MARIA GIUDICE SOCIALISTA PER FEDE

Nella foto Maria Giudice in carcere con Umberto Terracini La socialista rivoluzionaria Maria Giudice (1880-1953) sarà in futuro nota per essere stata la madre dell’autrice di “L’arte della gioia”, in Francia già un best seller. Ma ancora non è così, e mentre Goliarda Sapienza è conosciuta più all’estero che in Italia, il nome di sua madre appare nei testi storiografici sul socialismo italiano precedente al fascismo, ed è una voce sia nel Dizionario Biografico degli Italiani che in “Le donne Italiane… del ‘900”, curato da Miriam Mafai. In quest’ultimo, nonostante imbarazzino le lacune (non è detto che fu la prima donna a dirigere la Camera del lavoro di Torino né si accenna al lungo periodo siciliano), Maria Giudice viene giustamente alla luce per il suo antimilitarismo e antifascismo, e non solo come “figura minore” del socialismo del tempo. Ancora giovanissima, maestra a Voghera, cura “La Donna che piange” in appendice alla rivista socialista “L’uomo che ride”, e tra il 1902 e il 1924 scrive su varie riviste socialiste. Nel 1904 nasce il primo dei suoi otto figli, i cui primi sette nati dalla libera unione con Carlo Civardi: al momento del parto si trova esiliata in Svizzera, dove fonda, insieme ad Angelica Balabanoff, il giornale “Su compagne!”. Rientrata in Italia, dopo 15 mesi, cura la rubrica “la posta di Magda” in “La difesa delle lavoratrici”. Nel 1916 la sua “carriera” politica ha un’incredibile impennata dovuta al fatto che gli uomini sono richiamati alle armi e le donne li devono sostituire in tutte le professioni, persino quelle direttive! Cosi la troviamo a capo della sezione socialista provinciale e della Camera del lavoro di Torino, e a dirigere, subito prima di Gramsci, il giornale “Il Grido del popolo”. Il breve periodo di questa sua direzione sembra caratterizzato dal “ritorno alle masse” e da una decisa opposizione alla guerra. Ai comizi in piazza invita le donne a manifestare per la pace e a rifiutarsi di svolgere lavori di ausilio alla guerra (trasporti, industrie belliche, etc). Nel 1917 verrà condannata per propaganda disfattista a 3 anni di carcere, che diventeranno 1 grazie all’amnistia del 1918. Quello che più colpisce a proposito di Maria Giudice, donna non carismatica ma caparbia, è la sua capacità di farsi capire dalle donne e uomini del proletariato, ai quali Maria sapeva parlare, con un linguaggio semplice e rivolto ai reali interessi di chi l’ascoltava. Nella monografia a lei dedicata Vittorio Poma scrive: “dovunque si rechi la Giudice raccoglie consensi e suscita entusiasmi. Colpisce il tono suadente e famigliare dell’argomentare, il linguaggio semplice ma vibrante, la fermezza e il vigore nell’affermare i principi. Chi corre ad ascoltarla rimane colpito dalla tempra di questa donna che, affascinata e rapita, parla del socialismo come di una religione, gli occhi lucidi di gioia se di fronte a lei gli operai e le operaie sfiancati dal lavoro chiedono una parola di aiuto e di speranza. Quando le domandano ingenuamente: ‘Cos’è il socialismo?’ risponde sorridente: ‘È una dottrina, una idea; è soprattutto una fede.” Maria Giudice è stata una personalità complessa, ricca di luci ed ombre: una idealista che per trent’anni si è dedicata interamente alla politica attiva; una pensatrice politica dai toni talvolta manichei, tesa a “leggere più nel libro della vita che in quello della teoria”; e soprattutto una donna persuasa che fosse possibile che il mondo cambiasse grazie all’impegno di persone come lei. Maria non si aspettava che una forza miracolosa si levasse e spazzasse tutte le ingiustizie bensì lavorava seriamente affinché questa forza divenisse coscienza prima individuale e poi collettiva. Nella rubrica “piccola, breve, umile, ma libera e consapevole” che teneva in “La difesa delle lavoratrici” il 3 marzo 1912 scriveva: “Così s’intesserà davvero fra di noi, quella ideale catena che, ora fragile e breve, andrà man mano rafforzandosi e prolungandosi in una raccolta e modesta ma costante e cosciente preparazione del futuro nucleo di coloro che – educati seriamente alla palestra del socialismo – l’avranno prima fatto trionfare in loro stessi, per poi imporlo al mondo tutto”. E ancora: “non si fanno le rivoluzioni se non vi sono le masse pronte e coscienti”. Nel 1920 si trasferisce in Sicilia in cui la lotta socialista era fermata a colpi di lupara mafiosa che proprio nel 1919 uccidevano il sindacalista Giuseppe Rumore e subito dopo il capolega Nicolò Alongi. Ma a Maria non mancavano entusiasmo e temerarietà e così, investita del compito ufficiale di “sanare il profondo divario fra i gruppi dirigenti del sindacato da una parte e la classe lavoratrice dall’altra”, si trasferisce a Catania, con cinque dei suoi sette figli, nella casa di Peppino Sapienza, un avvocato socialista, fondatore di “Unione” e direttore di “L’idea”. Dopo quattro anni di intensa e non facile attività politica (di cui otto mesi trascorsi in carcere in seguito alla rivolta di Lentini del 1922) Maria dà alla luce la futura autrice di ‘L’arte della gioia’. Nei testi di Goliarda, Maria Giudice appare sia come madre sia come personaggio storico: una socialista importante, un’antifascista che ha portato avanti la sua resistenza dai margini, contrapponendosi fin dagli inizi alle leggi antilibertarie e alla politica e cultura rappresentate da Mussolini; una donna dalla esasperata fede politica alla quale sacrifica se stessa e i figli. Durante il Ventennio il nome di Maria Giudice è iscritto nel casellario politico giudiziario, ma per via dei molti figli (“di cui due in tenerissima età”) le viene concesso di rimanere nella casa di Catania, da cui però non può spostarsi. Relegata in casa si dedica a ciò che negli anni della militanza giovanile non aveva avuto tempo di fare: studiare letteratura, latino e storia. Ma non rinuncia a lasciare tracce e testimonianza della sua “fede” insegnando ai molti giovani che bazzicavano casa Sapienza, tra figli e amici, a perorare la “causa degli umili” e ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti dei mali sociali. A non rincorrere la felicità personale. Scriveva nel 1924: “Oh, io mi vergogno di essere una madre felice. Oh, io mi adiro con tutte le madri felici. …

