SIGNIFICATIVI PASSI VERSO L’UNIFICAZIONE

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
SCUOLA DI DOTTORATO Humane Litterae
DIPARTIMENTO Scienza della Storia e della Documentazione Storica

CORSO DI DOTTORATO STUDI STORICI E DOCUMENTARI

(ETÀ MEDIEVALE, MODERNA, CONTEMPORANEA) CICLO XXVI

La questione della politica estera nel dibattito interno al Partito socialista unificato. Dal progetto di unificazione alla nuova scissione: 1964 – 1969

M-STO/04
Tesi di dottorato di: Eleonora Pasini Matr. n. R09045

ANNO ACCADEMICO 2012-2013

 

CAPITOLO PRIMO

1.4 Significativi passi verso l’unificazione

Il dibattito precongressuale socialista si svolse alquanto confusamente. Furono presentate le Tesi della maggioranza, la Lettera ai compagni ed, inoltre, la mozione della minoranza, contraria all’unificazione. Le votazioni procedettero, così, in modo complicato poiché in alcuni casi si votava solo per le Tesi della maggioranza, in altri solo per la Lettera ed in altri ancora per i due  documenti insieme.  Nelle  assemblee la maggioranza, raccolta intorno a Nenni e De Martino, raggiunse circa l’80% di consensi.

Alla vigilia del congresso le posizioni del leader socialista e del segretario continuavano, dunque, a coesistere rappresentando un limite per la chiarezza e la trasparenza interna al partito. Nenni e De Martino confermarono le proprie tesi rinunciando a modificarle o a sfumarne alcuni tratti, intenzione attestata anche dal continuo scambio di lettere avvenuto tra i due sino al giorno  precedente  il  congresso.

“Caro De Martino,

è troppo tardi perché io possa discutere con te della relazione. Da questo punto di vista il metodo con cui siamo arrivati al congresso è stato certamente sbagliato. Non ho letto della tua relazione che la parte che riguarda l’unificazione e il centro-sinistra. Poco da dire sulla seconda. La prima non pecca nella impostazione ma nella formulazione troppo reticente, con troppe riserve, con troppo pessimismo, laddove c’è bisogno di uno scossone. […]

Non dubito della lealtà del tuo sforzo per tenere unita la maggioranza, l’appoggerò non dicendo nulla che rischi di comprometterla, temo che il risultato, se non nelle quattro giornate del Congresso, ma subito dopo non corrisponda alle tue e mie speranze. Temo addirittura che il Congresso possa manifestare delle divergenze difficili da conciliare”.

“Caro Nenni,

mi rincresce profondamente che tu non abbia trovato soddisfacente la parte relativa all’unificazione. Ma non ho fatto altro che ripetere quanto è scritto nelle tesi e più volte detto davanti al Partito, semmai con qualche attenuazione. Vi sono momenti nei quali sentiamo che sono in giuoco valori fondamentali e questo è uno di quelli. Non posso quindi modificare: mi sembrerebbe di ingannare me stesso e la mia coscienza. Anche io so che il Congresso ha problemi difficili; speriamo di superarli. Io farò il possibile”49.

Nelle lettere emergono chiaramente le difficoltà ed i dubbi che ancora tormentavano i due leader socialisti, nonostante il congresso fosse alle porte. Si esprimevano, inoltre, serie preoccupazioni sui problemi che  sarebbero  emersi durante l’assise socialista legati soprattutto alla questione dell’unificazione.

Il 10 novembre del 1965 si riunì a Roma il XXXVI  congresso del Psi. Al  centro del dibattito congressuale si poneva lo spinoso tema dell’unificazione, affrontato ed interpretato in modi profondamente diversi all’interno del partito socialista. Il segretario del partito De Martino nella sua lunga relazione mantenne le posizioni già espresse nelle Tesi e riguardo il “problema della  unificazione  di tutte  le forze socialiste” ribadì:

“Molte delle ragioni ideali e politiche, che provocarono la rottura del 1947, sono cadute. Si tratta dunque ora di precisare i termini politici del processo, e di avviarlo con convinzione ma anche con la coscienza degli ostacoli esistenti, con prudenza, con realismo, non compiendo alcun passo, che distacchi il partito dalla coscienza che i militanti e le masse hanno del problema stesso. Perciò il Congresso commetterebbe un grave errore, se appunto non tenesse nel massimo conto il giudizio che è stato manifestato nei dibattiti di base. Che è giunto a conclusioni non diverse a quelle indicate nelle tesi. In queste si affermava che il problema deve essere affrontato con la coscienza delle diversità tuttora esistenti tra il nostro Partito e quello socialdemocratico, diversità derivanti dalla differente esperienza storica e dalla composizione sociale dei due partiti. Si respingeva altresì la tendenza a considerarlo in modo strumentale e propagandistico o troppo sommario ed affrettato e principalmente si respingeva l’unificazione come il puro trasferimento del Partito Socialista Italiano sul terreno della socialdemocrazia”.

De Martino parlando, inoltre, della socialdemocrazia mise in risalto la mancata “revisione dei suoi orientamenti per quanto riguarda una politica rivolta a realizzare più avanzate conquiste socialiste” rispetto a quella avviata, invece, dal Partito socialista italiano e riaffermò la volontà di coinvolgere nel progetto di unificazione “tutte le forze socialiste”.

“Si poneva in rilievo che il Partito socialista ha proceduto ad una coraggiosa revisione dei suoi indirizzi politici ed ha dimostrato in modo incontestabile la sua autonomia ed il suo impegno democratico, mentre la socialdemocrazia, pur superando il centrismo e pur iniziando una più positiva collaborazione con il Psi, non ha ancora proceduto ad una revisione di pari importanza dei suoi orientamenti per quanto riguarda una politica rivolta a realizzare più avanzate conquiste socialiste. Infine le tesi respingevano il processo limitato ai vertici e ristretto soltanto ai due partiti, ed indicavano la necessità di estenderlo a tutte le forze socialiste, collegandolo ad un periodo di comuni lotte quotidiane”.

Il segretario del Psi, affrontato poi il tema della Costituente socialista considerata una base per “la creazione di un grande partito unificato”, indicava due punti fondamentali “come mezzi per superare le diversità ed i contrasti ancora esistenti”. Uno è quello dell’azione politica, cioè di un periodo di lotte comuni che veda associate le forze che sono chiamate a partecipare all’unificazione, un periodo di lotte, nel corso del quale si manifesti chiaramente la volontà dei partiti di imprimere un carattere fortemente socialista al nuovo partito e quindi fare di esso un forte mezzo di azione delle masse lavoratrici. L’altro punto riguarda il dibattito, i contatti fra gli organismi dei partiti fra di loro e con le altre forze interessate all’unificazione. […] Nessun dibattito, per quanto penetrante ed elevato, nessuna carta per precisa ed appagante che sia, può equivalere all’immenso valore dell’azione.

