di Christian Vannozzi |
Spesso associamo, storicamente, il liberalismo e l’essere liberale al centro dello scacchiere politico, collegando questo movimento alla rivoluzione inglese del 1688, alla dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti del 1776, e alla rivoluzione francese pre Terrore e poi post terrore con il colpo di stato termidoriano. Queste rivoluzioni, o guerre di indipendenza liberali, fomentate dalle idee politiche dei padri del liberalismo, John Locke, Jefferson e Montesquieu, vengono ormai viste superate nel corso del XX e XXI Secolo, anche nella loro versione più radicale e ottocentesca che ha dato una Repubblica in Francia e l’unità dell’Italia. Ormai ci sono i nuovi partiti e movimenti di massa, come il socialismo, il comunismo, il fascismo, il nazismo, la democrazia cristiana, ecc., tutti movimenti moderni, non individuali, collettivi. Da qui l’intuizione di Piero Gobetti di un rinnovamento politico e sociale del liberalismo, sia sociale che politico. Nasce, negli anni ‘20 a Torino, La Rivoluzione Liberale.
Non si tratta solo del settimanale che veniva stampato nel capoluogo piemontese, e spesso ritirato dalla censura fascista, bensì di una vera e propria rivoluzione di idee, o battaglia di idee. Il singolo non doveva annientarsi nella massa ma essere parte della massa, come se questa fosse l’insieme di tanti singoli individui ognuno dei quali aveva la sua opinione. Questa era la vera rivoluzione messa in campo da Piero Gobetti, che seguì con attenzione ogni movimento rivoluzionario, anche il comunismo e i consigli di fabbrica, dove vedeva i singoli operai protagonisti, cosa che non erano nella vecchia monarchia italica e nello Stato fascista.
La Rivoluzione Liberale è una rivoluzione di idee dei singoli individui, qualcosa che supera e traccia un solco definitivo e inconciliabile col vecchio liberalismo giolittiano, e che può approdare verso una Sinistra progressista, non di massa, ma individualista. Qualcosa difficile da capire, perché un liberale rivoluzionario non si addice alla storia dei liberali italiani, se non a quelli guidati da Marco Pannella, forse il più vicino a Piero Gobetti, e non per niente vicino anche la Partito Socialista, perché un liberale rivoluzionario non cerca i suoi adepti tra gli industriali, bensì tra i piccoli imprenditori, coloro che hanno piccole attività individuali e familiari, coloro che spingono l’economia di un Paese e che soffrono la grande impresa. Coloro che offrono qualità e controllo e non vedono i clienti solo come gente che spende in virtù della domanda e dell’offerta.
Un liberale può essere quindi più rivoluzionario di un socialista o di un comunista, perché la sua rivoluzione comincia dal suo IO, scritto in maiuscolo, fino a plasmare una società con tanti IO, non con un IO che guida gli altri, come fecero Stalin, Mussolini e Hitler, ma tanti IO che cooperano assieme, che formano singolarmente la società. Se questa non è rivoluzione…

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