LA REALTÀ

di Stefano Betti La penisola è paese dai mille campanili. Nell’illusione che bastasse essere il centro della Cristianità per essere qualcuno, subisce per secoli l’esasperato localismo del Medioevo che termina con l’occupazione militare straniera. Perde il contatto con le grandi rotte commerciali a seguito della scoperta dell’America. Non conosce la Riforma protestante, se non marginalmente tramite intellettuali come Giordano Bruno finiti puntualmente sul rogo. Vive l’Illuminismo come fenomeno d’intellettuali importato dall’estero e imposto prima dai sovrani, poi dalle truppe napoleoniche, senza penetrare nella gente comune che lo rifiuta. Il suo Risorgimento è fenomeno di esigue elites che trovano nella volontà sabauda, nei compromessi con i proprietari terrieri e con i capi bastone del meridione degli alleati indispensabili. E gli Altri? In stragrande maggioranza o se ne stanno in disparte a aspettare la fine o sono contro. Carlo Pisacane scannato a Sapri insieme ai suoi compagni ne è il suo apparire evidente. La coscrizione obbligatoria, sconosciuta al sud prima dell’unità, le tasse impietose per compensare le ingenti spese sostenute per le guerre d’indipendenza, il brigantaggio, come conseguenza più della reazione a tutto questo che del revanscismo dei regnanti spodestati e del clero reazionario e, non ultimo, un impianto di Stato centralista che soffoca sul nascere ogni autonomia locale sotto la sferza dei Prefetti, contribuì non poco a non fare gli Italiani. Le divisioni si accentuarono, col sud che conobbe l’inevitabile emigrazione verso le Americhe. E la Chiesa, uno Stato nello Stato che invocava il ritorno del papa re. I Socialisti sono l’unica forza politica che al principio del secolo XX secolo tenta di dare un senso compiuto al paese attraverso il superamento degli individualismi esasperati col concetto universale di classe sociale. Cambiare le cose gradualmente. È il riformismo che si fa carne con le società di mutuo soccorso, le cooperative, i maestri elementari che insegnavano a leggere e scrivere ai figli degli operai e dei contadini e ai loro stessi padri, le rivendicazioni di maggiori tutele sul lavoro, dalla sicurezza all’orario di otto ore al salario minimo e i sindaci socialisti a capo dei Municipi che permettevano alla gente di avvicinarsi alle istituzioni, non più lontane anni luce. Medici condotti, insegnanti, avvocati, veterinari, tutti a disposizione per un gigantesco sforzo collettivo per fare sul serio gli italiani. La storia fa saltare tutto.  Il paese proverà forzosamente a amalgamarsi con la prima guerra mondiale, dove in trincea, senza capirsi quando parlavano, uomini di Bergamo e Caltanissetta furono costretti a dividere un quotidiano fatto, più che degli ordini dati in italiano dagli ufficiali, di paura e di morte. Nell’orrore dell’inutile strage, gli uomini nel fango si riconobbero come uguali. Poi il Fascismo generato dalla pancia piccolo borghese, come reazione a un dissennato Massimalismo che, in attesa messianica dell’Ora x, vigliaccamente finiva per insultare i reduci, a tentare di plasmare un paese nella irrealizzabile pretesa di rinverdire i fasti dell’Impero romano. Col Fascismo non nasce alcun uomo nuovo, se non una grottesca caricatura, frutto di una miscela informe di massimalismo interventista e nazionalismo militarista, che si scioglierà come neve al sole di fronte agli eventi avversi della guerra.  (Quando siamo laboratorio di fusione di estremi o presunti tali siamo insuperabili). La storia scorre nel sangue dei vincitori e dei vinti e, soprattutto, nell’arte di arrangiarsi dei più. La Repubblica, nata da un referendum vinto nonostante il sud a maggioranza monarchica, si dà una forma di Stato parlamentare con pesi e contrappesi. Repubblica di mediazioni, compromessi, di micro partitini. Sulla Carta costituzionale, però, rompendo il giogo centralista, si sviluppa un disegno che riconosce e promuove le autonomie locali e il decentramento amministrativo. Siamo uno Stato regionale nell’ambito della Repubblica una e indivisibile e aperto all’Europa. Dovremo però attendere il 1970 per avere le regioni. Il sistema non funzionerà come nelle aspettative. Finanza derivata, con l’amministrazione centrale che decideva alla fine quali risorse assegnare alle regioni in base al colore politico o agli accordi consociativi sotto banco. Clientelismo, sprechi, illeciti comportamenti, duplicazione di funzioni, burocrazia straripante. Le regioni contribuiscono al dissesto, non meno dell’amministrazione centrale e di quella locale. Per tentare di fare gli italiani, almeno dal punto di vista linguistico e di costume, ci penserà nel dopo guerra la televisione con Lascia o raddoppia, la radio con Tutto il calcio minuto per minuto e, non ultimo, la Chiesa con la Messa in volgare. La televisione e la radio, con un italiano perfetto o quasi, cercano di dare collante al paese slabbrato, ancora prigioniero fra un nord industriale e un sud agricolo destinato però a spopolarsi e a rifugiarsi, per chi resta, nell’assistenzialismo clientelare. La democrazia resta incompiuta per via della Guerra fredda e anche dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dei regimi comunisti. Non riusciamo a costruire un sistema realmente bipolare, dove si fronteggiano due proposte, l’una socialista, l’altra di stampo liberale, come nel resto dei paesi d’Europa. Nessuno, a parole, legittima l’altro, salvo trattare sotto banco accordi e inciuci vari. Cosa che è puntualmente accaduta anche per la odierna sedicente terza repubblica. Non funziona la politica. Non funziona il paese. Qualcosa non va. E qui si evidenzia un punto ineludibile della vicenda. Oggi Camillo Benso Conte di Cavour, di fronte alle dure repliche della storia, avrebbe difficoltà a dire che siamo riusciti, a distanza di quasi centosessant’anni, a fare gli italiani.  Un lento processo, a volte contraddittorio, muove il costume da decenni, ma non riesce a estirpare le radici che generano l’egoismo in una realtà strisciante e impalpabile, silenziosa, qualunquista, violenta fra le quattro mura e ora al di fuori. ll deficit di senso civico, di appartenenza a una comunità nazionale che non può valere solo quando gioca la Nazionale di calcio, la distruzione di ogni forma di logica funzionalità di ruoli nella società e del conseguente rispetto di chi li svolge (le aggressioni ai docenti da parte di genitori e di alunni hanno origini lontanissime nelle cause quanto il bullismo fra i ragazzi), la qualità scadente dei servizi pubblici offerti dove, sovente, è alibi la scarsezza delle risorse …

