di Teresa Maria Rauzino |
Certe assenze parlano più delle presenze.
E ieri, nell’Aula della Camera, davanti alla targa apposta sul banco numero 14 — lo scranno da cui il 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti denunciò brogli e violenze fasciste prima di essere rapito e assassinato — a parlare è stato soprattutto il vuoto.
Mentre veniva inaugurato il banco che resterà per sempre dedicato a Matteotti, i settori della destra di governo apparivano quasi deserti. Non una distrazione protocollare, non una coincidenza d’agenda: un’assenza così larga, così visibile, finisce inevitabilmente per assumere il peso di un messaggio.
Ed è un paradosso che proprio quel vuoto abbia prodotto l’effetto opposto. Le fotografie dei banchi deserti hanno invaso le bacheche social, riportando al centro della discussione pubblica la figura di Giacomo Matteotti e il significato storico della sua uccisione. Come se l’assenza avesse riaperto una domanda che una parte della politica italiana continua ostinatamente a eludere: il fascismo è davvero un passato definitivamente archiviato oppure continua a sopravvivere nelle rimozioni, nelle ambiguità, nelle reticenze?
Lucia Annunziata ha scritto che quell’assenza di massa “può essere interpretata solo come la manifestazione della precisa volontà di sottoscrivere di nuovo” le parole con cui Mussolini, dopo il ritrovamento del corpo di Matteotti, si assunse la “responsabilità politica, morale, storica” di quanto avvenuto. Gianni Cuperlo ha parlato di “banchi deserti del partito che non ha mai rinnegato la tradizione di coloro che quel regime fascista animarono e sostennero”. Giudizi severi, ma inevitabilmente alimentati da quelle immagini.
Eppure la storia italiana conosce bene la forza simbolica dei vuoti e dei silenzi.
La conosce fin dal giugno del 1924.
Dopo il rapimento di Matteotti, il Lungotevere Arnaldo da Brescia divenne il luogo di un incessante pellegrinaggio popolare. Una croce anonima tracciata sul muraglione — la “Croce di Matteotti” — si trasformò spontaneamente in altare civile. Per giorni, settimane, anni, uomini e donne comuni vi deposero fiori e corone in un silenzioso atto d’accusa contro il regime.
“La Voce Repubblicana”, il 1° luglio 1924, raccontò quella folla continua: anziani, bambini, lavoratori, madri di famiglia. Non una manifestazione organizzata, ma una forma di coscienza collettiva. Il fascismo tentò di soffocarla. La polizia rimuoveva di notte i fiori; i carabinieri ricevevano ordine di impedire alla gente di sostare; ai visitatori veniva imposto perfino di “circolare”, per evitare che quel luogo diventasse simbolo permanente dell’opposizione morale al regime.
Fu inutile.
Anzi, scriveva il cronista, proprio quei divieti finirono per produrre “più propaganda antifascista di qualsiasi discorso”. Perché quando il potere teme persino dei fiori lasciati ai piedi di una croce, significa che ha già compreso la forza della memoria popolare.
La “Croce di Matteotti” sopravvisse per diciannove anni ai tentativi di repressione del regime. Nessun apparato riuscì a cancellarla davvero. Nessuna intimidazione riuscì a impedire agli italiani di riconoscere in quel luogo non soltanto la memoria di un uomo assassinato, ma la verità stessa della violenza fascista.
Per questo i banchi vuoti di ieri pesano tanto.
Perché Matteotti non appartiene a una parte politica: appartiene alla coscienza democratica del Paese. La sua figura segna il confine essenziale tra democrazia e intimidazione, tra libertà e sopraffazione, tra Parlamento e squadrismo.
E quando una parte significativa della maggioranza sceglie di non esserci nel momento in cui la Repubblica rende omaggio a quell’uomo, il problema non riguarda il galateo istituzionale. Riguarda il rapporto ancora irrisolto di una parte della destra italiana con la propria storia.
Per questo iniziative culturali e pubbliche dedicate a Matteotti assumono oggi un valore che va oltre la semplice commemorazione.
Le celebrazioni per il centesimo anniversario della morte di Giacomo Matteotti hanno coinvolto, in tutta Italia, istituzioni e associazioni impegnate nella tutela della memoria democratica del Paese. In questo contesto, per riferirci alla Puglia, la legge 10 luglio 2023, n. 92 ha individuato i Comuni di Vieste e Rodi Garganico tra i luoghi prioritari per la realizzazione di iniziative commemorative, riconoscendoli ufficialmente come luoghi della memoria matteottiana.
