di Franco Astengo |
Il governo italiano ha trasformato improvvisamente il Paese in “frugale” formado un Asse con la Germania allo scopo di rifiutare la proposta francese di eurobond (messa a comune del debito europeo).
Un rifiuto (ovviamente la posizione italiana è “articolata” come sempre) pronunciato in nome della “produttività”.
Esiste una ragione molto semplice per giustificare questa scelta: il riarmo della Germania.
Svanita anche soltanto la più pallida idea di “esercito europeo” non esistendo al proposito alcun presupposto politico l’applicazione del piano Von der Leyen (do you remember?) non assumerà altro significato che quello – appunto – della riconversione di parte dell’industria automobilistica tedesca (quella che adesso si chiama antomotive) in fabbriche di carri armati, blindati, semoventi e quant’altro: tutti attrezzi finalizzati alla guerra da esportare non solo come aiuto all’Ucraina ma quale avamposto armato di Trump sul suolo del Vecchio Continente.
Il tutto nel quadro di una liquidazione del già agonizzante progetto europeo (anche se si fanno proclamazioni di nuovo mercato comune e si ricevono Draghi e Letta in pompa magna: in realtà il dato è politico, interamente politico rispetto a un quadro globale in rapidissima evluzione)
Le armi sono il grande affare del momento: l’ISPRI di Stoccolma ci fa sapere che nel 2024 la cifra complessiva spesa in armi è ammontata a 2.718 miliardi di dollari con un aumento del 9,4% rispetto al 2023 (consultare www.ispri,org).
I dati del 2025, attesi nei prossimi mesi, dovrebbero confermare la tendeza: il mondo si sta riarmando a grande velocità, soprattutto su impulso USA e del relativo mercato verso Paesi della penisola arabica e del medio oriente (Medio visto nell’ottica europea).
Il governo italiano intende partecipare a questa grande abbuffata che avrà anche una consistente fetta da tagliare al centro del continente europeo: laddove, come scrive “Le monde diplomatique” di febbraio, potrebbero davvero crearsi gli elementi concreti per un conflitto globale.
Del resto governo e maggioranza in Italia sono rette in buona parte dalla lobby delle armi (che dispone di autorevoli esponenti nel Ministero) e tiene ottime relazioni con paesi notoriamente pacifici, benevoli con le opposizioni e considerati “sicuri” come l’Egitto di Al Sisi e la Turchia di Erdogan (quest’ultima recente acquisitrice, attraverso l’azienda di famiglia, della nostra Piaggio).
Nel 2023 l’Egitto ha destinato alla spesa militare 3,16 miliardi di dollari mentre la Turchia nel 2024 è salita a 6,43 miliardi di dollari rispetto ai 19 miliardi del 2023.
La partecipazione al riarmo della Germania e di conseguenza alla costante crescita dell’aggressività USA ( spaccando il già inesistente fronte europeo) sembra essere la “cifra” più importante dell’esecutivo di destra che governa l’Italia a partire dalle elezioni del 2022: un Paese, tra l’altro, dal bassissimo livello di produzione industriale calata ancora dello 0,2% nel 2025, dopo il -4% del 2024 e il -2% del 2023. che dispone però, rispetto al “militare”, un alto livello di tecnologia.
L’ulteriore spostamento verso la logica delle armio della residua produzione industriale italiana (che avverrebbe comunque in forma subalterna rispetto alla Germania, vista la funzione sussidiaria svolta in quella direzione, dall’industria lombarda) richiama anche un altro dato posto direttamente sul piano politico: una operazione di partecipazione al riarmo richiede oggettivamente un conduzione più autoritaria del governo riducendo ancora i margini per opposizioni, controlli, richiami dim legalità e costituzionalità, anche e soprattutto rispetto a eventuali partecipazioni belliche.
Non è una forzatura accostare logica bellica e autoritaritarismo all’esito del prossimo referendum del 22/23 marzo
Crescono le ragioni di un “NO” che sconfigga la logica dell’indebolimento della democrazia, obiettivo primario della deforma che è necessario respingere.

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