Credo dunque che il Congresso, nel riconoscere l’esistenza del problema della unità politica di risolverlo positivamente non possa sottrarsi al dovere di stabilire appunto che un periodo di lotte comuni, nelle quali non si disperda ma si accentui quella eredità ideale, quel grande patrimonio di valori politici e morali, che abbiamo tratto dal nostro continuo legame con le masse lavoratrici. L’iniziativa del Partito dovrà dunque consistere in una spinta continua perché la socialdemocrazia e le altre forze interessate si impegnino sempre di più nella azione per assicurare quelle conquiste del mondo del lavoro, che permettano di realizzare la stessa ragione di esistenza. […] In secondo luogo, occorre operare nel Paese e fra le masse dei lavoratori, perché la coscienza dell’unità si sviluppi e si allarghi mediante il dibattito e la discussione, ma anche un insieme di fatti, i quali facciano cadere il timore che il partito da costruire divenga un semplice strumento di integrazione dei lavoratori nel sistema e non già un’arma più incisiva per una graduale ma tenace e continua trasformazione del sistema.

Passando a trattare del Partito socialdemocratico e nello specifico delle “condizioni pregiudiziali alle quali subordinare l’unificazione socialista” poste da quest’ultimo, affermava:

“Non sembra a me che questo sia il mezzo più idoneo al conseguimento del fine, essendo incontestabile il carattere democratico del nostro Partito. Con ciò non voglio dire che non si pongono al Partito socialista, indipendentemente dall’unificazione, i problemi dei suoi rapporti con l’Internazionale […] problemi che non si possono giustamente risolvere richiedendo la pura e semplice accettazione di tutti i principi della carta di Francoforte. […] I problemi vanno posti sotto la giusta luce nella quale furono visti al nostro Congresso di Venezia, cioè come ricorda la “Lettera” di Nenni “in termini tali da salvaguardare l’individualità del socialismo italiano”. Così anche per quanto riguarda il problema dell’appartenenza sindacale. Non si può configurare per il nuovo partito il principio della libertà di scelta, perché questo porrebbe i militanti socialisti in una condizione insostenibile e non li renderebbe più forti nella vita interna dei sindacati”.

Nella parte finale della sua relazione De  Martino affrontò il tema più delicato   e spinoso legato al progetto di unificazione, quello che lo aveva trovato in maggior disaccordo con Nenni, ovvero quello riguardante i tempi dell’unificazione50.

“Molto si discute nel mondo politico se la costruzione di questo nuovo partito possa avvenire prima o dopo del 1968. Questo non è stato affrontato nei dibattiti di base ed era naturale che fosse così essendo largamente prevalsa la tesi che il processo unitario richiede un periodo di lotte comuni. […] Nemmeno dunque il Congresso Nazionale è in grado di dare una risposta a questa domanda, se esso naturalmente accetterà il disegno di unificazione che abbiamo finora proposto. Personalmente sento il dovere di dire ai compagni che l’operazione è tanto importante, se si vuole davvero creare un fatto politico capace di modificare profondamente i rapporti esistenti nella società italiana, che occorre prendersi tutto il tempo necessario e ritengo preferibile impiegare più tempo e fare le cose bene, anziché meno tempo, ma come si diceva nella relazione del compagno Nenni al Congresso di Venezia, nella confusione delle idee e dei programmi. Il successo non dipende soltanto da noi. Da parte nostra non vi può essere altro che una sincera volontà politica di sostenere il processo di unificazione, secondo le direttive che abbiamo indicato e con le caratteristiche che riteniamo fondamentali. Questa è la nostra responsabilità”51.

Anche Nenni nel suo intervento ribadì i concetti espressi nella “Lettera” ed, affrontando il tema dell’unificazione, propose al Partito socialdemocratico di dare avvio ad un periodo di azione comune e di comuni assunzioni di responsabilità per preparare al meglio l’incontro tra i due partiti. “Ci sono, io credo, quattro modi sbagliati di porre il problema. Il primo è di dare per risolti tutti i quesiti che l’unificazione comporta, ciò che non è vero. Il

La questione è sottolineata anche da Nenni nei suoi Diari.

“L’eloquenza e calore umano sono un aspetto della politica, ma non certo tutto. Così oggi in una lunga riunione con la commissione politica ho sentito emergere molte riserve sui tempi della unificazione. De Martino è l’onesto e leale interprete proprio di queste incertezze” secondo è di dare la preferenza ai motivi di contrasto nella politica generale o in quella locale che si sono inevitabilmente accumulati nei lunghi 17 anni dalla scissione, sui motivi di prospettiva. Il terzo è di non tener conto che anche in questo campo non partiamo da zero, né gli uni né gli altri, perché, dietro di noi, sta il congresso di Venezia, quando non esitammo a porre il problema dell’unificazione con la socialdemocrazia; dietro la socialdemocrazia sta la rottura col centrismo conservatore e la collaborazione con noi nel centro- sinistra, dietro i due partiti c’è l’elezione di un socialista al Quirinale che non è un fatto personale, ma un grosso fatto politico. Il quarto errore è di prospettare l’unificazione come una operazione politica tra Psi e Psdi e basta, mentre si tratta di un vasto problema che non sta nei limiti di una semplice operazione dei vertici dei partiti già costituiti.

Il modo di affrontare la concreta soluzione del problema dell’unificazione è uno solo: proporre al prossimo congresso socialdemocratico di dare inizio ad un periodo di azione comune e di comuni assunzioni di responsabilità al livello delle sezioni, delle federazioni, delle direzioni di partito, dei gruppi parlamentari, delle delegazioni di governo di regione degli enti locali; associare a codesta azione comune tutte le forze interessate al rilancio socialista; porre alla base del rilancio un nuovo corso socialista che comporti una risposta integrale ai problemi dello Stato e della società”52. Durante le giornate congressuali il dibattito si rivelò particolarmente acceso ed intenso. I membri della minoranza replicarono con forza e determinazione ad alcune dichiarazioni e punti affrontati nella relazione del segretario, non risparmiando a De Martino pungenti critiche e pesanti obiezioni. In numerosi interventi i dirigenti socialisti chiedevano una maggiore chiarezza sulla spinosa questione dell’unificazione che li vedeva fortemente contrari ed ostili. Questo obiettivo, se raggiunto, avrebbe portato ad una rottura dei legami con il mondo del lavoro e ad un grave allontanamento delle masse dal partito. All’interno della minoranza Lombardi confermava la sua opposizione a tale iniziativa e rivendicava a nome dei membri della minoranza la funzione di opposizione costruttiva all’interno del partito.