“LA BUONA POLITICA. RIFLESSIONI DI UN SOCIALISTA”, VALDO SPINI

Recensione a cura di Maria G. Vitali-Volant In questo momento di crisi spettacolare nelle istituzioni taliane in seguito delle elezioni del 4 marzo che hanno visto l’avanzata e la vittoria del Movimento 5 stelle e della Lega di Matteo Salvini, oggi al governo, ci sembra opportuno segnalare un libro che si occupa della “Buona politica” (Marsilio). Tenendoci dentro i dubbi, le perplessità e la sensazione di pericolo che questo stravolgimento politico porta con sé, le parole avvedute e serene di Valdo Spini ci suggeriscono una presa di distanza, molte riflessioni e una visione fortemente politica che vanno ben al di là dei fatti contingenti e della violenza che essi contengono. Leggendo questo libro – dice Furio Colombo nell’introduzione – si prova “un sentimento strano, come tornare in un quartiere che conosci bene, ma stenti a orientarti, perché molto è stato abbattuto e molto costruito in un altro modo”. Importantissimo per riflettere oggi su cosa sia stata e cosa possa tornare a essere la politica italiana. La lunga intervista fatta dalla Fondazione Socialismo a Valdo Spini e che figura sui “Quaderni del Circolo Rosselli”, n.2 del 2012, si è trasformata in questo libro essenziale per capire le vicende della storia italiana e del Partito socialista italiano dal 1962 al 1994, “un periodo” – come dice lo stesso Spini nella premessa – “…che ha visto la crisi delle ideologie e la fine di un’organizzazione territoriale della militanza”. L’autore suggerisce come soluzione alla crisi di questo modello : “…Una politica basata sui valori e sui principi in grado di formare un nuovo collante sociale, di restituire una dignità alla politica come servizio reso alla società.” Questo basta per farci entrare in una mentalità e in una missione politica che ci sembrano lontane dai propositi e dalle affermazioni che circolano oggi nel nostro paese che ha visto crisi politiche serissime da più di settant’anni ma mai così virulente come quelle di questi giorni. Chi si preocupa seriamente oggi della politica intesa come servizio alla comunità se non come propaganda elettorale ? Ognuno risponderà a sua guisa e la storia farà il resto, ma ci sembra giusto proporre a questo interrogativo etico, morale e politico la risposta di un protagonista della politica che si è sempre distinto per intelligenza e finezza di analisi nonché per la sua profonda conoscenza della politica come scienza e come “dovere”. Questo patrimonio etico era uno dei valori portanti della sinistra italiana che usciva dalla Seconda Guerra mondiale, dopo le tragedie del fascismo e dal miracolo della Resistenza, con il compito di ricostruire e di battersi per una comunità disorientata e indebolita anche da gravissimi problemi economici e culturali. Protagonisti maggiori il PCI e il PSI, in alterne vicende che tutti noi abbiamo vissuto e che i giovani e giovanissimi di oggi dovrebbero apprendere per capire quello che stiamo vivendo.  Questa sinistra oggi, in Europa e in Italia, sembra l’ombra di Marx accompagnata, suo malgrado ma a causa della sua perdità di identità, dai mostri di Goya: disoccupazione, crisi culturale e sociale ecc. A cui non si sono trovate risposte soddisfacenti e soluzioni partecipate. Nonostante questo si avverte fortunatamente una spinta forte della società civile che interpreta la contemporaneità con le sue crisi ma anche con le sue conquiste. Continua Spini: “…Stiamo assistendo allo stravolgimento  dei valori e dei principi della sinistra che porta inevitabilmente a un distacco progressivo tra cittadine e cittadini, da una parte, e la cosa pubblica, dall’altra, che si è trasformato in un’attiva ribellione verso le forme e le rappresentanze della politica… Proprio oggi vale la pena ricordare questa militanza senza retorica e senza rimpianti – la sua – semplicemente per tramandare una sorta di racconto che si sviluppa tra l’esperienza personale e la rivisitazione di una storia collettiva, che vada al di là delle ricostruzioni storiche sul PSI.” Vista la problematica, l’autore chiama in causa il più grande degli scrittori politici italiani – Niccolò Machiavelli – di cui traccia il profilo e le gesta nonché il pensiero politico da “patriota” che denuncia la situazione tragica in cui si trova il suo paese; esattamente come oggi, anche se non si possono fare paragoni. “L’impotenza della politica di fronte all’incapacità di interpretare i fenomeni del proprio tempo e di dar loro uno sbocco positivo e concreto, mi hanno spinto – dice Valdo Spini – a ripensare le vicende che hanno traghettato il nostro paese dalla prima alla seconda repubblica e che, forse, adesso lo porteranno alla terza, con passione e ragione.”  Sembrerebbe un ossimoro eppure il racconto delle vicende italiane che fa l’oggetto di questo libro fa tracimare i sentimenti (la passione) e le sintesi (la ragione) a cui è arrivato Valdo Spini nella sua ricerca di “Uno buono reggimento degli stati” ispirandosi al Machiavelli. Ma chi è il nuovo Principe che si assumerà questo compito? L’autore cita Antonio Gramsci che vide nel partito – comunista – questa entità capace di assorbire le energie della comunità e di restituirle con la saggezza e le capacità politiche che gli sono proprie, sotto forma di provvedimenti rivolti al bene comune. La visione di Gramsci oggi è sfuggita alla messa a fuoco della storia, il partito politico non è più il corpo collettivo che nutre l’alveare: “… Il rapporto ideologia-partito-difesa del popolo si è dissolto…La crisi in corso ha messo in rilievo antiche piaghe e lacune della nostra società, del suo modo di esprimersi, di organizzarsi, in particolare nella sfera politica, ma forse, più in generale, della sua classe dirigente al di quella politico-elettiva.” Nel libro, il saggio introduttivo su Machiavelli, in cui Valdo Spini mette a confronto la figura e l’opera del grande fiorentino con il presente, è di grande interesse anche perché viene costruito col linguaggio e il senso del politico – oltre che dello storico come Spini è per formazione e attività accademica -, un politico  parla all’altro, in un dialogo sbalzato nel tempo ma che apre nuove prospettive sugli studi su Machiavelli e ci introduce nell’ “hic et nunc” della politica italiana. Verso la fine del …

UCCISO CALOGERO MORREALE, 35 ANNI, SINDACALISTA E DIRIGENTE SOCIALISTA

di Marco Sassano Cronaca di un delitto «Se credono che ammazzando mio figlio ci mettono paura e che rinunceremo alla nostra battaglia, non hanno capito niente. Proprio per il dolore che provo sono pronto ad andare in piazza e a tenere un comizio ai compagni, ho sessantasette anni e hanno tentato di ammazzarmi venticinque anni fa, ora mi hanno ucciso il figlio, ma se è necessario, comincio da capo. Non ci fanno paura». Con la voce resa roca dalla sofferenza, con gli occhi gonfi di pianto rappreso, con il volto incavato ed abbronzato di un uomo che per tutta la vita ha lavorato e lottato sui campi, così parla Pietro Monreale, padre del compagno Calogero, barbaramente ucciso da due killer, ieri pomeriggio, mentre tornava a casa, a Roccamena, dove l’aspettavano la moglie e due figli, di tre e quattro anni. Calogero Morreale, segretario della sezione socialista del centro agricolo palermitano, e responsabile dell’alleanza contadini, e stato freddato a bordo della sua 500, con sette colpi dí pistola a tamburo e con una scarica a distanza ravvicinata attraverso il parabrezza. Tutti i proiettili hanno raggiunto il capo del compagno uccidendolo sul colpo. «Sono arrivati all’omicidio -dice il compagno, Santo Stagno. sindaco di Roccamena, che è amministrata da una giunta di sinistra- per intimorire noi e tutta la popolazione. Il disegno dei mafiosi che hanno ordito l’assassinio è quello di ripetere a Roccamena, quanto sperimentarono a Sciara, con il delitto Carnevale, che riuscì a far scomparire per un lungo periodo eli tempo il partito. I tempi però sono profondamente mutati. Non ci facciamo intimidire. Il cadavere del segretario socialista è stato scoperto, circa mezz’ora dopo il delitto, da due contadini Giuseppe Calamia e suo figlio. La 500 era bloccata in mezzo alla strada, con la terza marcia ingranata. Non vi era traccia di sbandamento. E’ dunque probabile che Calogero Morreale abbia riconosciuto gli uomini che gli stavano per tendere l’agguato e, non presentendo nulla, abbia rallentato avvicinandosi. E’ a questo punto che gli assassini si sono avvicinati al parabrezza ed estratte le armi, hanno esploso i colpi. Che si tratti di professionisti del crimine balza chiaramente agli occhi se si tiene presente che i sette colpi di pistola sono stati sparati a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro, quasi a forma di un perfetto cerchio, nonostante il forte rinculo dell’arma. L’agguato contro il dirigente socialista è avvenuto lungo una strada che attraversa i possedimenti di un discusso e potente personaggio, Giuseppe Garda di Monreale, il cui nipote Franco Morreale, fu sequestrato nel settembre scorso e per il cui riscatto venne pagata la cifra di un miliardo. Di quelle stesse terre, venticinque anni fa (allora era di proprietà del feudatario Mirto Staracio Serafino) era affittuaria la famiglia Morreale, che proprio per l’impegno politico del capofamiglia nelle lotte per l’occupazione delle terre, venne cacciata e completamente defraudata. E’ proprio sino da quel periodo che va inquadrato l’impegno attivo di tutta In famiglia Morreale, i membri militano sia nel PSI che nel PCI, contro i potenti mafiosi della zona. Ecco perché ha una sua precisa logica l’affermazione del sindaco dl Roccamena, quando dichiara che «questo omicidio trova la sua radice nelle battaglie per l’occupazione delle terre incolte. E’ di quell’epoca il tentato omicidio del padre di Calogero. Fu nel 1949, che alcuni mafiosi aspettarono il dirigente politico sotto casa, armati dl lupara. Solamente il suo spirito d’osservazione (si accorse anche al buio, degli uomini che l’aspettavano) gli permise di salvarsi. Riconobbe i due assalitori. Si ricorda bene: e Uno -dice- era il figlio naturale del mafioso Leonardo Giordano, l’altro è ancora vivo, sta a Monreale, e si chiama Gioacchino Cascio. Feci anche una denuncia ai carabinieri ma non ne fecero nulla. Anzi sparì addirittura il foglio di carta bollata». La battaglia della famiglia Morreale contro la mafia di Roccamena (uno dei pilastri del quadrilatero mafioso della Sicilia occidentale, Insieme a Corleone, Alcamo e Borgetto) continuò negli anni, ad esempio, con la ferma denuncia delle reiterate intimidazioni messe in atto dall’ex feudatario del territorio di Contessa, Petraro a, che era stato preso In affitto trentennale dal Consorzio di Bonifica del medio e alto Belice. Pare che proprio in seguito a questa vicenda. Il figlio di Giuseppe Garda (il proprietario delle contrade Gambari e Balate a cavallo delle quali è avvenuto il delitto) Baldassarre, è stato Inviato e si trova tuttora, al soggiorno obbligato a Bologna. A tutto questo si aggiunge l’impegno sindacale. Le dure lotte che hanno portato in questi anni, i contadini di Roccamena, a modificare totalmente il panorama agricolo della zona, passando dalle colture estensive a quelle Intensive, In particolare della vite. E tutto ciò ha ovvia-mente dato forza Al movimento cooperativistico, di cui Calogero Morreale era uno dei principali sostenitori. Ma il delitto va inquadrato anche nella situazione del centro siciliano. Bisogna infatti ricordare che la giunta di sinistra, nata dalle elezioni amministrative di due anni or sono, ha spazzato via Il retaggio di omertà e di complicità con i grandi proprietari, lasciatale dalla precedente giunta che era diretta da democristiani e missini. Lo scontro elettorale era stato assai duro, ed il Partito Socialisti aveva condotto un’aspra battaglia contro la DC cittadina, in cui, negli anni, si era arroccata, come dice Il sindaco, la mafia della zona. Vinsero socialisti e comunisti. Era dal ’56 che non avveniva. Ed anche allora c’era stata una furibonda reazione mafiosa che era giunta al punto di sequestrare tre consiglieri comunali di sinistra, provocando un’ovvia ondata di panico. Con l’assassinio del dirigente socialista si vuole forse ripetere questo infame disegno? Ma il Paese, anche qui, nella profonda Sicilia, è radicalmente cambiato. Questo pomeriggio è giunto a Roccamena il sostituto procuratore della Repubblica Messineo, uno dei più preparati magistrati palermitani. In sua presenza, nella casetta del custode del cimitero, ancora sconvolto dal terremoto del ’69, si è svolta l’autopsia. Poi la salma è stata trasportata prima nella umile abitazione di via Quattro Case, dove una folla di cittadini ha sostato per tutto il giorno. In serata, è stata …

