La lezione di Lionel

di Fabio Cannizzaro |

L’arrivederci a Lionel Jospin non può essere, non deve essere soltanto un tributo formale. Offre, piuttosto, una occasione per ragionare. Un momento di riflessione pacata, forse un po’ amara, su cosa abbia rappresentato quell’uomo asciutto, dalla parlata misurata, per la sinistra europea che si affacciava sul nuovo millennio. E su cosa, di lui, resti politicamente oggi.
Il suo fu un percorso lineare, quasi geometrico: dalla SFIO al Partito Socialista, dall’opposizione al governo di “sinistra plurale”. Eppure, quella linearità racchiudeva la contraddizione più profonda di un’epoca. Jospin incarnò, forse meglio di chiunque altro, il tentativo estremo di governare da sinistra senza mettere in discussione i cardini del sistema.

Credette, o volle credere, che si potesse prendere il neoliberismo e piegarlo, addomesticarlo, usarne l’energia per fini progressisti.
Il suo governo, tra il 1997 e il 2002, ne fu la dimostrazione pratica, e insieme il test definitivo. Da un lato, le riforme sociali che tutti ricordiamo: le 35 ore, gli Emplois Jeunes, il PACS. Dettagli importanti, non lo nego, tocchi di umanità in un quadro sempre più astratto. Dall’altro, l’accettazione silente, anzi, attiva, dell’architettura economica dominante. L’indipendenza della Banca di Francia, il rispetto sacrale dei parametri di Maastricht, le privatizzazioni che superarono persino quelle della destra precedente.

Era come costruire un appartamento accogliente all’interno di un grattacielo le cui fondamenta si stavano lentamente erodendo. Si poteva arredare con gusto, ma la struttura, quella, non la toccavi.
La sua famosa distinzione – “sì all’economia di mercato, no alla società di mercato” – suona oggi come un’elegante illusione. La speranza che si potesse tenere il capitalismo in una scatola, lasciandolo fare nella sfera economica per poi correggerne gli eccessi in quella sociale. Ma la storia, si sa, non ha molto rispetto per le scatole.

L’economia di mercato, lasciata a se stessa, produce inevitabilmente una società di mercato. Divora gli spazi di solidarietà che le si vogliono contrapporre. Jospin lo sapeva? Probabilmente sì, ma scelse comunque di provarci. Con una onestà intellettuale che non gli si può negare, e una certa austerità morale che lo rendeva quasi anacronistico.
Il risultato, però, fu un paradosso. Egli “modernizzò” ulteriormente il Partito Socialista, lo rese “responsabile”, degno di fiducia per le élite finanziarie.

Ma nel farlo, lo allontanò progressivamente da chi quel partito avrebbe dovuto rappresentare. Le classi popolari, gli operai, i precari.
La sua sobrietà, il suo “la politica non è tutto”, mentre tecnicamente vero, finì per suonare come un abbandono. Un passo indietro dal progetto trasformativo, in cambio di un realismo amministrativo.
Quel vuoto a sinistra non rimase vuoto a lungo. Dopo lo choc del 21 aprile 2002 – la sua eliminazione al primo turno, davanti a Le Pen – altre forze si mossero per occuparlo, contestando proprio quei dogmi che Jospin aveva accettato come inevitabili.
E qui sta il punto cruciale della sua eredità. Jospin definì un socialismo europeo “realistico”. Ma quel realismo, col senno di poi, assomiglia molto a una capitolazione.

Si basava su una fiducia: che il capitalismo globale fosse governabile, che il capitale potesse essere un partner, magari scomodo, ma con cui trattare.
La crisi del 2008, e tutto ciò che è seguito, hanno mostrato quanto quella fiducia fosse malriposta. Il capitale non vuole partner, vuole subappaltatori.
E quando la gestione socialdemocratica diventa un ostacolo – quando quelle riforme minime, keynesiane, intralciano la massimizzazione del profitto – viene semplicemente licenziata.
Allora, che cosa ci lascia Lionel Jospin? Un monumento, forse. Ma non a una vittoria. A una sconfitta necessaria, didattica.
Quella della mediazione pura, del compromesso senza conflitto. Dimostrò, suo malgrado, che in assenza di un contropotere radicale e di una rottura con la logica di mercato, le politiche sociali più benintenzionate sono fragili, reversibili, sempre in subordine.

La sua sconfitta elettorale non fu un incidente di percorso. Fu il sintomo di un malessere più profondo: l’incapacità di quel socialismo di parlare alla rabbia, alla paura, alla delusione generata dalla globalizzazione. Una rabbia che, non intercettata, si è riversata altrove. Nell’astensionismo, certo. Ma anche, e in modo più sinistro, nell’estrema destra.
La sua tragedia – personale, ma anche generazionale – fu di non aver capito, o forse di aver capito troppo tardi, che i poteri economici con cui cercava di mediare non erano interlocutori. Erano avversari.

La sua eredità è un monito, un punto da cui ripartire. Un socialismo che si adatta senza conflitto, che dialoga col centro senza costruire un blocco sociale alternativo, che accetta i vincoli del mercato come leggi di natura, è destinato a diventare l’ala sinistra del neoliberismo. E, alla fine, a esserne travolto.
Il volto umano che Jospin volle dare al secolo nascente gli fu negato. Non da un capriccio della storia, ma dalla logica ferrea del sistema che cercava di addolcire.

La sfida per chi viene dopo è guardare in faccia quella sconfitta, senza rimpianti agiografici ma anche senza disprezzo. E da lì, ritrovare il coraggio di un progetto che non tema il conflitto, che cerchi l’alternativa sistemica. In una dimensione europea e internazionalista che lui, forse, intravvide in lontananza, ma non seppe – o non poté – raggiungere.
Bon voyage, Lionel. Il tuo percorso ci ha mostrato una strada. Che sfociò certo in un vicolo cieco. E anche questo, in politica, è un servizio non da poco che ci hai reso.