(ma di chi sono i robot?)

di Renato Costanzo Gatti

Socialismo XXI Lazio |

“Per Bill Gates il passaggio dalla situazione attuale a quella futura, in cui avremo solo operai robot e autisti robot, avverrà praticamente tutto in una volta: per questo i governi – e non le aziende – devono cominciare a pensare a come affrontare la situazione per evitare che si formino nuovi tipi di ineguaglianze e disoccupazione di massa. Tra le molte strade possibili Gates ne cita una, che non esclude le altre: introdurre una tassa sui robot, e siamo nel 2017.(,,,)

Gates non è il primo a proporre di tassare il lavoro dei robot o qualcosa del genere, ma quest’idea è anche molto criticata. Il 16 febbraio il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che invita la Commissione europea a stabilire delle regole su varie questioni che riguardano i robot, tra cui quelle relative alla responsabilità civile in caso di incidenti. Sempre su questo tema, però, ha votato contro la proposta di inserire in una risoluzione l’obbligo per le aziende che scelgono di automatizzare la propria produzione di pagare dei corsi di formazione per i lavoratori che perdono il posto. La proposta – contenuta in una relazione dell’europarlamentare lussemburghese Mady Delvaux, del gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici – è stata osteggiata dall’International Federation of Robotics, un’organizzazione internazionale che rappresenta l’industria robotica, secondo cui tassare il lavoro delle macchine danneggerebbe il settore. Già solo questo fatto ha confutato una delle cose dette da Bill Gates nell’intervista a Quartz, e cioè che le aziende che producono i robot non dovrebbero scandalizzarsi troppo all’idea che siano tassati.

Una persona che invece è favorevole a prendere precauzioni contro la progressiva automazione dell’industria è il candidato socialista alle prossime elezioni presidenziali francesi, Benoît Hamon, anche se la sua proposta non è proprio uguale a quella di Bill Gates. Hamon propone come soluzione alle perdite di lavoro un reddito minimo di cittadinanza in parte finanziato da una tassa sui robot. Una posizione simile è anche quella dell’imprenditore Elon Musk, amministratore delegato di SpaceX e Tesla.

Su Forbes il giornalista economico britannico Tim Worstall – sostenitore dello UKIP, il partito indipendentista del Regno Unito – ha contestato duramente l’idea di Gates. Secondo lui la proposta del fondatore di Microsoft si basa su un errore, e cioè che la tassa sui robot sarebbe l’equivalente delle imposte sul reddito dei lavoratori. Dato che i robot non hanno un reddito, spiega Worstall, quello che propone Gates è di fatto un’altra tassa sulle imprese. Poiché tassando qualcosa se ne ottiene una riduzione, tassare la produzione la farebbe diminuire causando un danno all’economia. Secondo Worstall, per risolvere il problema dell’aumento dell’automazione bisognerà semplicemente continuare a tassare redditi e consumi delle persone, perché questi aumenteranno con l’aumento della produzione.

La tesi sposata da Gates assomiglia a quella annunciata, a settembre, da un interlocutore un po’ diverso: Jeremy Corbyn, il segretario del Labour Party britannico. Corbyn, in una conferenza del partito a settembre, ha annunciato che il ruolo della politica è di «riprendere il controllo» sulla tecnologia e soprattutto sulla robotica, il segmento più sensibile per impatto sociale. La via di massima sarebbe appunto una robot tax, un’imposta ad hoc, per evitare che i benefici dell’automazione si concentrino nelle mani «di chi estrae ricchezza senza generare ricchezza». È il come che va ancora chiarito. Ad oggi non ci sono «risposte certe», vale a dire programmi, ma Corbyn ha assicurato che i labour sono inclini a «ripensare radicalmente» il problema. L’ipotesi di un’aliquota speciale per l’automazione è emersa più volte anche all’Europarlamento, senza trasformarsi comunque in una proposta di legge specifica.” (DA WIKIPEDIA)

MA DI CHI SONO I ROBOT?

Le interessanti discussioni sulla tassazione dei robot, recentemente riportate alla nostra attenzione dall’intervento di Aldo Potenza, partono da un momento successivo al quello che, a mio parere, è il nodo della discussione; partono dall’interrogativo chiave alla base del ragionamento socialista, ovvero “Ma di chi sono i robot?”