CARLO E NELLO ROSSELLI, UN SACRIFICIO E LE RADICI DELLA DEMOCRAZIA

Antifascisti di “Giustizia e Libertà”. Al centro: Carlo Rosselli, Giovanni Bassanesi e Ferruccio Parri (1930)   LA FAMIGLIA Carlo Rosselli nasce a Roma il 16 Novembre 1899. E’ il secondo di tre fratelli: Aldo nasce il 21 Luglio 1895 a Vienna, durante il soggiorno dei coniugi Rosselli nella capitale dell’Impero austro-ungarico e della musica; Nello (ovvero Sabatino) a Roma il 29 Novembre 1900. La madre, Amelia Pincherle Moravia, di origine ebrea veneziana, scrittrice e il padre Giuseppe (detto Joe) Rosselli Nathan, anch’egli ebreo e di professione musicologo, si separeranno dopo soli sette anni di matrimonio. Joe infatti si invaghisce di una cantante lirica. Nel 1903, Amelia con i tre figli si trasferisce a Firenze, dove, anche per la presenza degli zii Pellegrino Rosselli e della moglie Janet Nathan riesce a superare le difficoltà di organizzare una nuova vita da sola e con tre bambini. Il ricordo del padre rimarrà piuttosto flebile nelle memorie dei tre fratelli Rosselli, che trovano nei coniugi Giulio e Giorgina Zabban, chiamati confidenzialmente Zio Giù e Zia Gi e, successivamente in Gaetano Salvemini, le loro guide nella vita. Un legame profondo unisce i fratelli alla madre Amelia, che impartisce loro un’educazione severa, all’insegna del patriottismo e della intransigenza morale, “con principi etici austeri e mazziniani” (Mazzini muore in casa Rosselli nel 1872, sotto lo pseudonimo di Mr. Brown) ma, allo stesso tempo, “temperata dalla dolcezza ebraica”. Amelia introduce ben presto i figli nel mondo culturale fiorentino: Aldo, Carlo e Nello frequentano i Nathan, peraltro imparentati con i Rosselli, il giurista Alessandro Levi, cugino di Amelia, la famiglia Ferrero, la famiglia Moravia (lo scrittore Alberto è cugino di Carlo), i Treves, (una sorella di Levi è moglie di Treves), oltreché gli zii Anna e Gabriele Pincherle. Il 9 Settembre 1911, il padre Joe muore di nefrite. Lascia ai figli una cospicua eredità che, in futuro, servirà anche a finanziare l’attività politica di Carlo. Carlo e Nello, dopo aver terminato gli studi elementari alla scuola privata “Bembaron”, frequentano il Ginnasio al “Michelangiolo” di Firenze. Durante la seconda ginnasio, all’età di undici anni, Carlo si ammala di flebite e per due anni rimane quasi immobile. In questo periodo, si dedica con passione allo studio del pianoforte. Data la salute cagionevole, Carlo non può terminare gli studi classici e per questo la madre decide di iscriverlo all’Istituto tecnico, che terminerà senza troppa fatica. Aldo, viene mandato invece a lavorare come garzone nella bottega di un falegname, anche per temperare il suo carattere troppo irrequieto e, in seguito, iscritto al Collegio “Tolomei” di Siena. Nel 1914, a diciannove anni, si iscriverà alla Facoltà di medicina a Firenze. La formazione culturale dei giovani Rosselli coincide tuttavia con uno dei periodi più drammatici della storia del Novecento italiano: lo scoppio della prima guerra mondiale. LA PRIMA GUERRA MONDIALE. LA MORTE DI ALDO Il 30 Luglio 1914 scoppia la prima guerra mondiale. Inizialmente, il Governo italiano decide di non partecipare allo scontro e di dichiararsi neutrale. Il 24 maggio 1915, l’Italia entra in guerra. La famiglia Rosselli è animata da un acceso spirito patriottico e favorevole all’entrata in guerra dell’Italia, anche per l’influenza della zio Gabriele Pincherle, fratello di Amelia, senatore di formazione giolittiana e di Guglielmo Ferrero, fervente interventista. Aldo, che potrebbe prestare servizio presso la Croce Rossa in quanto figlio maggiore di madre vedova, decide di arruolarsi volontario in fanteria. Dopo pochi mesi viene inviato al fronte dove, il 27 marzo 1916, a ventuno anni muore in seguito a ferite riportate alla testa. Gli sarà conferita la medaglia d’argento al valore. Nel 1917, appena conclusi gli studi superiori, Carlo e Nello vengono richiamati alle armi, rispettivamente nel corpo degli gli alpini e in artiglieria. Carlo viene inviato a Caserta a frequentare un corso per sottoufficiali, proprio pochi giorni prima della disfatta di Caporetto. La vita militare segnerà la formazione culturale e politica del giovane Rosselli, che commenta così questa esperienza: “A contatto col popolo, molti conobbero e apprezzarono la massa. Ne compresero i dolori, le lacune, le mirabili virtù. Io stesso ricordo con commozione la scoperta che ne feci e il grande amore che mi prese per essa“. Carlo crede nella “lezione della guerra”, nella possibilità cioè che si concretizzi un avvicinamento tra la borghesia ed il popolo, tra i giovani militari borghesi ed i cosiddetti “popolani”. Ciò che il giovane Rosselli auspica è la costituzione di un fascio di combattenti che faccia risorgere l’Italia dallo stato di crisi generale in cui stava versando. E’ palese la critica rivolta all’azione dei partiti ritenuti incapaci di difendere il Paese e l’amor di patria. Queste tematiche vengono commentate negli anni successivi al primo conflitto mondiale in alcuni contributi scritti per la rivista culturale “Vita”, pubblicata a Firenze da Jean Luchaire e successivamente sulla salveminiana “L’Unità”. In una lettera inviata alla madre da Lipari il 16 Novembre 1928, Carlo scrive: “… Poi l’uragano. Aldo, l’attesa tormentosa prima di potersi lanciare nella tormenta, lo strazio fatale dei tuoi dolori e dei tuoi timori. La guerra, infine, grande scuola di vita, incubatrice, illuminatrice, formatrice. Almeno per me che partii ragazzo e tornai uomo”. IL DOPOGUERRA, L’INCONTRO CON SALVEMINI, IL SOCIALISMO La guerra finisce. Nel novembre 1919 in Italia si svolgono le prime elezioni con il sistema proporzionale a suffragio allargato che segnano una schiacciante vittoria dei socialisti. Carlo ha sostenuto la lista democratica-repubblicana combattente e, come molti giovani amici commilitoni, non condivide le posizioni massimaliste di Giacinto Menotti Serrati, che rappresentano la maggioranza del Partito Socialista Italiano, né, tantomeno, il fanatismo del nascente movimento fascista. Dopo essere stato trattenuto al Comando di Asiago fino al 18 febbraio 1920, giorno del suo congedo, torna a Firenze, ma il giovane Rosselli appare disorientato. Il suo atteggiamento verso la guerra sta infatti mutando rispetto al periodo bellico e all’esperienza militare, sia per gli esiti della Conferenza sulla pace, nella quale gli interessi delle singole potenze vengono anteposti ai valori per cui tanti italiani hanno combattuto, sia per l’influenza esercitata su di lui da scrittori pacifisti francesi quali Henri Barbousse …

