Piero Gobetti: il nemico più feroce del regime
di Christian Vannozzi |
Piero Gobetti fu la penna più originale contro il fascismom contro un regime che era ai suoi albori e che inizierà ben presto a mietere vittime tra oppositori politici e, per l’appunto, giornalisti.
Nato a Torino nel 1901, morì a soli 25 anni in Francia a Neully-sur-Seine dove era stato costretto a rifugiarsi in esilio a causa del suo manifesto antifascismo.
Fu giornalista di orientamento liberale, aderente a quella sinistra progressista, nell’ambito del liberalismo italiano, che aveva garantito l’unificazione del Paese ed era stata l’anima vera del Risorgimento. Un liberalismo così tanto dinamico e progressista che nessun partito di Sinistra democratica, oggigiorno, potrebbe pensare di raggiungere.
I suoi genitori erano appartenenti della piccola borghesia e avevano una drogheria, e lavoravano fino a 18 ore al giorno per offrire al figlio la possibilità di poter vivere senza preoccupazioni economiche e poter studiare. Si perché lo studio fu l’unica ricchezza del giovane Pietro, che si nutriva letteralmente di filosofia e letteratura, formandosi e crescendo come singolo quasi impossibile da inquadrare in un periodo storico che intendeva inglobare tutto e tutti in una massa sociale uniforme.
Nel 1916 inizia a frequentare il liceo classico Vincenzo Gioberti, dove conosce Ada Prospero, che diverrà sua moglie. Filosoficamente si formò con la guida di Balbino Giuliano, che collaborava, come redattore, alla rivista ‘L’Unità’ di Gaetano Salvemini, legato all’ambiente socialista e meridionalista. Le lezioni del professor Balbino ispirarono i sentimenti patriottici del giovanissimo Piero, che nell’estate del 1918, un anno prima del dovuto, si diploma e parte volontario per La Grande Guerra.
Finita la guerra Piero si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Torino, dove si laurea con pieni voti nel giugno 1922. Tra i suoi professori c’è Luigi Einaudi, che sarà futuro presidente della Repubblica Italiana.
Nel novembre 1918 fonda la rivista Energie Nove, che ricalcava le idee liberali e anti-stataliste di Einaudi che auspicava poca ingerenza dello stato nella vita economica e nella proprietà privata.
Gobetti voleva rinnovare la morale di una nazione spenta dove la popolazione non era più consapevole della sua storia e del suo genio, e dove, la classe politica, era talmente distante dalla popolazione che la rappresentanza era più formale che sostanziale.
Assieme a Gaetano Salvemini fu promotore della formazione politica ‘Lega Democratica’, che però non raggiunse nessun risultato elettorale nelle elezioni del 1919. L’idea fu infatti definita dai socialisti e dai liberali come qualcosa di utopico, priva di fondamento, a causa dell’eccessivo idealismo politico e sociale di Piero, che desiderava riunire tutte le forze progressiste, liberali, democratiche e socialiste della Penisola.
La Lega fu infatti schiacciata dall’estrema destra dannunziana e mussoliniana da una parte, e i partiti statalisti marxisti dall’altra. I partiti di massa prendevano infatti il sopravvento sul singolo genio. La figura proprio del singolo, tipica del liberalismo, veniva soffocata dai partiti di massa, dove il leader guidava il tutto e dove l’intero era più importante del singolo.
Si stava, inoltre, verificando in Russia una trasformazione sociale e politica radicale, ovvero la formazione di uno Stato Socialista. Fenomeno interessante che Gobetti non perse occasione di studiare, vedendo come gli operai venivano spinti dall’ideale marxista, al quale Piero si avvicinò, anche se solo culturalmente.
Per comprenderne meglio le ragioni e la filosofia di fondo, iniziò a studiare il russo, e a frequentare intellettuali comunisti, come Antonio Gramsci, di cui ebbe una grandissima stima. Lo stesso leader comunista aveva una grande stima di Piero, di cui rimase molto colpito.
I suoi scritti si muovevano continuamente tra liberalismo progressista e socialismo, fu sempre molto sensibile alle tematiche legate ai lavoratori, e ammirava l’Unione Sovietica, dove i proletari avevano sviluppato una “coscienza di classe” e si erano adoperati per governare loro stessi la nazione e le fabbriche in cui lavoravano. Era quella che si poteva definire un passaggio all’età adulta di una popolazione che era sempre stata sottomessa a leggi inique.
Durante il 1921 inizia a collaborare con Ordine Nuovo, il giornale della fazione comunista del partito socialista, scrivendo di teatro e continuando il rapporto di amicizia con Gramsci che continuava ad ammirarlo come scrittore.
Nel febbraio del 1922 esce il primo numero del suo nuovo settimanale, “Rivoluzione Liberale”, che riprende i temi di “Energie Nuove”, cercando di riunire insieme la borghesia progressista e il movimento operaio. La rivista divenne uno degli organi di maggior diffusione antifascista, suscitando le ire dello squadrismo e delle frange più estreme del regime che non mancarono occasione di mostrare la loro ostilità facendo ricorso anche alla forza.
Nel frattempo si laurea nel giugno del 1922 a pieni voti in giurisprudenza all’Università di Torino, approfondendo i temi di economia e di filosofia politica con una tesi su La filosofia politica di V. Alfieri, discussa con Solari e pubblicata nel 1923.
Con l’avvento al potere del regime fascista, dopo la messa in scena del colpo di stato e della marcia su Roma del 28 ottobre 1922, iniziò il disfacimento del vecchio Stato liberale. Questo convinse Gobetti a orientare la sua rivista in chiave antifascista avvicinando tutti i militanti dell’area laico-democratica.
L’11 gennaio del 1923 Piero Gobetti si sposa con il suo amore fin dai tempi del liceo, cioè Ada, con la quale viaggio per l’Italia instaurando forti collaborazioni con i circoli antifascisti, in modo da formare una rete che potesse contrastare il regime.
Il 6 febbraio Piero venne arrestato a causa della sua collaborazione con il giornale comunista Ordine Nuovo e da quel momento la sede di Rivoluzione Liberale fu sempre controllata e gli scrittori visti con sospetto dalla prefettura torinese che era stata incaricata direttamente da Benito Mussolini di rendere la vita difficile a Gobetti e ai suoi collaboratori.
Nel giugno del ‘24, con la scomparsa del segretario del Partito Socialista Unitario, il giornale di Piero Gobetti divenne la punta della lancia che colpiva al fianco il regime fascista, ritenuto responsabile di ciò che era capitato al povero segretario socialista. La colpa, secondo il giornale, era tutto da imputare a Mussolini e al regime fascista, e Piero non perse l’occasione per metterlo per iscritto su Rivoluzione Liberale.
Da quel momento però Gobetti diventa il nemico numero uno del regime fascista, e gli squadristi non mancarono occasione di fare irruzione nella sede del giornale per pestarlo a sangue lasciandolo quasi in fin di vita.
Non valse a niente il suo esilio forzato in Francia, in quanto i colpi subiti gli furono fatali a causa della malattia cardiaca che aveva contratto.
Una delle menti più geniali d’Italia se ne andava, a causa di un regime che non permetteva opposizioni e non voleva degli intellettuali, ma dei sudditi, che non si opponevano, non parlavano, ma solo osannavano Mussolini e il fascismo.

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