di Fabio Cannizzaro |
Parlando, riflettendo di scuola vengono in mente diversi nomi legati a pedagogisti, intellettuali, politici e insegnanti che hanno determinato il divenire della scuola italiana. Uno di questi, importante ma pressoché dimenticato è quello di Umberto Calosso.
Un socialista, uno di quelli che hanno vissuto la politica sulla propria pelle non del tipo ciarliero da salotto. Egli era prima di tutto un insegnante. E si notava, sapete, quando uno ha avuto a che fare con le classi, con i ragazzi, con la fatica di far passare un concetto il suo ragionare si modella a questa visione.
Uno, Calosso, che il fascismo l’ha visto, l’ha combattuto, l’ha vissuto in esilio, che ha tenuto accesa insieme a pochi altri una fiammella di verità mentre l’Italia era soffocata dalla propaganda fascista. Mica roba da poco.
E la scuola, per uno come lui, non poteva essere un posto qualunque. Era, ed aggiungo io è, un luogo sacro.
Non un posto dove si impara a ripetere a pappagallo, ma dove si impara a pensare. A mettere in discussione. A non farsi ingannare. Ciò era specialmente in tempi bui come durante la dittatura fascista quando ogni cosa veniva piegata, manipolata.
Immaginatevi questo uomo, lontano da casa, che cerca di dare agli italiani un’istruzione che sa di libertà, che sa di verità. Non è un dettaglio, è tutto. Poi, finita la guerra, tornato in patria, si è rimboccato le maniche. E ha lottato, con una tenacia che oggi ci fa quasi specie, perché la scuola fosse pubblica, laica, aperta a tutti.
Capite? Non un posto per chi aveva il portafoglio gonfio, o per chi la pensava come il potente di turno. No. Uno strumento per tirare su la gente, per dare a tutti una possibilità di capire il mondo, di farsi strada, di partecipare.
Quella Costituzione che abbiamo, con gli articoli che garantiscono il diritto all’istruzione per tutti, beh, anche lui c’era, a difenderla. Un fondamento, mica una cosa da poco. E con questa idea di un’Europa unita che superasse i vecchi rancori, i nazionalismi che avevano portato solo guai.
E ora? Ora sentiamo in giro tante voci, tante sirene, che ci parlano di scuole che devono fare il verso alle aziende. Di “competitività”, di “supporto al mercato”. Ma insomma, ma ci rendiamo conto dove stiamo andando? La scuola deve formare cittadini, o semplici macchine da lavoro, pronte a essere inserite in un motore economico che cambia ogni giorno?
È vero, il lavoro è importante. Ma se riduciamo tutto a questo, a “competenze spendibili”, a “formazione per il mercato”, rischiamo di perdere l’anima. Rischiamo di trasformare quella che dovrebbe essere una palestra per la vita, per la cittadinanza, in una specie di catena di montaggio di futuri impiegati.
E queste spinte, questo modo di pensare, che viene da certe logiche di mercato, stanno cercando di forzare la mano al ruolo che la nostra Costituzione, quella che Calosso ha aiutato a scrivere, affida alla scuola. Quel ruolo di crescita della persona, di chi sa pensare con la propria testa, di chi sa essere un cittadino vero.
Se Umberto Calosso fosse qui oggi… beh, sono sicuro che si batterebbe con la stessa, fiera passione di allora.
Si chiederebbe: ma noi, stiamo davvero preparando i nostri ragazzi a essere liberi, o li stiamo solo addestrando per un mercato che domani potrebbe non volere più queste competenze?
Stiamo difendendo la scuola pubblica, quel luogo di uguaglianza e di pensiero, o la stiamo lasciando svuotare, a favore di chi pensa solo al profitto?
La sua lezione, il suo esempio, ci ricorda che la scuola è un bene di tutti, non una cosa da vendere o comprare.
È il luogo dove si costruisce il domani non solo il guadagno di qualcuno. Dobbiamo ricordarcelo, e difenderla, con le idee, con la passione, con quella stessa fiamma che lui ha tenuto accesa per tanto tempo.
Grazie compagno Calosso!

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