di Giuseppe Onorati |
3,1 per 100 è la stima del rapporto deficit/PIL italiano, superiore al 3 per 100, quale limite entro cui rimanere secondo la regola pattizia europea (assurda, scientificamente infondata, politicamente insostenibile ma purtroppo vincolante al momento), che lascia l’Italia nella procedura d’infrazione. Eppure nel 2020 in Italia è stato implementato uno strumento virtuoso che, non contraddicendo le norme dei Trattati europei, ha creato moneta, finanziato l’economia senza aumentare deficit e debito, anzi portando il PIL a crescere più del deficit, abbattendo così i rapporti deficit/PIL e debito/PIL. Poi questo circolo virtuoso viene interrotto dal Governo Draghi, da quello Meloni in linea con il predecessore e dalla Commissione europea, sulla base di argomenti infondati.
Nel 2014, un gruppo di studiosi (Marco Cattaneo, Biagio Bossone, Stefano Sylos Labini, Enrico Grassini e Giovanni Zibordi), il cui lavoro fu appoggiato anche dal professor Luciano Gallino e da Giorgio Ruffolo, elaborò uno strumento di politica economica, capace d’immettere liquidità nel sistema, senza dover chiederla ai mercati finanziari, bensì, basandosi sulla leva fiscale, nelle mani del Governo: i Certificati di Credito Fiscale trasferibili, una vera e propria forma di moneta fiscale.
Sono dei titoli di credito fiscale, che vengono emessi in funzione di obiettivi di politica economico-sociale; rappresentano uno sconto fiscale, del quale beneficerà chi ne è in possesso alla scadenza. Sono trasferibili fra attori del sistema economico, fungendo da moneta, per chi ne voglia usufruire in tal senso, ponendosi come una moneta complementare a quella a corso legale (l’Euro). E’ un modo efficace per aumentare la liquidità, che può essere usata tanto per investimenti, quanto per consumi, quindi avendo ricadute positive su variabili che fanno crescere il PIL; l’idea fondamentale è che con la liquidità aggiuntiva, avvengano scambi che altrimenti con scarsa probabilità si effettuerebbero e ciò ha un effetto d’incremento sul moltiplicatore del reddito e da qui la crescita. La crescita dovrebbe poi aumentare le entrate fiscali che andrebbero a compensare gli sconti fiscali e se il PIL cresce più di deficit e debito, si assottigliano i due rapporti deficit/PIL e debito/PIL.
I Certificati di Credito Fiscale liberamente trasferibili, compensando il debito fiscale alla scadenza, presentano una liquidità attuale “non piena”, ragione per cui il valore di scambio è solitamente più basso di quello nominale e questa differenza viene coperta con uno sconto che l’acquirente chiede ma il tasso applicato è relativamente basso e tende a zero man mano che ci si avvicini alla data di scadenza. Per di più è uno strumento che presenta un basso se non nullo rischio speculativo, in quanto essendo largamente scambiabile (tutte le famiglie e le imprese prima o poi avranno pagamenti da fare al fisco), trova sempre una domanda sufficiente per non far alzare troppo il tasso di sconto.
Nel 2020 il Governo Conte, persuaso dal gruppo della moneta fiscale, vara ed implementa una misura di credito fiscale trasferibile, inerente alle ristrutturazioni edilizie ed all’efficientamento energetico, in un momento particolarmente critico per il Paese. Dalla seconda metà del 2020, gli interessati a ristrutturazioni edilizie e ad installare impianti per ottimizzare il consumo energetico o che utilizzino fonti rinnovabili, possono usufruire di sconti fiscali trasferibili (Superbonus ed Ecobonus). Uno strumento con l’obiettivo di: rilanciare il settore delle costruzioni e relativo indotto, portare la società italiana verso il risparmio energetico e ad incrementare l’uso di fonti rinnovabili, nello stesso tempo, creando potere d’acquisto aggiuntivo che raggiunga anche gli strati medio-bassi.
Nella prima parte del progetto i certificati sono stati emessi massivamente ed hanno circolato liberamente; le famiglie interessate a lavori di ristrutturazione ed efficientamento energetico pagano parte delle fatture con i crediti fiscali, che poi le imprese o scambiano in banca con gli Euro, o vendono ad altre imprese o li utilizzano per scambiare beni e servizi. Dal 2020 al 2023 complessivamente sono stati emessi 200 miliardi di Euro di Certificati di Credito Fiscali, con ottimi risultati che ne hanno dimostrato l’efficacia sia da un punto di vista ambientale , che economico e fiscale (in merito a quest’ultimo aspetto basti commisurare la somma emessa ai 900 miliardi di Euro che ogni anno lo Stato incassa).
Più nello specifico, l’emissione e libera circolazione dei certificati che si è verificata pienamente fino al 2022, cioè fin quando il Governo Draghi l’ha ristretta a soli 3 trasferimenti, ha portato dei risultati positivi che devono incoraggiare a chiederne non soltanto una reimplementazione ma anche una estensione ad altri settori oltre all’edilizio, soprattutto in un momento difficile come l’attuale, con l’innalzamento dei costi energetici e relativa inflazione da costi. Ha rilanciato il settore edilizio e il relativo indotto, in un periodo con una situazione recessiva dell’industria; dal 2021 al 2023 l’installazione dei pannelli fotovoltaici sui tetti, in seguito alle ristrutturazioni per le quali ci si è avvalsi della misura, sono aumentati del 60 per 100, apportando un incremento nella capacità installata di 7 GW e nella produzione di energia elettrica di 8000 GW h.
