Foto: Romain Perrocheau//Getty Images
di Peppe Giudice |
E’ la differenza tra il socialismo democratico e il populismo di sinistra.
In Francia avrei certo votato per Melenchon, ma ho sempre espresso dei dubbi sul suo progetto politico che considero estraneo al socialismo e piuttosto fa riferimento ad un populismo strettamente legato alla tradizione giacobina, statalista ed accentratrice. Martinet metteva in evidenza come in Francia era forte nel movimento socialista la contrapposizione tra due culture del movimento operaio -al di là della contrapposizione tra riforme e rivoluzione-; la prima democratica, libertaria ed autogestionaria che si riassume nella frase dell’internazionale nella versione originaria francese “nè dei, ne cesari, nè tribuni, proletari salviamoci da noi”.
La seconda giacobina, blanquista, e centralizzatrice del potere. Lo scontro tra Guesde e Jaures. Gilles Martinet, fu protagonista della stagione della cosiddetta “seconda sinistra” francese. Anti-giacobina, autogestionaria. Neutralista ed anti-colonialista. Tramite il PSU (Partito Socialista Unificato) che fu la sintesi tra gli scissionisti a sinistra della SFIO il primo Rocard ed altri, l’UGS (Unione della Sinistra Socialista di Martinet) più un gruppo di cattolici di sinistra che non trovarono spazio nella anticlericale SFIO.
Gli elementi unificanti del nuovo partito furono due: la lotta contro il colonialismo francese in Algeria; il socialismo autogestionario che fondava sul netto rifiuto del regime totalitario sovietico, ma anche critico verso la socialdemocrazia moderata che si accontentava di una gestione sociale del capitalismo senza incidere sui rapporti di potere nelle fabbriche e nella società. La cifra politica era il “riformismo rivoluzionario” che Riccardo Lombardi fece proprio (lui e Martinet si sono concentrati su una elaborazione comune).
Un riformismo radicale e strutturale che sposta incessantemente i rapporti di potere. Nella logica della “conquista dei poteri ” (Martinet) alternativa alla conquista del potere di leniniana memoria. Il tema era di non abbattere lo stato, ma di democratizzarlo profondamente. Qqui c’è la differenza con l’anarchismo rafforzando i corpi intermedi Partiti, Sindacati, Consigli di Fabbrica, Associazioni. In una visione in cui il processo autogestionario investe sia i luoghi di produzione che l’intera società.
E questo impone il decentramento essenziale per la pianificazione democratica ed una effettiva socializzazione delle imprese pubbliche. Lo stato centrale ha solo funzioni di coordinamento. In Martinet, che è un marxista eterodosso antileninista, c’è quindi il totale rifiuto di ipotese populiste, Intanto perchè non fa riferimento ad un indistinto popolo o a una indefinita elite. Per un socialista come lui, il conflitto di classe è essenziale come forza propulsiva della trasformazione sociale in una ottica autogestionaria, come la critica strutturale al capitalismo.
E a differenza di Melenchon è europeista e non sovranista. Certo Martinet criticò i trattati di Maastricht che delineavano una UE del capitale e della finanza, alternativa era però l’Europa-sociale. L’Europa era lo spazio in cui doveva agire il socialismo democratico. Non pensava certo ad una regression verso un sovranismo di stampo sciovinista fondata sul mito del sovranismo giacobino-repubblicano accentratore che storicamente ha infettato la sinistra francese storica (sia il PCF che un pezzo della SFIO).
Del resto questo sovranismo è anche alla base della difesa del colonialismo francese, prima in indocina e poi in Algeria. Sanders è molto più vicino a Martinet. La critica alle ologarchie capitaliste e la centralità della working class, nonchè l’impegno non solo per il welfare, ma per la democrazia economica e il suo internazionalismo lo rendono un vero socialista democratico. In Francia purtroppo nen esiste un erede di Martinet e di quel pensiero. Non credo, per ragioni diverse, che nè Hollande, nè Melenchon siano la strada giusta.

