di Lorenzo Fattori e Raffaele Cimmino – Tratto da www.strisciarossa.it |
Viviamo in tempi oscuri. Tempi in cui la guerra ha preso il posto della politica, e poco consola il vecchio aforisma secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Oggi, sembra piuttosto che la politica si sia ritirata del tutto, lasciando spazio alla forza bruta, alla sopraffazione, e allo spargimento di sangue. È un tempo, insomma, in cui la legge del più forte ha preso il posto dei diritti e della composizione mediata dei conflitti. E questo vale anche – da alcuni decenni – per la società occidentale.
La politica, intesa democraticamente come tecnica di mediazione, come ricerca di soluzioni condivise, sembra ormai diventata un simulacro vuoto. I grandi ideali che un tempo animavano i partiti sono stati sostituiti da slogan vuoti, da bandierine piantate per marcare un posizionamento più che per proporre visioni. In questo vuoto, anche il riformismo – che dovrebbe essere il cuore pulsante della sinistra democratica e progressista – è stato svuotato, ridotto a una formula rituale, a etichetta buona per tutte le stagioni, a formula priva di carne e sangue. Il riformismo, insomma, è diventato nel lessico politico un segno convenzionale per dire che si è dalla parte della conservazione dell’assetto sociale esistente, dell’impresa sfruttatrice più che del lavoro emancipante, della deregolamentazione, della competizione, dalla parte dei vincenti, di chi accetta l’ideologia della disuguaglianza il cui vessillo è il merito, inteso, dice il filosofo Michael Sandel, come ratifica della disuguaglianza. È il fardello degli anni Novanta.
L’uso di questo termine, ad oggi, configura un inganno: “riformista”, infatti, è quell’aggettivo scelto dai socialisti che, per la trasformazione sociale, investivano nel lavoro parlamentare e istituzionale, in contrasto prima con la corrente rivoluzionaria, e poi con il comunismo bolscevico. Ma il riformismo è questione di metodo, appunto, non di messa in discussione degli obiettivi socialisti di emancipazione delle classi subalterne!
Il riformismo italiano, dunque, aveva per sua origine un significato trasformativo. Tensione alla rimozione delle barriere di classe, prima; alla realizzazione del dettato costituzionale, poi. Le riforme, nel primo trentennio repubblicano, distribuivano e ampliavano diritti. Da un certo momento in poi, appunto dagli anni Novanta, il “riformismo” esaltato dal mainstream è invece stato quello che i diritti li ha demoliti in nome del mercato e della competizione.
È proprio questo il nodo: riportare il riformismo al suo significato autentico superandone quell’utilizzo formalistico che serve solo al posizionamento nel perimetro di una politica sempre più povera di idee e principi. Il riformismo non può essere la foglia di fico di chi ha smesso di credere nella possibilità di cambiare le cose: non ha senso l’utilizzo di questo termine per bacchettare chi propone obiettivi di progresso sociale, e ha ancor meno senso in un contesto in cui non viene messa in discussione la via istituzionale.
Riformismo dovrebbe essere progetto, lotta, costruzione collettiva. Se deve tornare a essere questo, non servono vecchi figuranti ma una nuova generazione capace di guardare oltre il presente, di pensare l’impossibile per renderlo reale. Per tornare a praticare nuovamente il riformismo bisognerebbe innanzitutto abolire dal lessico politico questo termine ormai del tutto svuotato di senso.

In un tempo che sembra aver dimenticato il valore della politica come strumento di convivenza e di giustizia sociale, l’unico vero atto radicale è tornare a credere nella politica che va alla radice delle cose. Si resta fatalmente ostaggio di un politicismo mediocre se la alfa e l’omega dell’agire politico non è più il governo della società ma la gestione del potere. Se ci si limita a contendersi con la destra pezzi marginali di elettorato abbandonando al proprio destino chi “vota” astenendosi, scompare in controluce la differenza tra una destra neoautoritaria e tendenzialmente egemonica e una sinistra priva persino di una contronarrazione. Bisognerebbe andare ad ascoltare i discorsi di Bernie Sanders tenuti nel corso degli anni, insegnano molto.
Insomma, il riformismo come è declinato dal circuito politico-mediatico, chiamiamolo il piccolo riformismo, è fondato sul mito di un centro politico e sociale di incerta natura e dal terrore del radicalismo si sinistra. Un autoinganno che non consente di vedere che il centro della società è frantumato e scomposto da trent’anni di neoliberismo e che il radicalismo abita ormai a destra. Non si riesce nemmeno a leggere una vicenda certamente parziale e limitata come quella di Mamdani – sindaco socialista di New York – se non come un auspicio almeno come un sintomo.
Significativamente il piccolo riformismo non attacca mai la destra al governo, semmai la rincorre. Però attacca sempre la sinistra in ogni sua forma, che, a suo dire, non sarebbe adatta a governare. Non si avvedono i riformisti che le casematte centriste sono ormai colonizzate dal partito neoconservatore della fu fascista Meloni e che bisogna costruire altro, e che pezzi di società, un tempo di centro, ormai sono molto più radicalizzati di chi ha la presunzione di rappresentarli.
I cosiddetti riformisti di oggi somigliano in fondo molto a quei vecchi liberali che immaginavano, all’indomani della tragedia del ventennio fascista e della guerra mondiale, che tutto sarebbe tornato come prima.
Ignoravano che i passaggi d’epoca non concedono mai repliche di quello che è stato.
E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
