di Stefano Betti

La penisola è paese dai mille campanili. Nell’illusione che bastasse essere il centro della Cristianità per essere qualcuno, subisce per secoli l’esasperato localismo del Medioevo che termina con l’occupazione militare straniera. Perde il contatto con le grandi rotte commerciali a seguito della scoperta dell’America. Non conosce la Riforma protestante, se non marginalmente tramite intellettuali come Giordano Bruno finiti puntualmente sul rogo. Vive l’Illuminismo come fenomeno d’intellettuali importato dall’estero e imposto prima dai sovrani, poi dalle truppe napoleoniche, senza penetrare nella gente comune che lo rifiuta. Il suo Risorgimento è fenomeno di esigue elites che trovano nella volontà sabauda, nei compromessi con i proprietari terrieri e con i capi bastone del meridione degli alleati indispensabili. E gli Altri? In stragrande maggioranza o se ne stanno in disparte a aspettare la fine o sono contro. Carlo Pisacane scannato a Sapri insieme ai suoi compagni ne è il suo apparire evidente.

La coscrizione obbligatoria, sconosciuta al sud prima dell’unità, le tasse impietose per compensare le ingenti spese sostenute per le guerre d’indipendenza, il brigantaggio, come conseguenza più della reazione a tutto questo che del revanscismo dei regnanti spodestati e del clero reazionario e, non ultimo, un impianto di Stato centralista che soffoca sul nascere ogni autonomia locale sotto la sferza dei Prefetti, contribuì non poco a non fare gli Italiani. Le divisioni si accentuarono, col sud che conobbe l’inevitabile emigrazione verso le Americhe. E la Chiesa, uno Stato nello Stato che invocava il ritorno del papa re.

I Socialisti sono l’unica forza politica che al principio del secolo XX secolo tenta di dare un senso compiuto al paese attraverso il superamento degli individualismi esasperati col concetto universale di classe sociale. Cambiare le cose gradualmente. È il riformismo che si fa carne con le società di mutuo soccorso, le cooperative, i maestri elementari che insegnavano a leggere e scrivere ai figli degli operai e dei contadini e ai loro stessi padri, le rivendicazioni di maggiori tutele sul lavoro, dalla sicurezza all’orario di otto ore al salario minimo e i sindaci socialisti a capo dei Municipi che permettevano alla gente di avvicinarsi alle istituzioni, non più lontane anni luce. Medici condotti, insegnanti, avvocati, veterinari, tutti a disposizione per un gigantesco sforzo collettivo per fare sul serio gli italiani.

La storia fa saltare tutto.  Il paese proverà forzosamente a amalgamarsi con la prima guerra mondiale, dove in trincea, senza capirsi quando parlavano, uomini di Bergamo e Caltanissetta furono costretti a dividere un quotidiano fatto, più che degli ordini dati in italiano dagli ufficiali, di paura e di morte. Nell’orrore dell’inutile strage, gli uomini nel fango si riconobbero come uguali.

Poi il Fascismo generato dalla pancia piccolo borghese, come reazione a un dissennato Massimalismo che, in attesa messianica dell’Ora x, vigliaccamente finiva per insultare i reduci, a tentare di plasmare un paese nella irrealizzabile pretesa di rinverdire i fasti dell’Impero romano. Col Fascismo non nasce alcun uomo nuovo, se non una grottesca caricatura, frutto di una miscela informe di massimalismo interventista e nazionalismo militarista, che si scioglierà come neve al sole di fronte agli eventi avversi della guerra.  (Quando siamo laboratorio di fusione di estremi o presunti tali siamo insuperabili).

La storia scorre nel sangue dei vincitori e dei vinti e, soprattutto, nell’arte di arrangiarsi dei più. La Repubblica, nata da un referendum vinto nonostante il sud a maggioranza monarchica, si dà una forma di Stato parlamentare con pesi e contrappesi. Repubblica di mediazioni, compromessi, di micro partitini. Sulla Carta costituzionale, però, rompendo il giogo centralista, si sviluppa un disegno che riconosce e promuove le autonomie locali e il decentramento amministrativo. Siamo uno Stato regionale nell’ambito della Repubblica una e indivisibile e aperto all’Europa. Dovremo però attendere il 1970 per avere le regioni. Il sistema non funzionerà come nelle aspettative. Finanza derivata, con l’amministrazione centrale che decideva alla fine quali risorse assegnare alle regioni in base al colore politico o agli accordi consociativi sotto banco. Clientelismo, sprechi, illeciti comportamenti, duplicazione di funzioni, burocrazia straripante. Le regioni contribuiscono al dissesto, non meno dell’amministrazione centrale e di quella locale.