“Noi rivendichiamo il pieno diritto di organizzare e rappresentare il nostro dissenso come corrente in tutte le forme, limitate soltanto dal senso di autodisciplina e di amore al partito (e dal rigetto di ogni disciplina di corrente superiore alla disciplina di partito, nella quale consiste il passaggio dalla corrente alla frazione); noi riteniamo di rappresentare una esigenza importante nel partito, di cui il partito non può privarsi senza impoverirsi collettivamente. Questi sono i limiti della convivenza democratica. […] Comunque noi intendiamo rivendicare questa nostra funzione nel partito, anche perché pensiamo che sia necessaria e indispensabile una forza capace di permettere al partito di sopravvivere anche agli errori della sua maggioranza. E’ alla luce di questo impegno, compagni, che noi prendiamo atto dei risultati del congresso, già scontati, e pensiamo alla nostra battaglia all’indomani del congresso, per contribuire nelle forme democratiche a dare al partito la possibilità di mantenere la sua coscienza socialista”53.

Anche Antonio Giolitti rivendicò il ruolo positivo e fondamentale che la minoranza ricopriva all’interno del Psi, affermando:

“Per quanto riguarda i compagni della minoranza, debbo dire che veramente noi non abbiamo né la sensazione né la coscienza di trovarci in una posizione di isolamento. La minoranza, compagni, ha presentato nel corso di tutto il dibattito precongressuale argomenti ai quali tutto il partito- debbo dirlo- ha dimostrato di essere sensibile, anche se nelle sue deliberazioni a larga maggioranza le ha rifiutate. Questa minoranza dunque può ben dire, adducendo anche la testimonianza di questo congresso, che essa è parte viva di tutto il partito, non solo per ciò che essa rappresenta come numero di voti congressuali ma perché le sue esigenze, le sue idee, e le sue indicazioni appartengono alla storia, alla tradizione, alla natura stessa di questo nostro partito. In ciò, mi pare, è la garanzia più seria e più sicura che noi non ci chiuderemo né in ghetto né in un club di giacobini o di intellettuali appunto perché di ciò abbiamo dato prova attraverso il modo con cui abbiamo condotto il dibattito congressuale”.

Esaminando, poi, il tema “dell’operazione unificazione” dichiarò:

“Quando l’operazione unificazione -poiché di questo inevitabilmente si tratta- ci viene prospettata nei modi e nei tempi che ci sono stai indicati, essa è un’operazione-contratto tra Psi e socialdemocrazia; è esattamente un modo di spingere tutto questo movimento nella direzione opposta, di chiuderlo in questa piccola e ristretta operazione che ha, come dicevo, un carattere più di contratto che di grande movimento, di grande spinta unitaria. […]

Una unificazione così concepita e realizzata delimiterebbe un’area socialdemocratica entro gli attuali confini dei due partiti, per stabilire un’alleanza politica con la democrazia cristiana, come ci viene apertamente detto dai suoi fautori, caratterizzata dall’impegno anticomunista e dall’adesione all’alleanza atlantica come scelta di civiltà. Ciò significa accettazione definitiva della versione moderata del centro-sinistra, rinuncia a contestare l’egemonia comunista sul movimento operaio, rinuncia a svolgere nella politica internazionale un ruolo autonomo, svincolato dagli schemi ideologici dei blocchi. La funzione del partito socialista non può ridursi a quella di garante dell’ordine e della stabilità. […] L’idea socialista non è un’utopia di altri tempi che ormai deve cedere il passo al realismo politico. Essa è l’unica guida valida per un’azione che voglia dare consistenza reale agli ideali di libertà e di giustizia”54.

All’interno della minoranza si rilevò particolarmente duro l’intervento di Fernando Santi che, attraverso taglienti parole, pose davanti all’intero partito problematiche controverse e delicate55.

Nella sua relazione manifestò il suo netto rifiuto alla proposta di unificazione  ed espresse una critica alla socialdemocrazia giudicata arretrata e ancora  ferma, a  suo avviso, nelle sue posizioni teoriche e politiche. “Oggi dunque, compagni, a proposito dell’unificazione ci si dice che il bilancio del centro-sinistra scarsamente positivo e la nostra debolezza (vedi i risultati elettorali del 1964) è andata indubbiamente accentuandosi e che dobbiamo essere più forti e che la presenza socialista al governo deve essere più incisiva. Per raggiungere questo fine non si pensa di fare o proporre una politica che solleciti l’appoggio di tutte le masse popolari. Ci si propone di fonderci con la socialdemocrazia, che è su posizioni più arretrate delle nostre.

Noi non saremo più forti, fondendoci; saremo più deboli e avremo minore presa nelle masse dei lavoratori. La socialdemocrazia italiana non ha modificato in nulla le sue posizioni teoriche e politiche. Non è venuta sulle nostre posizioni. Siamo noi che andiamo verso la socialdemocrazia al galoppo. Mentre il compagno De Martino attende a mezza strada l’incontro. […]

Santi, inoltre, criticò ferocemente le condizioni poste per avviare il processo di unificazione dettate dal segretario del Psdi Tanassi giudicandole “pesanti ed inaccettabili” pretendendo a tal proposito chiare ed inequivocabili risposte da De Martino e da Nenni56:

“Per contro la socialdemocrazia pone delle precise condizioni; fa una questione in primo luogo di tempo e di sostanza. […] Compagni, questo non è parlare in astratto dell’unificazione; questo si chiama parlare chiaro, ed io do atto a Tanassi che egli è un probabile contraente leale che non tenta il gioco delle tre carte. […] Pesanti per noi inaccettabili condizioni di Tanassi, inaccettabili soprattutto perché, prima ancora della eventuale fusione, vengono a vulnerare l’autonoma capacità di decisione del partito. […] Perché su questi punti De Martino e il compagno Nenni non parlano chiaramente dicendo se sono d’accordo o no? Il partito deve sapere a quali sbocchi arriverà il processo di unificazione che tanto Nenni quanto De Martino vogliono mettere in moto. […] Compagni, il congresso non può rilasciare cambiali in bianco. Vogliamo sapere come finiremo, abbiamo il diritto di saperlo, i compagni che sono l’unificazione hanno il dovere di dircelo. Non si può giocare sull’equivoco. […]

Compagni, io rinnovo – e spero di avere una risposta precisa nella sua replica – al compagno De Martino la richiesta di dire al Congresso senza mezzi termini e senza sfumature se accetta le condizioni di Tanassi o le respinge. I “se” e i “ma” non sono più accettabili. Qui si dibattono le sorti del partito socialista, di questo patito. Noi siamo contrari che il partito finisca nelle braccia della socialdemocrazia”.

