di Christian Vannozzi |
Due giorni di devastazioni da parte di alcuni giovani a Milano, che si sono scagliati con grande vigore e rabbia verso i negozi di lusso del capoluogo lombardo, simbolo di un benessere che magari loro non potranno mai avere. Per le forze dell’ordine si tratta di teppisti che vanno, giustamente, puniti con le leggi vigenti, ma cosa fa scaturire questa rabbia, questa foga e questa sorta di attacco suicida, non curandosi delle conseguenze, un po’ come fece Sansone con i filistei quando capisce che per lui non c’era nulla da fare se non riscattare il suo nome con un atto mortale, ma eroico?
Su questo non è compito delle forze dell’ordine o dei magistrati giudicanti, che si fermano sul rapporto fisico matematico di causa ed effetto indagare, ma qua dovrebbe entrare in gioco la politica che dovrebbe prevenire questi attacchi disperati venendo incontro alle esigenze di alcune parti della popolazione che si sentono abbandonate.
Il sindaco di Milano, Sala, parla di comportamenti inaccettabili e ingiustificabili, infatti nessuno vuole giustificare ma soltanto capire, affinché non si verifichino episodi del genere, e per non farli accadere non servono botte e manganelli come negli anni 20 del secolo scorso. ben creare le condizioni socio politiche affinché la violenza non si generi e non si alimenti arrivando a risultati fuori controllo.
Ben 50 arresti tra giovani per lo più minorenni e situazione che è sembrata seriamente fuori controllo, tanto da far scendere in campo anche il Presidente Mattarella che non ha potuto fare altro che condannare la violenza vista, ma dopo la condanna serve la riflessione, il cercare di recuperare in maniera costruttiva questi giovani facinorosi e fare in modo che una guerriglia del genere non si verifichi più.
Violenze del genere possono essere causate da soggetti mentalmente alterati da sostanze particolari, ma anche se fosse questa la causa si dovrebbe comunque indagare sul perché queste sostanze, ovvero l’abuso di queste sostanze, diventi necessario, per non pensare, perché si sa di non avere speranze e quindi ci si rifugia nell’oblio.

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