LA SCOMPARSA DI PIERRE CARNITI

di Marco Cianca – Corriere della Sera 13 febbraio 2003 Pierre Carniti, ex segretario della Cisl. Il 14 febbraio dell’84 spinse Bettino Craxi a sfidare, e sconfiggere, il Pci di Enrico Berlinguer. Poi rifiutò la presidenza della Rai perché gli volevano imporre un vice, il socialdemocratico Leo Birzoli. E andò via anche dall’Iri non appena si accorse che i suoi progetti per il Sud finivano nelle sabbie mobili della politica e della burocrazia. Un uomo che ha sempre remato controcorrente. Eccolo, vent’anni dopo, il vincitore della battaglia per la scala mobile. «Non ho rimpianti né nostalgie». Sorride, mentre si accende l’immancabile sigaro, un compagno di strada che non ha mai abbandonato nonostante l’ulcera e i problemi cardiaci. Ma furono tre o quattro i punti di scala mobile tagliati? «Non ci fu un taglio, ma una predeterminazione. L’accordo prevedeva una modulazione degli scatti in funzione di un obiettivo. Le cose andarono meglio del previsto. Non tanto per un miracolistico effetto macroeconomico ma perché si dimostrò che l’inflazione ha anche una forte componente psicologica. Alla fine dell’83 avevamo ereditato un’inflazione del 13 per cento. L’obiettivo era di portarla al 10. Arrivò all’8, per cui alla fine i punti di scala mobile che non scattarono furono tre». Lo rifarebbe? «Sì. L’alternativa reale era una politica monetaria restrittiva. Ma quello sarebbe stato l’accordo del boia». Perché il boia? «Perché avrebbe significato, con un forte aumento dei tassi di interesse, strangolare gli investimenti, ridimensionare la crescita e quindi ridurre l’occupazione». Perché il Pci si oppose in maniera così strenua all’accordo? «Già il 7 gennaio la direzione del Pci aveva definito inaccettabile lo scambio politico tra il sindacato e il governo. Era così affermata una doppia teoria: il primato del partito sul sindacato, non perché considerato cinghia di trasmissione ma perché gli si riconosceva un’autonomia limitata, e il primato del Parlamento sull’esecutivo. E’ questa la sfida lanciata da Enrico Berlinguer. Dimostrare che senza il Partito comunista non si poteva fare nulla. Non credo che del merito della questione gli interessasse più di tanto». E Bettino Craxi? «Craxi era disprezzato dal gruppo dirigente del Pci. Già nel ’78 una nota di Antonio Tatò a Berlinguer lo dipingeva come un avventuriero e un bandito. Era detestato dai comunisti e guardato con sospetto dai democristiani. Una volta a Palazzo Chigi ricevette in eredità dal governo Fanfani l’intesa raggiunta nell’83 dal ministro del Lavoro Vincenzo Scotti che, con un’abilità partenopea del taglia e cuci, aveva di fatto ridotto surrettiziamente il grado di copertura della scala mobile. Quell’intesa rinviava appunto all’84 una verifica con le parti». Quindi partì il negoziato. «Sì, ma Craxi non se ne occupò. Non credo che gli interessasse molto. Ci fu una lunga fase di gestazione. La proposta della predeterminazione era nata proprio in casa Cisl. Il teorico ne fu Ezio Tarantelli, poi ucciso dai terroristi, che mi era stato indicato da Franco Modigliani. La Cgil aveva delle riserve ma non sembrava una pregiudiziale insuperabile. Il confronto lo guidò il ministro del Lavoro Gianni De Michelis. Arrivammo al 12 febbraio, tutto sembrava definito e si decise di firmare due giorni dopo. Il 14 andammo a Palazzo Chigi e qui Craxi entrò in scena per la prima volta. Lama, con evidente difficoltà, annunciò che la parte maggioritaria della Cgil, cioè i comunisti, non era d’accordo. Craxi tentò un rilancio per portare a casa un risultato unitario. Lo bloccai subito dicendo che l’intesa doveva essere quella concordata. A toglierci tutti dall’imbarazzo fu lo stesso Lama, il quale specificò che loro non avrebbero firmato alcunché. Il Pci aveva messo il veto». Che fece Craxi? «Non poteva certo accettare di governare con un mandato limitato dai comunisti. E fu costretto, suo malgrado, a firmare l’intesa. L’alternativa sarebbe stata quella di dimettersi». A quel punto partì la campagna del Pci. «Sì, prima in Parlamento, con uno strenuo ostruzionismo. Poi con la decisione di indire il referendum. Lo annunciò Gerardo Chiaromonte in Senato il 7 giugno, giorno della definitiva approvazione del decreto. La sera stessa Enrico Berlinguer, durante un comizio a Padova, viene colpito dall’emorragia cerebrale che nel giro di quattro giorni lo porterà alla morte». Piero Fassino ha scritto che Berlinguer, come un giocatore di scacchi che vede la propria sconfitta, muore prima di subire lo scacco matto. «Non sono d’accordo. Berlinguer era convinto di vincere. Fino al 14 febbraio pensava che l’accordo non si sarebbe fatto. Poi scatenò l’ira di Dio in Parlamento per far saltare il decreto. Quando capì che stava per essere varato ricorse al referendum abrogativo nell’assoluta convinzione che il Paese gli avrebbe dato ragione perché il Pci era l’unico a rappresentare davvero i lavoratori. E così pensavano gli altri dirigenti. Io stesso cercai alla fine di evitare la prova di forza proponendo di far mancare il quorum ma non vollero darmi ascolto. Per la verità anche la Confindustria era convinta che avrebbero vinto i “sì” all’abrogazione». C’è chi sostiene che il vecchio Pci muore allora, ben prima della caduta del muro di Berlino e del cambio del nome. «Muore quando Berlinguer sceglie la via della diversità comunista e agita la questione morale indicando socialisti e democristiani come uomini di malaffare. Il Pci solo contro tutti, in isolamento arrogante e astratto fino al giorno del giudizio universale. Una cosa priva di senso». Lei incontrò Berlinguer privatamente. Un paio d’ore di colloquio in casa di Tatò. «Sì, ma non ci capimmo assolutamente». E Luciano Lama? Combattè una battaglia che non voleva. Quando si ebbero i risultati del referendum disse affranto a chi gli stava attorno: “Aiutatemi a tessere la tela unitaria, non a stracciarla”. «Lama era un riformista. Si può forse dire che se avesse avuto più coraggio le cose sarebbero andate diversamente ma lui era una persona molto leale, con un forte senso di appartenenza politica e sociale. Se ne sarebbe dovuto andare dal Pci e dalla Cgil ma non se la sentì. Quando la direzione del partito decise il referendum lui si pronunciò contro, quasi da solo, eccetto qualche riserva espressa da Giorgio Napolitano e Gerardo …