Un riconoscimento strettamente legato alla figura del magistrato Mauro Del Giudice (1857-1951), protagonista del primo Processo Matteotti. Nato a Rodi Garganico e residente a Vieste dopo il pensionamento, Del Giudice istruì con straordinario coraggio l’inchiesta sull’assassinio del deputato socialista, individuando le responsabilità dei mandanti politici del delitto fino a coinvolgere i vertici del regime fascista.
All’epoca presidente della sezione d’accusa della Corte d’Appello di Roma, resistette a pressioni e minacce pur di portare avanti un’indagine che puntava direttamente verso Benito Mussolini e i principali esponenti del fascismo. Proprio per la sua indipendenza venne progressivamente isolato e infine rimosso dall’incarico attraverso il trasferimento forzato a Catania — il classico promoveatur ut amoveatur — prima della conclusione dell’istruttoria. Il processo fu poi trasferito a Chieti e si concluse nel 1926 con pene lievi per gli esecutori materiali, lasciando sostanzialmente impuniti i mandanti politici del delitto.
Ma la verità non fu cancellata. Nel 1944, la testimonianza resa da Del Giudice davanti al pretore di Vieste, su richiesta dell’Alto Commissariato per i reati fascisti, contribuì alla revisione della precedente sentenza e all’apertura del nuovo Processo Matteotti del 1947, che portò finalmente a condanne esemplari per gli assassini.
Nel dopoguerra, stabilitosi definitivamente a Vieste, Del Giudice affidò ai suoi scritti — in particolare alla “Cronistoria del Processo Matteotti” — una ricostruzione rigorosa e drammatica dell’inchiesta, svelandone retroscena e responsabilità politiche.
Grazie anche alla pubblicazione, a cura di chi scrive, di fonti inedite nei volumi “Il magistrato che fece tremare il Duce. Mauro Del Giudice: Memorie e Cronistoria del Processo Matteotti” e “Potere giudiziario e politica. Mauro Del Giudice: Il coraggio delle riforme”, la figura di Del Giudice è oggi al centro di una rinnovata attenzione storiografica. È riconosciuta come simbolo dell’autonomia della magistratura di fronte alla violenza e all’arbitrio del regime fascista.
Dal 2022 ad oggi varie iniziative sono state promosse dalla sezione Gargano della Società di storia Patria per la Puglia.
A Vieste il 13 febbraio scorso il convegno “Giacomo Matteotti e Mauro Del Giudice: l’idea che non muore”, ha coinvolto studenti, docenti, associazioni e cittadini in una riflessione collettiva sul valore della democrazia e sul coraggio di chi oppose la legge e la verità alla violenza del regime.
È intervenuta, come fece a Rodi Garganico e ad Apricena, Elena Matteotti, nipote di Giacomo Matteotti.
Ed è importante che la Capitanata continui a fare la sua parte, custodendo e trasmettendo questa memoria civile.
Domani, venerdì 29 maggio alle 18:30, presso la Fondazione dei Monti Uniti di Foggia, lo storico Mauro Canali — tra i più autorevoli studiosi italiani del fascismo e del delitto Matteotti — sarà ospite della rassegna “Ché Storia. Racconti contemporanei in Fondazione”.
Al centro dell’incontro il volume “Il delitto Matteotti”, dedicato a uno degli episodi più drammatici e decisivi della storia d’Italia: l’assassinio del deputato socialista e le sue conseguenze sull’affermazione della dittatura fascista. A dialogare con l’autore sarà il giornalista Micky De Finis.
Storico e accademico di riferimento, Mauro Canali ha dedicato i suoi studi ai meccanismi politici, repressivi e informativi del regime mussoliniano, contribuendo in modo decisivo alla comprensione storica del fascismo italiano.
È un segnale importante. Perché mentre in Parlamento qualcuno sceglie il silenzio o l’assenza, esiste un’Italia che continua a studiare, discutere, trasmettere memoria. Un’Italia che considera la storia uno strumento indispensabile per comprendere il presente. Perché il fascismo non si combatte soltanto con le ritualità della memoria, ma con la conoscenza, con la coscienza critica, con la capacità di riconoscere i meccanismi attraverso cui la violenza politica prova a normalizzarsi.
La memoria democratica non vive infatti soltanto nelle targhe o nelle cerimonie ufficiali. Vive nei gesti. Nelle presenze. Nella volontà di capire.
Perfino nei vuoti.
E quei vuoti, ieri, erano un pugno nell’occhio. Impossibile da ignorare.





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