Soprattutto fra il 2020 ed il 2023 l’Italia ha visti crescere il PIL reale ed il tasso d’investimenti più di Francia e Spagna, trainati dal settore edilizio; la crescita ha portato più entrate fiscali ed il rapporto debito/PIL è sceso dal 154,9 per 100 nel 2020, al 133,9 per 100 nel 2023, periodo nel quale in Francia è aumentato del 12 per cento ed in Spagna del 7,4 per 100. Ogni 100 euro di crediti fiscali immessi nel sistema, ne hanno dati 34 di entrate, con un costo per lo Stato di 66 (studio del Centro per le Ricerche Economiche, Sociologiche e di Mercato per l’Edilizia e il Territorio) mentre ogni 100 Euro di certificati di credito immessi, hanno restituito 100 Euro di PIL (sic!), con un moltiplicatore uguale ad 1 (secondo uno studio della Banca D’Italia); questi dati evidenziano come il PIL creato dalla misura dei Certificati di Credito Fiscale trasferibili, sia cresciuto più del disavanzo creato e quindi del debito e ciò spiega chiaramente la dinamica dell’assottigliamento del rapporto debito/PIL.
Nonostante questi risultati (già teoricamente molto probabili), la Commissione europea ed i Governi Draghi e Meloni hanno stroncato la misura, proponendo argomenti infondati e basati su manipolazioni contabili.
I Certificati di Credito Fiscale trasferibili, sono pienamente compatibili con i Trattati europei e costituiscono una moneta di fatto, che sfugge al controllo della BCE ed emancipa positivamente la politica economica di uno Stato dalle “gabbie” tecnocratiche europee. E’ così che Eurostat per il periodo 2020-2023 gonfia il rapporto deficit/PIL dell’Italia artificialmente, facendolo arrivare al 7 per 100, in base alla considerazione che i Certificati di Credito Fiscale siano pagabili all’emissione e quindi rappresentino un’uscita per lo Stato già da contabilizzare quando nascono. I certificati emessi nel 2020 in Italia però non facevano sorgere in capo al Governo l’obbligo di rimborso in Euro ma davano solo il beneficio alla scadenza di compensare il debito fiscale, quindi per il Sistema europeo dei conti nazionali e regionali i certificati dell’esperienza italiana erano non pagabili e perciò da contabilizzare ex-post come riduzione di entrate. In virtù di ciò, l’Eurostat crea “ad hoc” per il caso italiano, una categoria dei crediti d’imposta borderline, cioè di crediti fiscali trasferibili, che potendo essere impiegati come riduzioni fiscali, vanno contabilizzati all’emissione come un esborso dello Stato, pur non essendoci alcun impegno di questi a rimborsarli in Euro.
Sul fronte interno invece nel 2022 il Governo Draghi attacca la misura dei Certificati di Credito Fiscale trasferibili, considerandoli un viatico di esplosione del debito ed un modo per garantire molte frodi, limitando a tre i trasferimenti (correzione alla prima ipotesi di portarli ad uno, ottenuta dalle pressioni di categorie professionali), con conseguente aumento del tasso di sconto dovuto ad una maggiore insicurezza aleggiante fra gli attori economici ed un vero e proprio blocco del sistema. Una scelta infondata quella del Governo Draghi, per i risultati effettivi ottenuti dalla misura dei Certificati e perché le frodi, ben sventabili ad origine, con semplici accertamenti meritori del diritto ad avere i titoli, si sono verificate soltanto nel 4 per 100 sul totale del volume dei crediti fiscali concessi (stessa percentuale verificatasi per altre misure di agevolazione fiscale). In ultimo, il colpo di grazia alla misura è conferito dal Governo Meloni, che in perfetta continuità con il predecessore, insiste in una critica infondata, con il Ministro dell’Economia Giorgetti, molto vicino a Draghi e con il sostegno di buona parte dei media, della Banca d’Italia, della Corte dei Conti e dell’Ufficio parlamentare per il Bilancio, nell’Aprile del 2024, elimina totalmente la trasferibilità dei crediti fiscali.
Una misura virtuosa che ha portato a dei risultati positivi, distrutta da una convergenza istituzionale perversa, interna ed europea, la quale dimostra, ancora una volta, come tutto ciò che vada a scalfire l’ordine monetarista europeo, debba essere stroncato. Ancor più inquietante è notare come finanche la parte dell’opposizione che varò la misura dei crediti fiscali trasferibili, sia sostanzialmente acquiescente a quest’ordine e non imposti una seria battaglia politica sulla giusta rivendicazione della misura implementata.
Intanto il gruppo della moneta fiscale continua la sua battaglia che è innanzitutto una battaglia di giustizia e civiltà.

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