2 GIUGNO 1946 LA REPUBBLICA ITALIANA

Il 2 giugno 1946 si svolse infatti il referendum sulla forma istituzionale dello Stato, che con il voto popolare condusse alla nascita della Repubblica e alla elezione di un’Assemblea Costituente, a conclusione di un complesso periodo di transizione segnato dalle azioni di movimenti e partiti antifascisti e dall’avanzata degli alleati in un Paese diviso e devastato dalla guerra. Gli italiani, e per la prima volta le italiane, convocati alle urne per scegliere tra Repubblica e Monarchia e per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente cui spetterà il compito di redigere la nuova carta costituzionale, furono chiamati a cooperare alla fondazione di una idea di cittadinanza repubblicana che trovò nella Costituzione una delle massime espressioni. Esaurito il ventennio di dittatura fascista, per la prima volta la società italiana viveva l’esperienza di libere elezioni a suffragio universale maschile e femminile, seppure in un Paese allora ancora profondamente diviso sulla questione istituzionale. Esisteva una spaccatura profonda, fortemente disegnata su basi geografiche, tra il Nord a maggioranza repubblicana ed il Sud a maggioranza monarchica,  nonostante che gli eventi dell’ultimo ventennio –  ed in particolare la sconfitta, il proclama di armistizio reso noto l’8 settembre 1943 dal Capo del Governo Pietro Badoglio, la fuga dalla Capitale dei vertici militari, dello stesso Badoglio, del Re Vittorio Emanuele III e di suo figlio Umberto, lo stato delle forze armate italiane lasciate allo sbando, la guerra civile che divideva l’Italia – avessero oramai reso improrogabile la scelta di una profonda cesura con il passato. La questione istituzionale emergeva con forza e imponeva l’esigenza di superare Scheda elettorale per il referendum drasticamente un modello politico-culturale che affidava alla continuità dinastica della monarchia sabauda la tutela ed il mantenimento dei valori nazionali più tradizionali e conservatori. Il 9 maggio 1946 il re Vittorio Emanuele III (cui si imputava la responsabilità di avere consentito l’irrompere del fascismo) abdicò in favore del figlio Umberto, già nominato Luogotenente nel giugno 1944. Una decisione rivelatasi sin dal suo nascere tardiva e assolutamente inadeguata rispetto alle aspettative dei partiti aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale. Fu questo il periodo in cui un anelito di libertà e progresso si andarono diffondendo in Italia. Cancellate le “leggi fascistissime” – che avevano consentito la liquidazione di tutti i partiti all’infuori di quello fascista, lo scioglimento dei sindacati socialisti e cattolici, la soppressione della libertà di stampa, fino alla trasformazione di fatto dell’ordinamento giuridico del Regno d’Italia in uno stato autoritario -, risorsero le organizzazioni politiche e sindacali, i giornali si moltiplicarono con la creazione di nuove testate, le associazioni culturali ripresero vita. L’affluenza al voto fu altissima. Nel 1946 gli aventi diritto al voto erano 28 milioni (28.005.449), i votanti furono quasi 25 milioni (24.946.878), pari all’89,08%. I voti validi 23.437.143, di questi 12.718.641 (pari al 54,27%) si espressero a favore della Repubblica, 10.718.502 (pari al 45,73%) a favore della Monarchia. I giornali, e il dato è confermato dai risultati diramati dal Ministero dell’Interno, registravano un’affluenza alle urne che di provincia in provincia variava dal 75% al 90% degli aventi diritto. Nella realtà, guardando alla concretezza dei numeri, la frattura dell’elettorato sulla questione istituzionale fu radicale. Le ragioni furono certamente fondate sulle incognite politiche e socio-economiche che la scelta repubblicana per molti rappresentava, ma anche legate alle disparità con cui la dura esperienza della guerra aveva toccato le diverse zone del Paese e i diversi strati della popolazione, oltre che dettate dal radicamento di una istituzione comunque identificata da molti con la propria idea di nazione. Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica avvenne in un clima di tensione, tra polemiche sulla regolarità del referendum, accuse di brogli, polemiche sulla stampa, ricorsi e reclami. In virtù dei risultati ed esaurita la valutazione dei ricorsi, il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione proclamò in modo ufficiale la nascita della Repubblica Italiana. L’Italia cessava di essere una monarchia e diventava una Repubblica. Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono anche per l’Assemblea costituente. Il risultato elettorale vide l’affermazione dei tre grandi partiti di massa: la Democrazia cristiana conquistava la maggioranza relativa dell’Assemblea (35,21 %), mentre il Partito socialista e il Partito comunista raggiungevano insieme il 39,61 %. I tre maggiori partiti ottenevano complessivamente circa il 75% dei suffragi. Si affermavano le forze politiche legate alla tradizione popolare del movimento cattolico e del movimento socialista. Le elezioni evidenziavano anche il massiccio ridimensionamento delle forze di ispirazione liberale, che sino all’avvento del fascismo avevano dominato la vita politica nazionale. Le donne ebbero un ruolo ed un peso determinanti, votarono infatti 12.998.131 donne, contro 11.949.056 di uomini. Già all’inizio  del 1945, con il Paese diviso dalla Linea Gotica ed il Nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Governo Bonomi aveva emanato un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n.23), in  risposta alla forte mobilitazione delle associazioni femminili interessate al voto : il Comitato femminile della Democrazia Cristiana – CIF, l’Unione Donne Italiane – UDI, il Gruppo femminile del Partito Repubblicano, la Federazione Italiana Laureate Diplomate Istituti Superiori – FILDIS, i Gruppi femminili degli altri partiti aderenti al Comitato di Liberazione Nazionale. In realtà il voto del 2 giugno costituiva il punto di approdo di un processo di transizione che in Italia si era avviato già a partire dalla caduta del fascismo, il 25 luglio 1943. Il processo di liberazione dalla occupazione tedesca e la ripresa democratica con i governi del CLN, che guidarono il Paese fin dalla primavera del 1944, vennero subito a coagularsi attorno ai due obiettivi fondamentali: la soluzione della questione istituzionale e l’approvazione della nuova Costituzione da parte di un’assemblea liberamente eletta. In un primo momento, il 25 giugno 1944, pochi giorni dopo la liberazione di Roma, il Governo Bonomi stabiliva che alla fine della guerra sarebbe stata eletta a suffragio universale, diretto e segreto, un’assemblea Costituente per scegliere la forma dello Stato e dare al Paese una nuova costituzione (DLLgt. 151\ 1944). Successivamente, il 16 marzo 1946, il governo De Gasperi, dopo aver sancito il suffragio universale e  riconosciuto il diritto di …