Per tentare di fare gli italiani, almeno dal punto di vista linguistico e di costume, ci penserà nel dopo guerra la televisione con Lascia o raddoppia, la radio con Tutto il calcio minuto per minuto e, non ultimo, la Chiesa con la Messa in volgare. La televisione e la radio, con un italiano perfetto o quasi, cercano di dare collante al paese slabbrato, ancora prigioniero fra un nord industriale e un sud agricolo destinato però a spopolarsi e a rifugiarsi, per chi resta, nell’assistenzialismo clientelare.

La democrazia resta incompiuta per via della Guerra fredda e anche dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine dei regimi comunisti. Non riusciamo a costruire un sistema realmente bipolare, dove si fronteggiano due proposte, l’una socialista, l’altra di stampo liberale, come nel resto dei paesi d’Europa. Nessuno, a parole, legittima l’altro, salvo trattare sotto banco accordi e inciuci vari. Cosa che è puntualmente accaduta anche per la odierna sedicente terza repubblica. Non funziona la politica. Non funziona il paese. Qualcosa non va.

E qui si evidenzia un punto ineludibile della vicenda. Oggi Camillo Benso Conte di Cavour, di fronte alle dure repliche della storia, avrebbe difficoltà a dire che siamo riusciti, a distanza di quasi centosessant’anni, a fare gli italiani.  Un lento processo, a volte contraddittorio, muove il costume da decenni, ma non riesce a estirpare le radici che generano l’egoismo in una realtà strisciante e impalpabile, silenziosa, qualunquista, violenta fra le quattro mura e ora al di fuori.

ll deficit di senso civico, di appartenenza a una comunità nazionale che non può valere solo quando gioca la Nazionale di calcio, la distruzione di ogni forma di logica funzionalità di ruoli nella società e del conseguente rispetto di chi li svolge (le aggressioni ai docenti da parte di genitori e di alunni hanno origini lontanissime nelle cause quanto il bullismo fra i ragazzi), la qualità scadente dei servizi pubblici offerti dove, sovente, è alibi la scarsezza delle risorse a disposizione, l’ineluttabile deficit di bilancio di cassa che ci costringe a essere alla mercé della Banca centrale europea per l’acquisto dei titoli di Stato in modo da poter avere tutti a fine mese lo stipendio e la pensione, il dover ritenere ineluttabile l’evasione fiscale perché tanto non c’è modo di combatterla e poi bisogna pur sopravvivere e, come contraltare, la geometrica  e chirurgica precisione con cui chi è “a reddito fisso” paga le tasse e tiene in vita il paese, il dover conoscere per forza qualcuno ovunque ci si debba rivolgere per essere ascoltati, per qualcun altro per essere aiutati, per altri ancora per essere privilegiati, il progressivo istupidimento nel consumismo forsennato, l’egoica illusione di essere editori, attori, registi, cantanti, critici, medici, fattucchiere, esperti d’ogni cosa etc. solo per il fatto di esistere sui social, l’acquiescenza da parte della gente verso intere porzioni di territorio governate da organizzazioni malavitose, ma radicate nell’ambito locale quasi a supplire la carenza dello Stato di cui nessuno si fida, la giustizia ingiusta dell’eternità dei procedimenti  civili e penali e dell’incertezza dello scontare la pena da parte del reo, potrei continuare all’infinito. Insomma, questa è la certificazione della crisi irreversibile del Patto sociale che ci fa stare insieme.  E Forse uniti non lo siamo mai stati, se non sul Piave cento anni fa.

La fuga in Portogallo di migliaia di italiani che risiedono e percepiscono la pensione senza tassazione per dieci anni grazie a un accordo fra paesi, dovrebbe essere un campanello d’allarme sufficiente. Così i ragazzi che scelgono l’estero per andare a lavorare. Qui, dicono, non c’è futuro.

Che fare? Ribaltiamo l’ottica del modello centralista, avviciniamo i cittadini alle istituzioni facendoli sentire parte integrante attraverso un progetto di federalismo diffuso e compiuto. Localizziamo le risorse, il prelievo fiscale e i centri decisionali. Rendiamo lo Stato più leggero possibile lasciandogli funzioni di programmazione generale e di coordinamento fra l’Unione europea e le regioni. Dando il massimo d’autonomia possibile a Costituzione vigente.

Il federalismo europeo, come Altiero Spinelli e Eugenio Colorni tratteggiarono dal confino a Ventotene, può essere contemperato con quel sistema di autonomie locali e di valorizzazione delle regioni e degli enti locali che prende atto delle differenze profondissime all’interno di ogni singola area. Avvicinando i centri decisionali sul serio, forse, faremo gli italiani.