Santi dopo aver ribadito la sua netta opposizione ad “una unificazione che liquidi l’iniziativa socialista, l’autonomia socialista del partito”, proseguiva esprimendo il desiderio di creare “un partito socialista autonomo, forte, unito”.

“Compagni, noi non siamo contrari al rafforzamento del partito socialista sulle sue posizioni socialiste, sulla sua posizione di partito classista e democratico, italiano ed internazionalista, pacifista e neutralista, noi siamo contrari ad una unificazione che liquidi l’iniziativa socialista, l’autonomia socialista del partito. Noi vogliamo che il partito socialista viva e ne sia salvaguardata la sua autonomia. […] Volere l’autonomia del partito non significa volere il suo splendido isolamento. Vogliamo un partito socialista autonomo, forte, unito, pur nella indispensabile dialettica interna, che è il lievito insopprimibile di democrazia perché questa è condizione necessaria di libertà e di possibilità di un’iniziativa socialista, indispensabile perché il movimento operaio esca dalle tremende difficoltà attuali. […] Vogliamo un partito socialista autonomo, forte, unito perché possa, in questo momento di grave crisi del movimento operaio, costituire l’interlocutore più valido, più autorevole, più efficace del grande discorso da farsi all’interno della sinistra italiana, senza preclusioni suicide.

Santi terminò il suo intervento con un monito rivolto a tutti i compagni del partito:

“Non sono un idolatra delle sigle e dei simboli ma sono come tutti voi impegnato nella fedeltà agli ideali che noi abbiamo abbracciato e che sono gli ideali del socialismo. Non sappiamo ancora, compagni, che cosa sarà questo socialismo, so però che rappresenta una grande speranza, la attesa secolare delle masse oppresse e sacrificate, e noi commetteremmo un delitto se questo patrimonio ideale suscitatore di forze, di energie e di sacrifici lo lasciassimo disperdere o lo affidassimo ad altri per naturale eredità. […] Il nostro partito deve continuare ad essere una grande forza animatrice nella lotta per la democrazia, per il socialismo”57.

Nella replica finale De Martino tenne conto di questi aspri interventi tentando  di stemperarne i toni. Il segretario coltivava ancora il desiderio di non  creare divisioni troppo nette e spaccature definitive all’interno del partito tra maggioranza   e minoranza e all’interno della stessa maggioranza tra lui e Nenni58. Una parte del  suo intervento fu rivolto, infatti, proprio a tale questione e, parlando delle differenze presenti all’interno della maggioranza, ne sminuì la gravità, respingendole completamente.

“Siamo stati soggetti e siamo tuttora soggetti in queste ultime ore alle pressioni esterne da parte di tutti, comunisti, stampa conservatrice e in diversa misura e con diversi intenti da parte della minoranza del nostro Partito. Si voleva dunque la nostra rottura, si voleva la divisione, si voleva che il Partito socialista, che ha svolto per la prima volta un congresso altamente unitario, finisse davvero nel suo suicidio, cioè nella divisione più profonda, irrazionale e innaturale, la divisione della maggioranza. Essi volevano queste cose, ma si trovano davanti a un partito più unito e più impegnato nella dura lotta che ci attende nei prossimi tempi. Si sono tentate assurde distinzioni, che io respingo, fra le posizioni che io ho rappresentato nelle tesi e nella mia relazione e quelle rappresentate dal compagno Nenni nel suo intervento, presentando la posizione del compagno Nenni in modo tale che egli stesso con il suo intervento, che è stato un forte intervento di carattere socialista, ha contribuito certamente a dissipare.Altro, il discorso della nostra minoranza, la quale è andata anch’essa alla ricerca delle diversità di tono e di accenti nell’ambito della maggioranza. Alla

Nenni colse questo aspetto nella relazione di De Martino.

“Ultima giornata del congresso. Nella sua replica De Martino ha fatto un leale sforzo di saldature con me” minoranza del nostro Partito io devo rispondere che noi, allorché abbiamo abbandonato il sistema delle mozioni prefabbricate e abbiamo sottoposto al Partito temi di discussione indicando una linea, ci siamo proposti di elaborare la linea definitiva del nostro Partito tenendo conto dei contributi portati da tutti gli iscritti che hanno partecipato al dibattito. E’ quindi chiaro che, in una maggioranza così ampia, che è venuta arricchendosi dei contributi della base, è bene che vi siano state differenziazioni o diversità di accenti, essendo però chiaro che sul fondo delle cose, i principi generali, la via democratica, l’autonomia del Partito, la sua indipendenza, la sua volontà di essere socialista, la politica del centro-sinistra e quella dell’unità socialista, su tutte queste cose di fondo, che rappresentano la sostanza viva di questo dibattito, non esiste alcuna differenziazione nella maggioranza”.

Però proseguendo, aggiunse:

“Nella maggioranza sono certamente risuonati toni, accenti e perfino concezioni diverse sul modo di condurre questa lotta politica. Io dico che è un bene se questo costituisce la premessa di un nuovo tipo di organizzazione che non soffochi la libera voce dei militanti, la loro libera coscienza nella chiusa prigione di una corrente o di una frazione, ma che lascia invece libertà, nel quadro di una politica generale, a queste libere coscienze di esprimersi e di esprimere anche dissensi su punti determinanti”.

Affrontò, in seguito, il tema dell’unificazione, considerato “il  più importante  ed appassionato” ma soprattutto quello sul quale “le diversità di accenti della maggioranza si sono rivelate molto più pronunciate”. De Martino, quindi, dopo aver chiarito che “non esiste alcuna riserva mentale né alcuna opposizione da parte di nessuno della maggioranza alla politica di unità dei socialisti”, proseguiva ammettendo però che era presente “una diversa opinione risultata dagli interventi congressuali, sul modo di concepire questa operazione, sui tempi, sule modalità di attuazione, sul carattere che essa deve assumere” e continuava affermando:

“Si tratta di un tema troppo importante perché lo si possa prendere alla leggera, perché si possano considerare le cose come semplici oppure impossibili. E’ un tema troppo importante ed impegnativo perché non si confrontino le opinioni dei compagni favorevoli allo sviluppo di questa politica, essendo scopo di tutti, quello di fare in modo che questa politica avanzi, consegua i suoi risultati positivi. E il risultato positivo che dobbiamo assegnare a questa politica […] è di portarvi tutte le forze interessate non solo, ma anche di farne alla fine uno strumento il quale rappresenti un reale mezzo politico per una trasformazione profonda dei rapporti politici della società italiana. Il che vuol dire che il tema è estremamente importante”.

