.

È la comunista che ha difeso il Parlamento anche da chi lo voleva piegare.

È la Presidente che ha creduto nelle donne quando le donne non avevano quasi nulla.

Chi oggi vuole riscrivere quella storia, o peggio deriderla, lo fa per un solo motivo:

perché sa quanto sia ingombrante la memoria di una donna come lei.

Per questo il 25 aprile — ogni 25 aprile — non celebriamo solo la Liberazione.

Celebriamo anche Nilde, la Presidente.

La partigiana.

La donna che non ha mai abbassato lo sguardo.

La donna che ci ricorda ciò che potremmo essere se solo ce lo imponessimo davvero.

E allora sì:

oggi, ora, adesso, Nilde Iotti è ancora viva.

Nella nostra Costituzione, nei diritti delle donne, nella dignità della politica, nella libertà conquistata, difesa, scritta e tramandata.

Una donna grande in tutto.

Una donna che non si lascia archiviare.

Una donna che, ancora oggi, insegna all’Italia come si sta al mondo.

Visualizzazioni: 18