di Salvatore Neri |
Mentre i giovani siciliani continuano a emigrare per il loro futuro i “gattopardi” continuano a ripetere che “tutto cambierà perché nulla cambi”.
Condivido in toto l’attenta analisi del dott. Franco D’Urbino. Verità sui mali che da sempre affliggono la Sicilia, i siciliani e le siciliane, da chi, come il dott. Franco D’Urbino, responsabile testata giornalistica di TELE PEGASO in Caltagirone, attento conoscitore delle mancata dinamiche profonde e vicissitudini che emergano sempre più come un mosaico di malesseri interconnessi.
La situazione in Sicilia descritta dai recenti dati e dalle cronache evidenzia una profonda crisi strutturale, dove una classe politica spesso criticata per inefficienza e scandali si intreccia con una povertà diffusa che colpisce una larga parte della popolazione.
Sicilia a rischio esclusione sociale, con circa il 40,9% dei residenti a rischio povertà o esclusione sociale. I dati Istat mostrano che più di una famiglia su tre vive in condizioni di disagio.
QUESTA E’ SICILIA! ANDIAMO MALE MOLTO MALE E INSISTIAMO A VOTARE GLI STESSI DELINQUENTI DI SEMPRE!!
La Sicilia, continua a rappresentare l’ennesima occasione mancata di una regione che di occasioni mancate ne ha fatte ormai una specialità gastronomica. Ma tra tutte le ricette del fallimento, ha un sapore particolare: un misto di baronale arroganza, di clientelismo secolare e di quella particolare forma di fatalismo che trasforma ogni catastrofe in destino ineluttabile, ogni scandalo in pettegolezzo da bar.
La classe dirigente siciliana non è un semplice prodotto della storia, è una casta che della storia si è nutrita, fagocitandone le possibilità di riscatto e trasformandole in mero mantenimento dello status quo. Una casta che ha saputo conservarsi immutata attraverso i secoli con una capacità di adattamento degna dei migliori camaleonti.
Quando nel 1860 i garibaldini sbarcarono in Sicilia, trovarono una classe dirigente che aveva già perfezionato l’arte di sopravvivere ai cambiamenti. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, diceva il Principe di Salina ne “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Feltrinelli, 1958). Non immaginava che questa sarebbe diventata la costituzione non scritta di un’intera classe politica per i successivi 165 anni.
Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, e tutti quelli che l’hanno preceduto, ne è l’emblema contemporaneo. Nato politicamente sotto le ali protettrici di Berlusconi, ha navigato per decenni tra le acque tempestose della politica italiana con la leggerezza di chi sa che, qualunque cosa accada, ci sarà sempre una poltrona con il suo nome.
Sicilia è clientelismo come metodo di governo, tant’è che in questa nostra martoriata terra, non esistono cittadini, esistono clienti. La politica non è servizio pubblico, è gestione del consenso attraverso il favore personale. Lo dimostrano i numeri: secondo il rapporto ISTAT “La Pubblica Amministrazione in Sicilia ha il più alto tasso di dipendenti pubblici pro capite d’Italia, con circa 340 dipendenti ogni 10.000 abitanti, contro una media nazionale di 220.
Il caso della sanità è emblematico. Nel 2023, il deficit sanitario siciliano ha superato i 300 milioni di euro, secondo i dati della Corte dei Conti (Giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Siciliana, settembre 2023). Eppure, nello stesso anno, sono state effettuate oltre 2.000 assunzioni negli ospedali dell’Isola, molte delle quali a ridosso delle elezioni regionali. Una coincidenza, naturalmente.
Come è una coincidenza che l’ASP di Palermo abbia assunto come consulente esterno per “l’ottimizzazione dei processi comunicativi” il figlio di un noto deputato regionale, con un compenso di 80.000 euro annui.

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
