LA PROGRAMMAZIONE E’ LA SVOLTA?

di Renato Costanzo Gatti |

In un recente post, di cui mi sfugge l’autore, si prospetta che di fronte alla continua discesa dell’indice di produzione industriale, all’aumento di occupazione senza crescita di produzione, riscontriamo nel nostro assetto industriale una crisi profonda cui corrisponde una assenza totale di una politica industriale vittima del fasullo credo che solo il mercato sia la strada per lo sviluppo del paese.

Ricordava l’articolista che ogni anno eroghiamo tra sussidi ed agevolazioni fiscali, 60 miliardi di euro al settore industriale, evidente infantilismo della filosofia economica completamente subalterna al neo-liberismo cui siamo arrivati anche con la totale privatizzazione delle partecipazioni statali effettuata dal governo Prodi. Qui va considerato il fatto che esponevo in un mio articolo che queste erogazioni che aiutano il settore industriale potrebbero, come diceva anche James Meade, essere, non donazioni come nell’attuale sistema, ma investimenti dei contribuenti da riconoscersi con aumenti di capitale ed emissione di azioni intestate al bilancio pubblico (all’IRI, alla CDP, al ministero della programmazione). Un esempio evidente della differenza tra i due sistemi la riscontriamo nella gestione di Stellantis, sia lo stato italiano che lo stato francese hanno dato fondi alle imprese facenti parte di Stellantis, ma la Francia è nel capitale sociale di Stellantis mentre lo stato italiano è completamente assente.

Recentemente ho letto che un funzionario di Fratelli d’Italia del ministero dell’industria vorrebbe far ripartire l’IRI come soggetto coordinatore e attuatore di una politica industriale italiana, che dovrebbe tornare ad una programmazione economica di rilancio industriale italiano.

Quello che però va chiarito è il significato di programmazione: in sintesi la programmazione è quel regime economico in cui gli investimenti di quel surplus (se c’è e nella misura in cui c’è) che ogni anno viene prodotto, non risponde ad una logica di profitto ma ad una logica razionale. Con un esempio forzatamente semplicistico tra:

  • un investimento fatto in quel settore che in quel momento o prospetticamente (ma a breve) garantisce maggiori profitti, indipendentemente da quello che quel settore produce o consuma e dalle conseguenze sull’economia globale del paese prodotte, e
  • un investimento fatto tenendo conto di una situazione organica del modello produttivo del paese, dei fabbisogni di energia, di disponibilità di risorse di mano d’opera e servizi, in sintesi fatto in modo razionale

è evidente che la programmazione sceglie il secondo modello di investimento.

E’ quello che stiamo vivendo in questi giorni: la scelta (o l’imposizione) di investire nella difesa portando al 5% il nostro costo di partecipazione alla NATO è decisamente una scelta razionale non generata dal criterio del profitto anche se conseguenze di maggiori profitti, ad esempio in Leonardo, saranno certi.

Stiamo allora all’avvio di una politica programmatoria gestita dalla razionalità di destra, fatto questo che strapazza la già disastrata sinistra in crisi di esasperato welfarismo che ha messo in soppalco quel poco di socialismo rimasto nel nostro paese.

Piangiamo su i tagli di fondi alla sanità, lottiamo per un salario minimo che riteniamo essere la sola fonte di sfruttamento e non capiamo che lo sviluppo del welfarismo, trionfante nei trent’anni successivi al dopoguerra, con la Tatcher e Reagan è entrato in crisi totale, stiamo arretrando su tutti i fronti perdendo tante conquiste ottenute in quegli anni, ma non sappiamo elaborare una proposta alternativa essendo in crisi di astinenza dal socialismo.

Certo, oggi l’importante è una Europa più forte, più unita, capace, se lo è, di diventare un polo e non una colonia, prospettiva questa di una crudezza evidente (basti considerare i pochi mesi da febbraio in poi) che richiederebbe un orgoglioso atto di presenza dell’intelligenza europea. In verità il piano di Draghi sullo stato di competitività del nostro paese, e intendo con paese l’Europa, aveva indicato la strada razionale di programmazione con investimenti di 800 miliardi annui per almeno 10 anni per vincere il pericolo di essere colonializzati. Ebbene quel piano, ignorato dalla sinistra europea, mai presente nella discussione della sinistra nostrana, è diventato un piano programmatico per la costruzione della difesa europea, e ho difficoltà a dissentire.        

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