Europa, il paradosso della difesa: Miliardi in armi per una dipendenza rinnovata?

di Fabio Cannizzaro |

Dopo il vertice di Ankara affermare che la situazione europea è complicata è dire poco. Nelle dichiarazioni di rito si parla di reciproca fiducia, di sicurezza e anche di autonomia strategica. Ma se usciamo dalle rassicuranti narrazioni ufficiali , beh allora, ciò che emerge è il dato della spesa militare, delle spese militari.

Parliamo di miliardi di dollari mica di bruscolini. E si tratta solo di una fase intermedia. L’obiettivo, fissato dagli USA, è e resta quello di portare la spesa militare dei Paesi europei al 5% dei loro diversi PIL entro il 2035. Si tratta di cifre enormi, spropositate. Sorge spontaneo chiedere e chiedersi: compriamo sicurezza o ratifichiamo una nuova/vecchia forma di dipendenza?

Ognuno tragga le proprie conclusioni  tenendo in conto che nell’agone di potere europeo si agitano posizioni tra loro diversificate. Da quella di Ursula von der Leyen che parla di autonomia europea della difesa, di base industriale continentale, di “Buy European” fino a quella NATO dell’olandese Mark Rutte che è più “spalmato” su un atlantismo filo USA senza sfumature.

Diverse visioni o linee? In realtà a ben vedere, le due posizioni non sono poi così distanti. Ambedue guardano a Washington. L’autonomia difensiva evocata è poco più di un artifizio retorico dato che tutto è e resta sotto il pieno controllo statunitense. La differenza sta nel fatto che gli USA adesso ci presentano il conto per la nostra difesa-tutela e lo fanno utilizzando il concetto tecnico della Interoperabilità, che parla gergalmente di standard e regole del gioco tutte fissate dagli Stati Uniti in virtù della propria agenda di utilità.

Se ci si ferma, dunque, a riflettere emerge con chiarezza che il paradosso in questo disegno è tanto chiaro quanto stridente. Si invoca la sovranità europea che si finanzia rinunciando alla sovranità sia nazionale sia , in potenza, continentale delegandole ora sia alla NATO sia direttamente agli USA, ovvero sempre e solo a questi ultimi.

Si parla di indipendenza attraverso strumenti bellici che poi, in concreto, finiscono per rinnovare anzi fortificare la dipendenza politica e strategica dallo “alleato” americano. 

Siamo in presenza di un gioco di specchi dove diventa oltremodo difficile comprendere ciò che è vero e reale rispetto a ciò che è solo mero riflesso, narrazione propagandistica. Alla luce di ciò sorge spontaneo chiedersi: A chi giova tutto ciò? E ancora: il conto, quello vero, chi lo paga? Non serve essere né cinici né radicali per rispondere che, con tutta evidenza, se ne avvantaggeranno solo le industrie della difesa, quel conglomerato produttivo-finanziario globale e globalizzato che opera su entrambe le sponde dell’Oceano.

Quelle quote di PIL, quel 5% posto dal presidente Trump come punto d’arrivo, dovrà necessariamente venir fuori dalle tasche dei cittadini e , in primis, di quelli più poveri che son poi la maggioranza della popolazione europea.

Tutto ciò significa che quelle risorse non andranno altrove.  Non sosterranno, pertanto, un Welfare sempre più traballante, non finanzieranno più scuole, università, sanità, non sosterranno più le forme della transizione ecologica. Tutto ciò avrà necessariamente una ricaduta sul tipo di società europea dei prossimi decenni e segnerà il futuro delle nuove generazioni di questo nostro Vecchio Continente.

L’Europa si trova impantanata e deve quindi scegliere cosa fare. Da una parte può percorrere il sentiero, invero tortuoso, che potrebbe condurla ad agire e pesare come fosse una “fortezza”.  E se così fosse dovrebbe accumulare armi, alzare muri, militarizzarsi. È una strada che può dare l’illusione momentanea del controllo, affidandosi a soggetti terzi, NATO e USA, che hanno obiettivi spesso coincidente ma  strategicamente non sovrapponibili.

Dall’altra parte c’è una strada più impervia, e forse più ambiziosa. Quella che concepisce la sicurezza non come un bunker, ma come il risultato di relazioni solide. Una diplomazia che non ha paura del dialogo, una cooperazione che costruisce ponti invece di fossati, un modello sociale così giusto e desiderabile da essere, di per sé, il miglior argine contro l’instabilità. Si tratterebbe di una sicurezza che nasce dalla credibilità e non dalla paura.

La vera autonomia va costruita giorno dopo giorno e richiede scelte coraggiose e lungimiranti che vogliano e sappiano andare oltre l’immediatezza di certe crisi o emergenze. Prima di impegnare miliardi in nuove generazioni di armi, intelligenti e no, forse varrebbe la pena investire sulle nuove generazioni, sui bisogni sociali.

In ogni caso il vero rischio  che attualmente l’Europa corre non è quello di essere invasa ma semmai quello di svendersi ovvero di vanificare la sua stessa ragion d’essere che per l’Unione era quella di unire e pacificare. Siamo disposti a rinunciarvi in cambio di un’aleatoria sicurezza  tanto costosa quanto subordinata e subordinante?

L’Europa, gli europei devono, dunque, decidere se voglio barattare la propria “anima” con una visione “armata” della libertà fatta di credo securitario interno e dipendenza dall’alleato americano.

Dobbiamo chiederci: vogliamo essere soggetti della nostra storia o oggetti eterodiretti di quella di altri?