Partiamo dall’inizio: il capitale che vuol creare un’impresa destina a quella impresa un capitale iniziale che l’imprenditore si impegna, al suo meglio, a combinare con gli altri componenti del sistema produttivo per la realizzazione dello scopo sociale; l’imprenditore con il contributo del capitale ovvero con il capitale conferito dai soci, acquisterà i macchinari più adatti, assumerà i dipendenti più adeguati al lavoro da svolgere, organizzerà i servizi più adatti al completamento dell’assetto produttivo.

L’impresa si confronterà sul mercato con altri concorrenti ed auspicabilmente troverà una situazione economico-produttiva soddisfacente. E’ ovvio, tuttavia, che col passare del tempo i macchinari invecchiano, nuove tecnologie si affacciano sul mercato, i lavoratori necessitano di un aggiornamento formativo. Servono cioè nuovi investimenti e nuove risorse, ecco che allora il capitale, che abbia accantonato riserve limitandosi nella distribuzione di utili, ovvero ricorrendo al credito bancario, trovi i fondi necessari all’innovazione tecnologica; ecco affacciarsi la tematica robot.

Se il capitale, con mezzi propri o con prestiti bancari, fornisce i fondi necessari i bilanci societari non necessiteranno di svalutare il valore dei macchinari nei bilanci aziendali; il capitale, in tal modo, avrebbe aggiornato il suo contributo nell’assetto produttivo stante il deterioramento o l’obsolescenza del precedente apporto originario.

Ma l’attuale disciplina contabile (e fiscale) permette di appostare come costo aziendale quello che è l’aggiornamento del contributo del capitale; si è inventata la possibilità di far comparire come costo, fiscalmente deducibile, il contributo del capitale spostando l’onere sull’impresa invece di lasciarlo a carico del capitale stesso: questo istituto contabile-fiscale si chiama ammortamento. Si apposta cioè in bilancio un onere non sostenuto ma creato in nome di una logica capitalistica. (Da notare che i sussidi statali 4.0, prevista da una prima impostazione di legge, permetteva, ai fini fiscali, una deduzione dall’imponibile maggiore di quella effettiva). Inoltre, nel caso in cui il capitalista sia ricorso al credito bancario, i relativi costi di interesse saranno comunque deducibili.

La conseguenza del maggior costo relativo all’ammortamento è quella di aumentare i costi dei prodotti rendendo quindi necessario un aumento dei prezzi di vendita; ecco un ulteriore spostamento di oneri: dall’originario onere per il capitale siamo passati all’onere per l’impresa e quindi, di conseguenza, ad un maggiore onere per il consumatore. Ne consegue la logica domanda: ma i maggiori investimenti, i robot acquistati di chi sono? Chi in effetti li ha pagati, a carico di chi sono andati? Eccoci di fronte al tema dell’appropriazione da parte di una classe sociale rispetto ad un’altra. Non si dimentichi inoltre che, generalmente, un imprenditore è posto di fronte alla scelta ricardiana tra macchina e lavoro umano, e che mai nessun imprenditore sceglierà di sostituire uomini con macchine se non per minor costo, maggior efficienza o spinto dalla concorrenza.

Ma se l’impresa aumenta i costi di produzione riconoscendo come tali gli ammortamenti relativi ai nuovi macchinari, avrà difficoltà ad aumentare i prezzi di vendita in un mercato concorrenziale. Vero ma occorre ricordare che anche la concorrenza non potrà non adeguarsi, col rischio di scomparire, alle innovazioni tecnologiche con i relativi oneri di investimento.

Va inoltre ricordato che l’introduzione di innovazioni tecnologiche generalmente portano ad un incremento della produttività e quindi ad un minor costo unitario del prodotto. Si può scegliere di rifugiarsi, come fanno molte imprese italiane, nel basso costo del lavoro, ancor più basso se si delocalizza, ma nel lungo termine si è destinati all’emarginazione, destino che pare aleggiare sul nostro sistema produttivo.  

In sostanza la scelta politica cui ci troviamo di fronte è semplicemente riducibile a questa alternativa:

● o riteniamo ancora valida la posizione di Olof Palme per la quale lasciamo che il capitale si ingrassi per meglio tosarlo, sapendo che gli equilibri di forze esistenti nel “glorioso trentennio”, supportati da una pesante presenza di un mondo in cui regnava il comunismo, sono oggi superati e quindi ci orientiamo alla tassazione dei robot;

● o contestiamo alla base la logica capitalista di appropriazione dei frutti del lavoro e rivendichiamo la proprietà collettiva dei robot, la socializzazione degli stessi e un approccio socialista alle logiche economiche, improntate all’illuminismo razionale.