LA SCOMPARSA DI PIERRE CARNITI

di Marco Cianca – Corriere della Sera 13 febbraio 2003

Pierre Carniti, ex segretario della Cisl. Il 14 febbraio dell’84 spinse Bettino Craxi a sfidare, e sconfiggere, il Pci di Enrico Berlinguer. Poi rifiutò la presidenza della Rai perché gli volevano imporre un vice, il socialdemocratico Leo Birzoli. E andò via anche dall’Iri non appena si accorse che i suoi progetti per il Sud finivano nelle sabbie mobili della politica e della burocrazia. Un uomo che ha sempre remato controcorrente. Eccolo, vent’anni dopo, il vincitore della battaglia per la scala mobile.

«Non ho rimpianti né nostalgie».

Sorride, mentre si accende l’immancabile sigaro, un compagno di strada che non ha mai abbandonato nonostante l’ulcera e i problemi cardiaci. Ma furono tre o quattro i punti di scala mobile tagliati?

«Non ci fu un taglio, ma una predeterminazione. L’accordo prevedeva una modulazione degli scatti in funzione di un obiettivo. Le cose andarono meglio del previsto. Non tanto per un miracolistico effetto macroeconomico ma perché si dimostrò che l’inflazione ha anche una forte componente psicologica. Alla fine dell’83 avevamo ereditato un’inflazione del 13 per cento. L’obiettivo era di portarla al 10. Arrivò all’8, per cui alla fine i punti di scala mobile che non scattarono furono tre».

Lo rifarebbe?
«Sì. L’alternativa reale era una politica monetaria restrittiva. Ma quello sarebbe stato l’accordo del boia».
Perché il boia?

«Perché avrebbe significato, con un forte aumento dei tassi di interesse, strangolare gli investimenti, ridimensionare la crescita e quindi ridurre l’occupazione».
Perché il Pci si oppose in maniera così strenua all’accordo?

«Già il 7 gennaio la direzione del Pci aveva definito inaccettabile lo scambio politico tra il sindacato e il governo. Era così affermata una doppia teoria: il primato del partito sul sindacato, non perché considerato cinghia di trasmissione ma perché gli si riconosceva un’autonomia limitata, e il primato del Parlamento sull’esecutivo. E’ questa la sfida lanciata da Enrico Berlinguer. Dimostrare che senza il Partito comunista non si poteva fare nulla. Non credo che del merito della questione gli interessasse più di tanto».

E Bettino Craxi?

«Craxi era disprezzato dal gruppo dirigente del Pci. Già nel ’78 una nota di Antonio Tatò a Berlinguer lo dipingeva come un avventuriero e un bandito. Era detestato dai comunisti e guardato con sospetto dai democristiani. Una volta a Palazzo Chigi ricevette in eredità dal governo Fanfani l’intesa raggiunta nell’83 dal ministro del Lavoro Vincenzo Scotti che, con un’abilità partenopea del taglia e cuci, aveva di fatto ridotto surrettiziamente il grado di copertura della scala mobile. Quell’intesa rinviava appunto all’84 una verifica con le parti».

Quindi partì il negoziato.

«Sì, ma Craxi non se ne occupò. Non credo che gli interessasse molto. Ci fu una lunga fase di gestazione. La proposta della predeterminazione era nata proprio in casa Cisl. Il teorico ne fu Ezio Tarantelli, poi ucciso dai terroristi, che mi era stato indicato da Franco Modigliani. La Cgil aveva delle riserve ma non sembrava una pregiudiziale insuperabile. Il confronto lo guidò il ministro del Lavoro Gianni De Michelis. Arrivammo al 12 febbraio, tutto sembrava definito e si decise di firmare due giorni dopo. Il 14 andammo a Palazzo Chigi e qui Craxi entrò in scena per la prima volta. Lama, con evidente difficoltà, annunciò che la parte maggioritaria della Cgil, cioè i comunisti, non era d’accordo. Craxi tentò un rilancio per portare a casa un risultato unitario. Lo bloccai subito dicendo che l’intesa doveva essere quella concordata. A toglierci tutti dall’imbarazzo fu lo stesso Lama, il quale specificò che loro non avrebbero firmato alcunché. Il Pci aveva messo il veto».

