DELOCALIZZAZIONI: IL CASO GKN

 

 

di  Renato Costanzo GattiSocialismo XXI Lazio |

 

Il caso Gkn è un tipico caso di capitalismo finanziario in cui il socio pensa solo al “shareholders value” subordinando ad esso ogni decisione di tipo produttivo o di politica industriale. Schumpeter definiva “imprenditore” chi trovava nuove tecnologie produttive, nuovi rapporti sociali, innovazione e sconfitta del concorrente sulla base della efficacia e della efficienza. L’investitore finanziario pensa solo di acquistare azioni a 100 e operare affinché dopo qualche anno si possano rivendere quelle azioni a 200.

Si tratta di rentiers cioè di operatori che non cercano il loro profitto tramite una funzione imprenditoriale produttiva ma lo ricercano nella speculazione finanziaria. Esistono i venture capitalists la cui missione è quella creare plusvalori finanziari subordinando a quelli la vocazione produttiva. La malattia del capitalismo finanziario (vi ricordate di Gallino?) è oggi alla base delle ricorrenti crisi del mondo occidentale, ultimo caso di speculazione è quella dei subprimes, ma attenzione, la stessa malattia ha colpito il più grande paese comunista, la Cina: il caso Evergrande è lì a testimoniare il cancro finanziario che ha colpito quel grande paese.

Il governo sta preparando il decreto “delocalizzazioni” che tenderà a sottoporre l’impresa che vuol delocalizzare, a un protocollo che addolcisca le procedure di dismissione, vietando metodi insultanti quali quelli adottati da Gkn che ha licenziato tramite sms.

 Un nodo centrale sarà il trattamento degli incentivi che l’impresa abbia eventualmente ricevuto dallo stato; nello specifico Gkn ha recentemente acquistato molti macchinari robotici e sicuramente avrà ricevuto gli sconti fiscali previsti dalla legge 4.0 di Calenda. Mi piacerebbe sapere il rapporto tra i fondi che ci ha messo il socio e quelli che gli ha regalato lo Stato.

Ora, gli incentivi, sono stati regalati dalla comunità al capitale, per cui quando questi delocalizzano lo stato va a pietire che il capitale restituisca quei regali, cosa che per legge non devono fare, e qui penso che il decreto emanerà nuove modalità.

Ma se quello stesso ammontare di incentivi fosse stato dato come capitale sociale avremmo due vantaggi:

a – l’impresa produttiva non subirebbe nessun svantaggio. Chi sarebbe limitato sarebbe il capitale che accettando l’incentivo vede diminuire il suo potere in assemblea stante la presenza di un socio come lo stato. Sicuramente la decisione di delocalizzare sarebbe meno facile e comunque, qualora prevalesse lo stato non deve richiedere nessuna restituzione dell’incentivo perché il capitale rimane sempre suo. Sempre libero il capitalista di rimanere solo, ma senza incentivo.

b – La comunità che investe in una impresa viene così trattata come un normale investitore che quando ci mette i soldi ha il diritto di stare in assemblea a decidere il suo futuro, di entrare nel consiglio di amministrazione e di ricevere gli eventuali dividendi.

Questa configurazione dell’incentivo 4.0, è una delle ragioni per cui non posso votare Calenda; il suo dna ignora cosa sia il socialismo, anche se devo riconoscere che è tra gli uomini politici uno dei più capaci, capaci però di fare cose che non condivido.