Il segretario, dopo aver posto come prima condizione il proposito di voler raggiungere l’unificazione con tutto il partito, si soffermò sulle errate modalità di impostare tale processo.

“Io penso che sarebbe sbagliato di impostare questo problema ricordando il passato, i diciassette anni nei quali questa separazione è avvenuta tra le due parti dell’antico Partito socialista. […] Sarebbe sbagliato, dunque, di risolvere o affrontare questo corso della politica di riunificazione dei socialisti soltanto fondandosi sulle eredità del passato. Se ragionassimo, infatti, in questo modo, tanto varrebbe dire che il problema è chiuso. Sarebbe un errore tuttavia di prescindere dai residui non solo psicologici, ma politici che questo passato ha lasciato non solo in noi, ma anche nel Partito socialista democratico e in altri gruppi estranei ai due partiti o in tutti coloro che in seguito a questa divisione profonda del socialismo italiano si sono allontanati dalla milizia”.

In seguito ribadì, nuovamente, la volontà di subordinare il processo di unificazione “ad un periodo di lotte e di azione comune” affermando che “sarà l’esperienza delle cose che dimostrerà il grado a cui il problema dell’unità dei socialisti sarà pervenuto”. De Martino affrontò, poi, la spinosa questione delle condizione dettate dal partito socialdemocratico per avviare l’unificazione, ricordate da Santi nel suo intervento. Il segretario non diede, però, una risposta chiara limitandosi a ribadire:

“Pur riconoscendo l’esistenza di taluni problemi, non abbiamo detto che il processo di unità dei socialisti si fonda sull’accettazione di queste condizioni oppure sul contrapporre nostre condizioni a quelle. Esso si fonda su un’azione politica, su un processo delle cose e sui fatti, se questi fatti verranno avanti, se nell’opera di governo i socialisti ed i socialdemocratici saranno insieme impegnati per esigere la realizzazione delle riforme e la ripresa di quello slancio offensivo del centro-sinistra. Se, infine, nell’azione di governo sorgessero difficoltà insuperabili che costringessero a noi di uscire dal governo, è bene che i socialdemocratici siano con noi in una eventuale battaglia di opposizione. E’ in queste cose appunto che si saggerà il fatto politico dell’avanzare dell’unità socialista in queste ed in altre cose, quelle che devono avvenire nel paese, perché questa è una grande politica mirante alla ricostruzione di un forte partito socialista capace di porsi, non a parole ma con i fatti, come guida politica del paese”.

Nella parte finale del suo intervento il segretario del Psi proseguì nel  suo intento di affievolire le differenze emerse durante il  dibattito  congressuale ribadendo:

“Queste cose ho voluto dirle, compagni, per sgomberare il terreno da quella specie di nebbia che viene diffusa su di noi e che mira a rappresentare il Partito socialista, questa forza tanto viva, in una sorta di palude mefitica in cui nenniani e demartiniani si combattono dietro le quinte. Ho voluto dire queste cose per spiegare di quali diversità si tratta: si tratta di diversità che possono esistere in un partito. […] Alla fine di questo congresso vorrei dire che esso resterà come il Congresso di unità del socialismo italiano, come un Congresso vivo, come un Congresso che ha riaperto una strada che era rimasta chiusa per molti anni; come un Congresso che, aprendo questa strada, ci ha indicato delle direttive, che sono quelle che stanno nella tradizione e negli ideali del socialismo. […] Non resa a nessuno, non capitolazione, non rinunzia, non confusione ed equivoci ma una linea chiara di azione per la democrazia, per il socialismo, per il progresso dei lavoratori”59.

De Martino cercò, quindi, nella sua lunga replica di avvicinarsi alle posizioni   di Nenni pensando, così, di eliminare tutti gli equivoci ed i dubbi sorti durante il congresso. Continuava, però, a persistere, anche se non in maniera esplicita, una differenza fra i due leader socialisti che verteva, come emerge chiaramente dalle posizioni espresse dai due, sui tempi dell’unificazione. Il segretario del Psi, oltre a ribadire la necessità di far precedere l’unificazione da “un periodo di azione  e di  lotte comuni”, insisteva soprattutto sui “tempi necessari” utili per avviare in modo corretto il processo di unificazione. Di diverso avviso era, invece, Nenni che considerava avviato già da tempo un percorso insieme al partito socialdemocratico confermato dalla rottura del centrismo, dalla comune collaborazione al governo e dalla elezione di Saragat a presidente della Repubblica.

Tale dissenso fu superato, però, dalla mozione finale presentata dalla maggioranza, frutto di un compromesso tra le due posizioni, anche se  quelle di  Nenni prevalsero come emerge in modo chiaro dal documento nella parte relativa all’unificazione.

“Il 36° congresso del Psi, ricollegandosi alla dichiarazione del 32° congresso di Venezia, afferma che l’incapacità del movimento comunista italiano ed internazionale di procedere ad una revisione dei principi, dei metodi, e degli indirizzi politici incompatibili con quelli dei socialisti, toglie ogni valore all’appello del Pci per un partito unico dei lavoratori. Occorre dunque aprire di nuovo la strada all’unità di tutte le forze socialiste, con lo scopo di dare vita ad un grande partito socialista democratico, popolare, di massa, erede ed interprete delle tradizioni e degli ideali del socialismo italiano, in grado di offrire una prospettiva alternativa alla società industriale di massa, non solo estendendo le riforme delle strutture economico-sociali, ma assicurando anche ad ogni cittadino quello che né il capitalismo né il comunismo sono in grado di dare: la partecipazione politica a tutti i livelli, cioè l’effettivo esercizio democratico del potere. Per costruire questa forza politica unitaria il congresso propone al prossimo congresso del Psdi un periodo di azione comune e di comuni assunzioni di responsabilità a tutti i livelli, in primo luogo per attuare gli impegni di governo, e, se le circostanze lo richiederanno, per una comune battaglia di opposizione.

