FELICE BESOSTRI E LA FORMULA ELETTORALE

di Franco Astengo |

La legge elettorale è uno dei codici primari della Repubblica, un complemento essenziale dell’architettura costituzionale, un bene comune della democrazia, proprio come lo sono l’acqua, l’energia, la casa”

Il testo sopra riportato rappresenta l’incipit del capitolo “Rosatellum la madre di tutte le battaglie” che apre il volume di Luca Telese dal titolo “Tabula Rasa, storia del PD e della sinistra da Veltroni a Elly Schlein”.

Una (finalmente !) giusta valutazione del valore del sistema elettorale ma del tutto inusuale rispetto al normale atteggiamento dei partiti, abituati a trattare la materia semplicemente dal punto di vista delle convenienze occasionali e soprattutto del potere che la formula in uso concede ai vari “cerchi magici” di nominare i membri del Parlamento, sottraendo la libertà di scelta ad elettrici ed elettori.

Non è questo però il punto che intendevo toccare in via esclusiva con questo intervento.

Infatti proseguendo nel suo racconto Telese ricorda la bocciatura da parte della Corte Costituzionale di ben due formule elettorali, l’una dietro l’altra: la prima, come si ricorderà, in vigore e definita “Porcellum” (2005: utilizzata per le elezioni del 2006, 2008 e 2013), la seconda Italikum (modello Renzi, così definita da Giovanni Sartori) mai entrata in vigore.

Ebbene dal testo in questione viene completamento omesso l’iter (faticoso e difficile) attraverso cui si arrivò al pronunciamento della Corte che parrebbe quasi aver agito di “motu proprio” ed è dimenticato il protagonista di quella stagione: Felice Besostri scomparso all’inizio di quest’ anno e del cui lavoro da più parti (non da tutte per fortuna) sembra ormai essersi smarrita traccia.

Siamo di fronte ad una stagione molto complicata per quel che riguarda minacciate riforme costituzionali le cui proposte sembrano segnare da un lato un restringimento dei margini democratici fissati dalla Costituzione Repubblicana con una torsione personalistica e un oggettivo complesso riequilibrio di poteri ai vertici dello Stato e dall’altra parte una proposta di sostanzialmente dissolvimento dell’unità nazionale e di accentuazione delle disuguaglianze territoriali.

L’obiettivo della destra proponente è quello di arrivare al plebiscito popolare, vista la difficoltà di raccogliere in Parlamento i 2/3 dei consensi: il conseguente referendum potrebbe davvero rappresentare una di quelle “madri di tutte le battaglie” cui non ci si dovrà sottrarre con incertezze e/o proposte di improbabili mediazioni proprio perché l’argine di frontiera è rappresentato dalla Costituzione Repubblicana.

Sarà necessario allora che Felice Besostri, epigono di una schiera di sinceri democratici che lo affiancarono in quelle vicende, non solo non sia dimenticato ma affermato come riferimento morale dell’impegno che ci attende.

Per concretizzare questo impegno mi permetto di avanzare una proposta immediata: le forze politiche che intendono opporsi al disegno in atto di deformazione costituzionale elaborino assieme una piattaforma comprendente la stesura di una nuova formula elettorale, quale parte integrante della ipotesi referendaria e impegnandosi successivamente a portare il testo in Parlamento (magari dopo nuove elezioni che potrebbero determinare una maggioranza diversa se si riuscirà a realizzare l’opportuna tensione unitaria).

Sul tema si tratta di abbandonare le logiche autoconservative che hanno fin qui accompagnato la visione della materia e affrontare finalmente in termini non ideologici (come del resto si evince nel testo Costituzionale del’48) la questione del rapporto tra governabilità e rappresentanza: perchè è vero che il tema della governabilità (trasformato nella logica del potere) è stato portato avanti, fin dalla sbornia referendaria del 1993, in termini di vera e propria “ideologia”, quasi di culto della “stabilità di governo”, sottraendo ad elettrici ed elettori il massimo possibile di possibilità di scelta. Certo quelli erano tempi in cui si pensava che la “storia fosse finita”.