GIACOMO MATTEOTTI. L’ITALIA NEL CONTRASTO PER LE RIPARAZIONI

a cura di  Stefano Caretti L’ITALIA NEL CONTRASTO PER LE RIPARAZIONI La rottura dell’Intesa, e quindi la separata occupazione della Ruhr, è avvenuta proprio quando le diverse tesi alleate sulla questione delle riparazioni e dei debiti stavano convergendo. Per lo che è da ritenere che essa sia stata determinata da prevalenti scopi politici anziché dal fine economico delle riparazioni. D’altra parte, ogni ritardo nella definizione economica della questione rappresenta per sé stesso un danno per l’Europa, e per l’Italia in particolare, peggiore di qualunque più sfavorevole risoluzione positiva. Anzi la posizione attuale dell’Italia -non aderente all’Inghilterra, verso la quale rimane debitrice di una forte somma in oro; non utilmente partecipante all’avventura della Ruhr, perché la Francia vi può perseguire fini di imperialismo politico-economico, a noi non comuni né convenienti; e non più percipiente dalla Germania mutilata le prime quote di riparazioni – è la più difficile fra tutte. Per dimostrare le premesse di queste proposizioni, giovano alcune notizie di fatto. La Commissione delle riparazioni aveva fissato nel 1921 la somma dovuta dalla Germania in 132 miliardi di marchi oro; e quando oggi si parla di ridurre la somma a una cinquantina di miliardi, vi è una parte dell’opinione pubblica che vivamente si allarma del confronto, del salto tra le due quantità. Ma vi è un primo errore da rimuovere. 1132 miliardi sono in valore nominale, non attuale. Una somma dovuta oggi non è eguale ad un’altra, di eguale ammontare, che sia però dovuta tra venti anni. Dei 132 miliardi, 50 sarebbero in Buoni di serie A e di seria B da emettersi subito, per fruttare un interesse del 5 per cent e per essere ammortizzati in 36 annualità: valgono quindi rea14 mente e attualmente cinquanta miliardi’. Gli altri 82 miliardi, Buoni di serie C, dovrebbero essere emessi quando la Commissione stimi la Germania in condizione di assumersene il servizio. Se si suppone che la Germania non possa pagare più di tre miliardi annui di marchi oro, la emissione non potrebbe attuarsi che dopo ammortizzati i primi cinquanta, cioè nel 1958: ma 82 miliardi da emettersi nel 1958 equivalgono a poco più di 14 emessi oggi; per valer 20 o 30 dovrebbe verificarsi la più ottimista ipotesi, che già tra dieci o vent’anni la Germania possa pagare più di quattro miliardi oro all’anno. Anche dunque nel primo giudizio della Commissione, e con una valutazione puramente economica estranea a interferenze politiche, i 132 miliardi nominali si riducono a 64 attuali (se non anche a parecchio meno, per la considerazione che l’interesse del 5 per cento è forse insufficiente). Il computo e la riduzione corrispondono, per fortuna, anche a un più giusto criterio nel merito della questione. 1132 miliardi sono stati calcolati dalla Commissione sui conti presentati dalle diverse nazioni (per oltre 200 miliardi!) e comprendenti le pensioni ai militari e i sussidi alle famiglie, oltre i danni materiali arrecati ai privati nelle zone devastate dalla guerra. Ma il Trattato contemplava propriamente e solo «i danni alle popolazioni civili», non le pensioni e i sussidi; così che la riduzione dei 132 miliardi a 50 corrisponderebbe forse anche alla vera somma dei danni materiali arrecati ai privati nelle zone devastate della Francia, del Belgio e dell’Italia: al fabbisogno per le ricostruzioni. A codesta riduzione però, purtroppo, i Governi alleati, che avevano illuso le rispettive nazioni con fantastiche indennità tedesche, non arrivarono che dopo alcuni anni e attraverso la resistenza tedesca ai pagamenti che essa doveva fare alla scadenza di ogni rata. Anche più lentamente andava maturando presso i Governi la questione dei debiti interalleati, e anch’essa solamente per la resistenza, anzi per la impossibilità, dei debitori a pagare. L’Italia doveva quasi 20 miliardi di lire oro all’Inghilterra e America; la Francia 25; il Belgio 4. L’Inghilterra, creditrice di 25 miliardi dai tre alleati, ne doveva a sua volta 21 all’America; la quale così ne aspettava dall’Europa più di 45. L’impossibilità del pagamento suggerisce ai debitori che si tratta di debiti e di spese fatte nell’interesse comune della stessa guerra; e che chi più ha preso a prestito, forse più ha dato di sangue. Nel concetto più equo di un consorzio generale di tutti i belligeranti per riparare ai danni della guerra, appare chiaro che ogni Stato, vincitore o vinto, pagherà le proprie spese per le pensioni militari e simili. Francia, Belgio, Italia hanno avuto le proprie terre devastate dalla guerra. L’Inghilterra e l’America, che non hanno sofferto invasioni, contribuiscono condonando i debiti di guerra. La Germania, che ha portato la guerra in casa altrui, contribuisce risarcendo i danni ai privati che hanno sofferto per l’invasione. Il primo documento nel quale l’unione delle due questioni, riparazioni e debiti, e la riduzione delle riparazioni a somma più reale e corrispondente ai veri danni risarcibili, assumono forma concreta, è il piano esposto da Loucheur nel dicembre 1921 nella conversazione con Lloyd George ai Chequers, in Londra: «I Buoni A e B, riuniti in una sola categoria (di 50 miliardi di marchi oro), siano versati ai paesi che hanno subito danni materiali. DEBITI E RIPARAZIONI La questione dei debiti interalleati e delle riparazioni è una delle più vitali per il nostro bilancio. Si può dire che da essa dipenda la più o meno rapida capacità di assestamento e la possibilità del pareggio. Il nostro debito verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti ascende ormai, con gli accumulati interessi, a 23 miliardi oro; equivale, cioè, all’incirca al nostro debito interno in lire carta; e tutti e due insieme assorbirebbero forse più di un terzo della totale ricchezza nazionale. Se noi dovessimo pagare regolarmente i soli interessi dell’uno e dell’altro, non basterebbero i due terzi di tutte le imposte italiane che gettano circa 11 miliardi all’anno. Le riparazioni tedesche dovute all’Italia, secondo le conclusioni della Commissione e il concordato di Spa, ammontano nominalmente a poco più di 13 miliardi marchi oro; ma poiché la maggior parte di essi sarebbe da emettere solo tra molti anni, il valore effettivo ed attuale si riduce a poco più di 6 miliardi. Non basta: …