A questo impegno comune vanno associate tutte le forze interessate al rilancio del socialismo. Una Costituente socialista trarrà i risultati di tale periodo di lotte e di azione comune riservando ai congressi dei partiti le deliberazioni finali per la costituzione del nuovo partito unificato. Esso dà mandato agli organi direttivi di prendere le iniziative necessarie per avviare il processo unitario”60.

La minoranza, avversa e contraria al progetto di unificazione, come emerso dagli interventi pronunciati al congresso, propose una mozione alternativa nella  quale si confermavano quelle riserve e quei dubbi esposti nelle  relazioni  congressuali e si ribadiva la volontà di preservare il patrimonio socialista e la sua autonomia.

“Il 36° congresso del Psi riafferma che la realizzazione in Italia della via al socialismo si fonda sulla iniziativa politica e sul rafforzamento organizzativo di un partito socialista classista, internazionalista, democratico nei mezzi e nei fini, capace di utilizzare per la politica delle riforme il grande potenziale di rinnovamento e di lotta rappresentato dai lavoratori italiani, resi coscienti delle loro funzioni determinanti nella strutturazione e nella guida dello Stato democratico. […] La via democratica al socialismo non si può percorrere né sulla scorta di un modello unico e predeterminato di edificazione socialista secondo la concezione dello “Stato-guida”; né secondo la prassi socialdemocratica, che ha perso ogni carattere trasformatore, acconciandosi ad una funzione di integrazione, di copertura e di stabilizzazione del sistema capitalistico e dello Stato borghese che lo esprime. L’autonomia del partito socialista e la sua capacità di iniziativa politica derivano dunque dalla funzione assolutamente originale ed insostituibile che esso esercita nella società italiana. E’ questa autonomia che ne preserva e garantisce l’unità. E’ questa autonomia che gli consente di porsi come interlocutore valido nei confronti di tutte le altre componenti della sinistra italiana, comunque e ovunque esse siano organizzate.

E’ soltanto partendo da questa autonomia che il Psi può offrire una piattaforma democratica all’unità dei lavoratori per una politica socialista. Il problema dell’unità del movimento operaio e democratico è certamente il problema di fondo […] ma questo problema non si risolve con processi marginali di unificazione organizzativa; si risolve attraverso un processo di ristrutturazione delle forze di sinistra, fondato su una coraggiosa revisione critica collettiva, che sia capace di portare concretamente, come alternativa democratica ed effettivamente configurabile, tutto il peso dei lavoratori nelle scelte di politica generale e nelle riforme strutturali della società e dello Stato. […] Di fronte alla proposta presentata al giudizio del partito di una unificazione a breve termine limitata al Psi e al Psdi, il XXXVI Congresso la respinge, anzitutto perché contraddittoria con la linea generale e la funzione sopra delineate della politica del partito. Tale unificazione, difatti, anziché affrettare o comunque favorire il processo di riordinamento democratico della sinistra italiana, trasferirebbe anche il Psi sul terreno del sistema capitalistico già da tempo occupato dal Psdi; […] A convalidare la natura intrinsecamente conservatrice della operazione, stanno le condizioni poste dalla socialdemocrazia italiana, coerente con la sua tradizione moderata e anticomunista. […]

La richiesta di estensione meccanica della formula di centro-sinistra in tutti gli enti locali è incompatibile con la funzione del Psi che è quella di promuovere dovunque la piattaforma programmatica e gli schieramenti adeguati ad assicurare la più vasta partecipazione democratica dei lavoratori all’esercizio del potere locale. Infine, la richiesta di libertà di scelta sindacale, cui preluderebbe la proposta facoltà di affiliazione, nella fase iniziale, così alla CGIL come alla UIL, anziché avvicinare l’unità sindacale, aggraverebbe la crisi del sindacato italiano, traducendosi inevitabilmente in un sindacato di partito. Sotto tutti gli aspetti, dunque, la proposta di unificazione col Psdi è contraddittoria con la natura e con la finalità del partito; anche a prescindere dalla collocazione storica concreta della socialdemocrazia italiana, che ha assunto nel passato gravissime responsabilità nei confronti dei lavoratori […] senza avere mai legato la propria sigla a nessuna riforma comunque significativa per modificare l’attuale rapporto di classe in Italia.

Nel respingere quindi decisamente questa prospettiva, che non può portare se non a un vago processo di “concentrazione democratica”obiettivamente destinata a rafforzare la società esistente, recidendo i vincoli operativi propri del movimento operaio, il XXXVI Congresso dichiara altresì che la proposta avanzata non in termini problematici ed ipotetici, ma in termini concretamente operativi, non risponde in alcun modo alle premesse del dibattito che si è svolto nelle sezioni e nei congressi provinciali; sicché il congresso nazionale non si ritiene abilitato a decisioni di carattere pratico su cui la base del partito non si è espressa, e rispetto alle quali si può ritenere fondata l’opinione che si esprimerebbe in senso negativo. Il XXXVI Congresso fa appello a tutti i socialisti che vogliono mantenersi fedeli agli ideali del socialismo, alla storia gloriosa del partito, alla sua funzione nel paese, alla sua autonomia, affinché in una ritrovata e operosa unità essi siano capaci di sventare una prospettiva che potrebbe rivelarsi rovinosa per il partito, per il Paese, per il movimento operaio”61.

La mozione della maggioranza ottenne il 78,84% dei voti consolidando,  così,  la vittoria della linea politica proposta da Nenni. De Martino fu riconfermato segretario, Brodolini vicesegretario ed alla direzione dell’“Avanti!” fu chiamato Franco Gerardi ma il vero trionfatore politico del congresso risultò, senza dubbio, Nenni62. Il leader socialista riuscì, infatti, ad imporre a tutto il partito la prospettiva  di una unificazione con il Psdi realizzabile in tempi brevi, vincendo,  quindi, non  solo le forti critiche tuonate dagli interventi della minoranza ma anche le reticenze e le incertezze di De Martino. Il partito socialdemocratico, che aveva seguito con particolare interesse il congresso socialista, espresse giudizi positivi sulle deliberazioni approvate dal Psi come affermato in un documento approvato all’unanimità dalla direzione del Psdi nella riunione del 17 novembre 1965. Nel documento si leggeva, infatti:

“La direzione del Psdi rileva con soddisfazione che i temi di fondo che i socialisti democratici da tempo hanno posto all’attenzione delle forze politiche democratiche e popolari e che stanno davanti al movimento socialista e alle classi lavoratrici, hanno costituito oggetto di un ampio e positivo esame nel corso del dibattito congressuale del Psi. Sono quegli stessi sui quali il 14° Congresso del Psdi impegnerà i militanti, nel convincimento che è possibile e necessario dare una comune risposta, democratica e socialista, elaborando insieme ai compagni del Psi quella nuova strategia socialista capace di imporsi rapidamente all’attenzione del Paese e di sollecitare i consensi di masse sempre più vaste di lavoratori. L’unificazione socialista aprirà una fase politica nuova della storia italiana: essa avrà ripercussioni tanto più vaste e profonde quanto più rapida sarà nei tempi di realizzazione”63.