Che fece Craxi?

«Non poteva certo accettare di governare con un mandato limitato dai comunisti. E fu costretto, suo malgrado, a firmare l’intesa. L’alternativa sarebbe stata quella di dimettersi».
A quel punto partì la campagna del Pci.

«Sì, prima in Parlamento, con uno strenuo ostruzionismo. Poi con la decisione di indire il referendum. Lo annunciò Gerardo Chiaromonte in Senato il 7 giugno, giorno della definitiva approvazione del decreto. La sera stessa Enrico Berlinguer, durante un comizio a Padova, viene colpito dall’emorragia cerebrale che nel giro di quattro giorni lo porterà alla morte».

Piero Fassino ha scritto che Berlinguer, come un giocatore di scacchi che vede la propria sconfitta, muore prima di subire lo scacco matto.

«Non sono d’accordo. Berlinguer era convinto di vincere. Fino al 14 febbraio pensava che l’accordo non si sarebbe fatto. Poi scatenò l’ira di Dio in Parlamento per far saltare il decreto. Quando capì che stava per essere varato ricorse al referendum abrogativo nell’assoluta convinzione che il Paese gli avrebbe dato ragione perché il Pci era l’unico a rappresentare davvero i lavoratori. E così pensavano gli altri dirigenti. Io stesso cercai alla fine di evitare la prova di forza proponendo di far mancare il quorum ma non vollero darmi ascolto. Per la verità anche la Confindustria era convinta che avrebbero vinto i “sì” all’abrogazione».

C’è chi sostiene che il vecchio Pci muore allora, ben prima della caduta del muro di Berlino e del cambio del nome.

«Muore quando Berlinguer sceglie la via della diversità comunista e agita la questione morale indicando socialisti e democristiani come uomini di malaffare. Il Pci solo contro tutti, in isolamento arrogante e astratto fino al giorno del giudizio universale. Una cosa priva di senso».

Lei incontrò Berlinguer privatamente. Un paio d’ore di colloquio in casa di Tatò.
«Sì, ma non ci capimmo assolutamente».

E Luciano Lama? Combattè una battaglia che non voleva. Quando si ebbero i risultati del referendum disse affranto a chi gli stava attorno: “Aiutatemi a tessere la tela unitaria, non a stracciarla”.

«Lama era un riformista. Si può forse dire che se avesse avuto più coraggio le cose sarebbero andate diversamente ma lui era una persona molto leale, con un forte senso di appartenenza politica e sociale. Se ne sarebbe dovuto andare dal Pci e dalla Cgil ma non se la sentì. Quando la direzione del partito decise il referendum lui si pronunciò contro, quasi da solo, eccetto qualche riserva espressa da Giorgio Napolitano e Gerardo Chiaromonte».

Ma poi andò a firmare la richiesta di referendum al banchetto di una festa dell’Unità.

«Sì, con l’ufficio stampa del Pci che aveva organizzato la presenza dei fotografi. Lo vollero umiliare. L’umiliazione della chiesa ad un proprio adepto con tendenze eretiche».
Vent’anni dopo si riparla di scala mobile.

«Nell’84 fu combattuta una battaglia scriteriata, all’arma bianca, intorno un simbolo. E poi per non discutere di quel che era davvero accaduto si è abolita ogni forma di indicizzazione. Indietro non si torna ma il problema della tutela del potere d’acquisto dei lavoratori esiste. Ci possono essere mille strumenti, compreso un salario minimo indicizzato annualmente. L’importante è che il sindacato sia capace di elaborare proposte complessive e che non vada avanti con sussulti di malcontento e giocando solo di rimessa. Ma confesso di essere un po’ pessimista».

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