PRIMA GUERRA MONDIALE

di Franco Astengo Stanno per compiersi i 100 anni della “Vittoria Mutilata” e sicuramente ci si appresta a ricordare, con grande sfoggio di retorica, “L’Italia di Vittorio Veneto”. In questi giorni, invece,ricorrono i 103 anni dalle “radiose giornate di maggio” e dell’ingresso dell’Italia nella “inutile strage” come la definì Benedetto XV. In 3 anni e mezzo circa di guerra su di un fronte di 420 km all’Italia sacrificarono la vita 650.000 soldati e 1.000.000 furono feriti: la più grande concentrazione di spargimento di sangue tra tutti i fronti del conflitto. Un massacro determinato, prima di tutto, dalla tattica del Comando Italiano che considerava i soldati di fanteria, asserragliati in una assurda guerra di trincea e in gran parte contadini meridionali analfabeti, come pura carne da macello. Questi fatti debbono essere ricordati, così come devono essere tenute sempre presenti le incancellabili responsabilità di Casa Savoia che poi si macchierà anche dei crimini del fascismo e della responsabilità di aver condotto l’Italia in un altro conflitto mondiale in alleanza con il nazismo e nel quale furono coinvolte come mai prima d’allora le popolazioni civili e il suolo italiano fu invaso da eserciti di invasione. Inoltre deve essere sottolineato sempre come la scelta di trascinare il nostro popolo nella tragedia fu attuata attraverso un colpo di stato che vide protagonista all’epoca quella che si autodefiniva “classe politica liberale”. Dunque il 24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale. L’Italia non era obbligata a entrare in guerra dagli stessi trattati internazionali sottoscritti fin dal 1882 con la Triplice Alleanza. Infatti il fatto che l’Austria non avesse consultata l’Italia  prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi. Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità. E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911). Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere. Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto. Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse. C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour. La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”. Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra. I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca. Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima. Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che  continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi,  ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità. I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa. Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato. Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi. De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione. Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle poi definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista. Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”. Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidati in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste, educati come erano stati nella violenza e nell’idea della sopraffazione dei subalterni che aveva rappresentato la caratteristica più evidente dei rapporti gerarchici vigenti nell’esercito italiano dove si erano verificati fenomeni di decimazione della truppa in caso di insubordinazione. D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda e concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e …

CHI SONO I BARBARI

di Carlo Felici Secondo certa stampa internazionale alquanto embedded con il sistema finanziario speculativo attualmente vigente, in Italia sarebbero arrivati i barbari al governo. Fioccano addirittura i paragoni con i goti di Alarico ed i lanzichenecchi del 1527, che misero a ferro e fuoco Roma devastandola e ponendo fine al suo Rinascimento. Ma è davvero così? Chi erano i barbari allora? E chi sono oggi? Non è questa la sede per una dettagliata dissertazione storica, ma alcune cose si possono ricordare, almeno in sintesi, cose che tra l’altro, anche un ragazzino delle scuole medie ricorda, almeno se ha un buon insegnante di storia. I barbari nella stragrande maggioranza dei casi arrivarono su invito diretto delle autorità romane ed agirono per conto proprio ribellandosi, solo dopo che esse ebbero traditi i patti con loro contratti. Accadde con Alarico, rifiutato a Ravenna che ripiegò su Roma, con i Vandali, che traditi da Bonifacio invasero l’Africa, con Teodorico che si insediò in Italia e fu poi tradito dall’imperatore di Bisanzio. Persino con i mercenari imperiali di Carlo V, traditi dal papa. In moltissimi casi il loro arrivo segnava la fine di un sistema fiscale vessatorio fino all’inverosimile che serviva ad ingrassare un apparato imperiale corrotto ed un esercito sempre più esoso, quindi non poche furono le volte in cui vennero accolti dalle popolazioni rurali come dei veri e propri liberatori. In taluni casi il loro sistema amministrativo era migliore e più efficiente di quello imperiale, prova ne è che l’Italia di Teodorico brillò per prosperità e sviluppo in tutto il Mediterraneo, tanto da fare concorrenza ad un impero corrotto e decadente come quello bizantino che non esitò a spazzare via i goti scatenando una lunga guerra che devastò completamente il nostro paese, riducendolo ad essere una povera colonia e, con l’arrivo dei longobardi, chiamati proprio al loro servizio dai bizantini, dividendolo da allora per i successivi altri più di mille anni. Insomma i barbari non erano poi più incivili dei cosiddetti romei. E ora? L’Italia ha trascorso almeno 25 anni di decadenza e di progressiva barbarie, dalla caduta della prima repubblica e dall’entrata in una eurozona in cui la speculazione sui prezzi, la riduzione dei salari, il precariato, la corruzione, la speculazione finanziaria e la progressiva ed inesorabile perdita dei posti di lavoro hanno fatto da padrone nel nostro scenario politico e sociale. Tutto ciò a fronte di un falso bipolarismo, tradottosi negli anni in un monopartitismo dialettico, nella dialettica cioè di due schieramenti politici falsamente opposti, ma sostanzialmente uniti nel demolire lo stato sociale, precarizzare il lavoro, allungare a dismisura l’età pensionistica, privatizzare i servizi e strozzare i cittadini di tasse, oltre che belluinamente capaci di far schizzare il debito pubblico a livelli vertiginosi. L’atto finale, o forse sarebbe il caso di dire l’arma definitiva, avrebbe dovuto essere la demolizione della Carta Costituzionale. Con il varo di pseudoriforme che avevano l’unico scopo di rendere quest’opera rovinosa ancora più efficacemente tragica e dirompente per tutto il popolo italiano. Chi ha fatto tutto questo è stata una consorteria di persone di dubbia esperienza politica ma di grande obbedienza rispetto alle cosiddette direttive dei mercati, sono stati i sacerdoti della metafisica del contingente speculativo e finanziario, quello che ha messo in ginocchio un intero paese come la Grecia, sebbene salvarla, con tutta la sua non numerosissima popolazione, costasse meno che salvare una grossa banca. Cosa c’è di più barbaro che ridurre un intero paese al suo minimo di crescita demografica, con i giovani in fuga impossibilitati ad avere un lavoro stabile e, con esso, una famiglia, cosa di più rovinoso che demolire il sistema scolastico costringendo alla mobilità permanente una intera classe di docenti alla mercé dei loro dirigenti, cosa di più bestiale che abolire l’articolo 18 e consentire di nuovo licenziamenti a profusione come se gli anni 60 con tutte le loro conquiste civili e sindacali non fossero mai esistiti, e cosa può esserci di più demenziale e barbarico che dimezzare la sovranità popolare legando l’elezione dei senatori a quella di amministratori locali spesso più famosi per i loro intrallazzi che per la fedeltà alle istituzioni. Cosa infine di più barbaro dell’infischiarsene della volontà popolare e procedere senza degnare del minimo rispetto gli esiti referendari, specialmente su questioni basilari come quella riguardante un bene comune vitale come l’acqua. Ricordiamo solo che i Romani facevano avanzare la loro civiltà, costruendo acquedotti per irrigare e dissetare, e terme per l’igiene pubblica praticamente gratis per tutti. Come i peggiori barbari, i governanti degli ultimi anni hanno preso ordini dall’assolutismo dei mercati per imporre tasse e provvedimenti che hanno reso più povero e indebitato il nostro paese, oltre che più incivile, eppure non hanno avuto la dignità dei veri barbari che un tempo erano molto più legati ai loro popoli dei nuovi barbari di ora, per ribellarsi agli ordini dell’impero del turbocapitale. Ne sono stati invece i funzionari più efficienti, con i loro bizantinismi legislativi e con la prosopopea di voler essere l’unico argine all’abisso dell’abbandono da parte dello stesso impero parassitario che fa finta di aiutare chi è in difficoltà per poi spremerlo meglio, con grande perizia di usuraio. Oggi questi valvassori piangono e agitano lo spauracchio della barbarie in piena sintonia con quei potentati che hanno saputo servire con perfetta autoreferenziale efficienza, pur avendo provato ad arginare quella che essi considerano una barbarie, con una legge elettorale che più barbara non poteva risultare. Ma tant’è, pare che il popolo se ne infischi della barbarie, o forse sa di poterla riconoscere senza più tante fole propagandistiche. L’Italia è sempre rinata dalla barbarie, anche nelle condizioni peggiori, pensiamo a Roma che si affermò proprio reagendo alla barbarie di lotte senza fine tra i popoli italici e mediterranei, al Rinascimento che uscì dalle tenebre di una barbarie che aveva devastato per un millennio il nostro paese, al Risorgimento quando gli italiani seppero ricostruire, dopo più di mille anni di barbare lotte intestine, la loro unità territoriale, alla Resistenza, quando essi furono capaci di ricostruire la loro civiltà democratica …