In un’altra intervista, però, diverse furono le dichiarazioni rilasciate dal segretario del Psdi rimasto perplesso e deluso soprattutto dalle decisioni adottate dal Psi riguardo i tempi dell’unificazione. Tanassi, che giudicava già maturi i tempi dell’unificazione, avrebbe voluto, infatti, affrettare e concludere il progetto al più presto. “E’ questa la parte della risoluzione socialista che mi ha meno soddisfatto. Una politica comune dei partiti va ormai avanti da  tempo e ai più alti livelli: nel governo, nelle amministrazioni delle grandi città. Prendiamo atto che il Psi vuole ancora un periodo di tempo per approfondire questo processo unitario, ma noi avremmo preferito tempi più rapidi, anche per fugare l’impressione che la procedura immaginata appaia come un mezzo per diluire nel tempo l’unificazione. Nel merito siamo d’accordo e, per parte nostra, cercheremo di facilitare i rapporti e di affrettare il compimento dell’unificazione”64.

Il XIV congresso del Partito socialdemocratico si aprì a Napoli l’8 gennaio del 1966. Al centro del dibattito congressuale emergeva il tema dell’unificazione, come si era verificato per quello del Psi. Tale questione era vissuta, però, in modo molto diverso rispetto ai socialisti, poiché godeva all’interno del partito socialdemocratico di grande consenso. La relazione del segretario del Psdi, approvata a larga maggioranza nella fase precongressuale, rispecchiava, dunque, l’atteggiamento di quasi tutto il partito sul tema dell’unificazione. Tanassi, infatti, affrontando tale argomento evitò di trattare i motivi di contrasto ancora presenti nei due partiti, ribadendo, invece, la volontà di realizzare in breve tempo l’unificazione.

“Tutti sanno che il nostro giudizio sui risultati del recente congresso del Psi è sostanzialmente positivo anche se nei riguardi del processo di unificazione avremmo preferito proposte di più agili procedure. Al punto in cui sono le cose io penso che il nostro congresso debba proporre al Partito socialista italiano un incontro formale tra le due Direzioni o tra due delegazioni adeguatamente rappresentative per constatare l’accordo, ove questo già esista, per delimitare i punti di dissenso e per raggiungere un accordo soddisfacente su tutti i problemi politici.” Il segretario del Psdi propose, inoltre, una procedura  differente  rispetto  a quella prospettata dalle decisioni stabilite dal congresso del Psi.

“E quando si fosse raggiunta una intesa sostanziale nella formulazione della carta fondamentale del futuro partito, le due Direzioni, con l’approvazione dei rispettivi Comitati centrali, dovrebbero convocare appositi congressi straordinari alla cui approvazione sottoporre il documento politico concordato dando mandato agli organi direttivi dei due partiti di procedere all’unificazione organizzativa. In questo auspicio e per quanto ci riguarda, noi proponiamo di dare facoltà al nuovo Comitato centrale di riconvocare per la ratifica del documento politico di unificazione gli stessi delegati di questo congresso”65. Gli interventi pronunciati dai delegati socialdemocratici durante le giornate congressuali ribadirono la volontà di unificazione espressa dal segretario del Psdi anche se con accenti diversi66. Nel dibattito emerse chiaramente il desiderio di dimenticare la scissione di Palazzo Barberini e di avviarsi verso una nuova unificazione, come ribadito non solo nella replica di Tanassi nella quale si leggeva: “l’unificazione va fatta subito, per respingere ogni tentativo di rinvio, per una  ragione di stile e per una ragione di dovere politico verso i  lavoratori67”ma soprattutto nella mozione conclusiva votata quasi all’unanimità.

“Tutte le esperienze e le lotte passate, che restano patrimonio del movimento socialista; il dovere imperioso di contribuire nel modo più efficace possibile al consolidamento alla organizzazione della pace; la necessità di dare un contributo italiano alle impostazioni del socialismo mondiale soprattutto nel senso di sottolineare la esigenza libertaria ed internazionalistica di fronte ai lavoratori degli altri Paesi; la urgenza di tanti problemi che sono davanti alla comunità nazionale e più immediatamente l’esigenza di dare alla politica di centro-sinistra un contenuto più significativo; il dovere di raccogliere l’invocazione all’unità che viene, talvolta, in modo inconsapevole, da parte dei lavoratori italiani; sono tutti elementi che indicano la necessità di concludere rapidamente il processo di unificazione socialista, superando rapidamente le residue difficoltà che tengono ancora divisi i due partiti.

Il XXXVI congresso del Psi ha messo a fuoco con lo stesso vigore, con eguale senso di responsabilità, con altrettanta fermezza i problemi che interessano i lavoratori italiani e lo sviluppo economico e civile della nostra società. La voce del socialismo ha così trovato quei toni comuni, quegli accenti univoci, quella precisione di intenti che riecheggia anche nelle deliberazioni di quel congresso raccogliendo le nostre speranze, le nostre attese di sempre. I socialisti italiani sono finalmente accumunati dagli stessi principi, dagli stessi obiettivi finalistici, nella stessa azione pratica. Essi sono impegnati anche in una comune e non facile azione di governo, così come sarebbero accumunati in una opposizione democratica ove, per volontà di altri, non fosse possibile continuare il nuovo corso. Le lotte comuni, che hanno dato vita al nuovo corso politico, le comuni responsabilità governative, il comune impegno nel portare avanti il programma concordato e nel trasferire ed attuare negli Enti locali la politica di centro-sinistra, dovranno trovare nella imminente verifica, l’occasione per convalidare e concludere, al tempo stesso, il processo di unificazione socialista”68. Il congresso di Napoli espresse, così, la chiara e decisa volontà di realizzare rapidamente il progetto di unificazione. I socialdemocratici ribadirono, infatti, tale desiderio già più volte espresso, attendendo risposte definitive dai socialisti. Nenni, osservati i risultati dell’assise socialdemocratica, colse questo aspetto determinante, affermando:

“In ogni modo, dopo il congresso di Napoli, la via della unificazione è aperta. Soltanto grossi errori nostri, o dei socialdemocratici, potrebbero ormai ostacolarla o impedirla”69.

