SALE IL DEFICIT, SCENDE IL DEBITO

di Renato Costanzo Gatti – Socialismo XXI Lazio |

I dati pubblicati dall’ISTAT ci dicono che nel 2023, a fronte di un deficit indicato nel NaDef pari al 5.3%, il deficit effettivo è del 7.2%; nel contempo il debito pubblico chiude con un 137.3% sul PIL contro un 140,2 indicato dal governo nello stesso documento.

Insomma, rispetto alle previsioni del governo, aumenta il deficit ma diminuisce il debito. La prima osservazione è una poca attendibilità delle cifre e delle previsioni fatte dal governo, ma anche, come sostiene il Foglio, una scarsa attendibilità (o un silenzio complice) della Ragioneria di Stato visto che i dati che stiamo esaminando ce li ha forniti l’Istat.

La questione non è semplice: vediamo di esaminarla per singola causa:

● Gli effetti dell’inflazione.

Se quando andiamo a fare la spesa, dopo anni di inflazione vicino allo zero, ci accorgiamo di aver comperato quantitativamente di meno ma pagato di più, abbiamo una idea della differenza tra dati reali e dati nominali, ovvero diminuiscono le quantità di merce acquistata ma aumenta la spesa monetaria. Questo effetto si ha anche sul PIL: il PIL reale può diminuire (ma anche aumentare) ma il PIL nominale  aumenta molto di più di quello reale perché sono aumentati i costi, perché l’inflazione ha spinto al rialzo il parametro monetario dei beni prodotti.

Si noti però che il debito non è modificato dall’inflazione, esso non viene ricalcolato ai nuovi prezzi inflazionati ma rimane quello che era aumentato solo dal nuovo deficit. Per cui nel calcolo del rapporto debito/PIL, mentre il numeratore non è influenzato dall’inflazione il denominatore aumenta proprio a causa dell’inflazione; come risultato abbiamo una riduzione dell’indice.

Va da sé che l’aumento dell’inflazione va, per la stragrande quantità, a pesare sui bilanci familiari stante la gran lotta di classe che si mette in moto in fase inflazionistica; chi può scaricare l’effetto inflattivo (che nel caso attuale proviene dall’aumento dei prezzi di importazione, estranea cioè alla temuta rincorsa prezzi-salari) lo scarica su chi non ha la possibilità di rivalersi su nessun altro. Evidentemente il costo dell’inflazione si scarica sulle famiglie che di riflesso diminuiranno la domanda di beni, creando cioè un effetto negativo sulla produzione.

L’unico ente che lotta contro l’inflazione è la BCE che lotta con l’unica arma di cui dispone: aumento del costo del denaro, strumento tutt’altro che positivo nell’economia di una nazione indebitata come la nostra.

L’intervento del governo con il trimestre antiinflazione risulta ridicolo specie se pensiamo ai provvedimenti presi dalla Spagna con il governo Sanchez che è riuscito a mantenere l’inflazione su livelli molto più bassi dei nostri.

● Le tax expenditures.

E’ diventata ormai strutturale la prassi contabile dello Stato di camuffare le spese sotto forma di crediti di imposta. Mi spiego, se ritengo di fare una certa spesa invece di metterla a bilancio nel capitolo spese, la trasformo in un credito d’imposta. Con tale prassi dico che quel provvedimento di spesa preso non va ad incidere nelle spese dello stato ma si tradurrà in futuro in mancato introito di imposte. “Il pranzo gratis” quello che Veronica De Romanis illustra nel suo libro, consiste nel camuffare come bonus, come regalo ciò che si tradurrà in minor introito dello Stato.

 A quanto ammonta questa spesa non contabilizzata ma che si traduce in minor gettito? Bene siamo a livelli di 120 miliardi/anno derivanti da 626 bonus elargiti in questa presa in giro dei contribuenti italiani.

E i bonus promessi dal governo A vengono riconfermati dal successivo governo B di qualunque colore essi siano.

Una gestione seria del nostro bilancio dovrebbe prevedere il superamento di questa prassi tornando a contabilizzare le spese  come spese e cancellando i crediti di imposta.

In questo gioco del camuffamento delle spese come crediti di imposta subentra un elemento temporale dovuto al fatto che nei bilanci pubblici la spesa non è conteggiata quando è effettuata ma quando viene esercitata la compensazione delle imposte dovute con i crediti di imposta, cioè quando si realizza il mancato gettito.

La questione se conteggiare in bilancio l’uscita al momento della nascita del credito di imposta o al momento successivo del mancato introito è a lungo dibattuta. Gli effetti sono nei clamorosi errori di previsione della nostra gestione finanziaria.

Esempio classico di errori nelle previsioni del NaDef è quello relativo al superbonus; i saldi di finanza pubblica predisposti nel NaDef includevano per il 2023, 37 miliardi di mancato incasso a causa dell superbonus (importo così ricalcolato a ottobre rispetto ai 14 miliardi stimati in aprile), i dati Istat di fine anno portano il mancato introito a 76 miliardi.

● Le norme europee.

Negli anni Covid le norme di bilancio, severe o corrette o meno che fossero, sono state sospese e tutti gli stati hanno aggravato la loro posizione debitoria; il famoso parametro del 60% del debito ammesso è ormai obsoleto e inattendibile. Dall’anno prossimo torneranno però le norme su deficit e debito che, comunque rettificate, richiederanno una politica restrittiva da parte del governo di dimensioni non insignificanti. La domanda cui la Meloni non ha mai risposto è stata sul come agiremo: più tasse, meno spese, più sacrifici. Di lì non si scappa.

Il PNRR ci finanzia con due tipi di fondi: quelli a debito e quelli cosiddetti a fondo perduto. Chiaramente la gestione del PNRR deve prevedere che gli investimenti fatti generino nel futuro tanto PIL in più sufficiente a ripagare i debiti concessici.

L’errore è quello di ritenere che i fondi erogatici a fondo perduto non siano da restituire; è un errore di prospettiva che va segnalato. I finanziamenti a fondo perduto non sono considerati come debito e come tali non vanno contabilizzati nel bilancio dello Stato. Ma quando l’Europa dovrà ripagare i prestiti ottenuti per finanziare il PNRR, dovrà rimborsare anche i fondi concessi a fondo perduto ai paesi beneficiari (e l’Italia ha l’ammontare più alto) e per rimediare i soldi necessari dovrà rivalersi sulle quote annue dovute da ciascun paese. Il dato positivo per l’Italia è che non dovrà ripagare il 100% dei fondi a fondo perduto ricevuti ma solo l’importo corrispondente alla nostra quota capitale di partecipazione all’Europa. Risparmieremo qualche miliardo ma quel debito che nascerà dopo il 2026 è già maturato e non contabilizzato nei nostri conti; di ciò un amministratore corretto deve tenerne conto.