 

 

Note:

49. F. De Martino, Un’epoca del socialismo, cit., pp. 446-447. Lettere n. 39-40, entrambe datate 9 novembre 1965.

50. P. Nenni, Gli anni del centro-sinistra, Diari 1957-66, cit., p. 552. 13 novembre 1965.

51. “Avanti!”, 11 novembre 1965.

52. P. Nenni, Il socialismo nella democrazia, a cura, con prefazione e note di G. Tamburrano, Vallecchi, Firenze 1966, p. 335.

53. “Avanti!”, 12 novembre 1965.

54. L’intervento di Antonio Giolitti è tratto dalla relazione presente presso la Fondazione di Studi Storici Filippo Turati (d’ora in poi Fondazione Turati), Firenze, Archivio, Fondo del Partito Socialista Italiano Psi, Direzione nazionale, Serie 20 Congressi nazionali ed internazionali 1948- 1976, Sottoserie 1 Congressi nazionali, UA 118 “36° Congresso del Partito Socialista Italiano. IV giornata, 13 novembre 1965.

55. P. Nenni, Gli anni del centro-sinistra, Diari 1957-66, cit., p. 552. 13 novembre 1965. Nenni

rimase particolarmente colpito da tale intervento riportando un amaro commento: “Al congresso molti discorsi. Uno di opposizione ha creato commozione e un certo disagio: il discorso di Santi. Diavolo di un uomo! Fin dal congresso di Venezia ho cercato di fargli intendere che era il mio naturale successore (ha dieci anni meno di me e purtroppo una cattiva salute). Allora gli offersi la direzione dell’”Avanti!” come passaggio verso la segreteria. Non mi ha creduto sincero? Non è riuscito a districarsi dal viluppo col Pci in qualità di segretario della CGIL dove è stato fino ad un anno fa? Non lo so. So che me lo trovo inspiegabilmente contro, eppure, come Pertini, nello scossone del 1922 fu con Turati. Adesso fa l’intransigente. E’ un peccato perché ha doti umane preziosissime”.

56. Santi si riferisce alle condizioni espresse dal segretario del Psdi Mario Tanassi in ottobre in una riunione del Comitato centrale socialdemocratico, riportate in un articolo apparso sul settimanale del Psdi “Socialismo Democratico” il 10 ottobre 1965. Suddetto articolo è riportato, inoltre, in questo lavoro. p. 16.

57. Anche l’intervento di Fernando Santi è tratto dalla relazione presente presso la Fondazione Turati. La collocazione è la medesima riportata nella nota n. 6.

58. P. Nenni, Gli anni del centro-sinistra, Diari 1957-66, cit., p. 553. 14 novembre.

59. “Avanti!”, 16 novembre 1965.

60. F. Pedone, Novant’anni di pensiero e azione socialista attraverso i congressi del Psi, cit., p. 411 e ss.

61. Ivi, p. 414 e ss.

62. M. Degli’Innocenti, Storia del Psi. Dal dopoguerra a oggi, cit., p. 361.

63. “Socialismo Democratico”, 21 novembre 1965.

64. “La Stampa”, 17 novembre 1965.

65. “Socialismo Democratico”, 9 gennaio 1966.

66. Alla fine del congresso fu presentata una mozione alternativa presentata dal gruppo di “Iniziativa e Unità Socialista” nella quale erano presenti differenti considerazioni rispetto al tema dell’unificazione.

  1. Averardi, I socialisti democratici. Da Palazzo Barberini alla scissione del 4 luglio 1969, Opere Nuove, Roma 1986. p. 407 e ss. “Anche sulla materia dell’unificazione la nostra corrente sente il dovere di esternare fraterne, ma non formali e convenzionali critiche all’operato, se così può chiamarsi, della maggioranza del Psdi. La quale, a nostro giudizio, si è limitata ad agitare propagandisticamente la questione al livello di vertice, senza interessare la base a un discorso più problematico e profondo, inerente alla sostanza e ai contenuti dell’unità socialista; senza invitare la base del Psi ad un largo dibattito, ad un confronto dei rispettivi punti di vista. […] Si è avuta quasi la sensazione che la maggioranza intendesse assumere un atteggiamento di indifferenza fra la concezione che della unificazione ha, per esempio, la stampa conservatrice e quella sostenuta non solo dalla sinistra socialista democratica, ma anche da larghi settori di base della stessa corrente di maggioranza, fermamente decisi a non fare dell’unità socialista un cortese omaggio alla destra conservatrice. Ad evitare questo pericolo “Iniziativa e Unita socialista” sostiene che il gruppo dirigente del partito deve chiarire il suo finora generico favore per l’unificazione con un discorso che ne investa la fisionomia ideologica. E stabilire, anzitutto, che parlare dell’unità socialista significa parlare del rinnovamento del socialismo, per farne il più valido elemento di contestazione del sistema conservatore. Affermare questa vocazione rinnovatrice del socialismo, affermarla esplicitamente e irreversibilmente, significa indirizzare l’operazione unitaria verso il suo sblocco storico naturale, e cioè: a) il mutamento degli attuali rapporti di forza all’interno della sinistra italiana fra comunisti e socialisti a favore della componente socialista del movimento operaio e popolare;
    1. la creazione delle condizioni per una vera “via italiana al socialismo” che non sarà mai quella puramente libresca e propagandistica indicata dal Pci;
    2. la possibilità di affiliazione al movimento socialista di militanti di ogni fede filosofica, religiosa, culturale, disposti a lottare per l’avvento della società

    La sinistra del Psdi ritiene che una generale presa di coscienza di tutto il partito di questi grandi obiettivi comporta il rifiuto reciso della manovra conservatrice diretta a snaturare l’unificazione nonché precise scelte di posizione al livello della “Internazionale Socialista”. “Iniziativa e Unità socialista” denuncia ancora una volta il tentativo in atto di influenzare il processo di unificazione, per indirizzarlo verso la costituzione di un movimento social moderato di massa, ideologicamente e programmaticamente scolorito”. Nel testo sono raccolte, inoltre, parti di alcuni interventi espressi dai dirigenti socialdemocratici ed i documenti più importanti presentati al congresso del Psdi.

    67. “Socialismo Democratico”, 16 gennaio 1966.

    68. “Socialismo Democratico”, 16 gennaio 1966.

    69. P. Nenni, Gli anni del centro-sinistra, Diari 1957-66, cit., p. 581. 13 gennaio 1966.