di Fabio Cannizzaro |
Si parla di scuola spesso di scuola certo, pensate alla questione dei burqa o del numero degli alunni stranieri. La si vede, la si racconta come un mero ingranaggio per il mercato del lavoro, un trampolino, nient’altro. Formazione professionale al lavoro, dicono. Come se poi, a conti fatti, questo fosse il fine ultimo assegnato alla scuola dalla nostra Costituzione. In questo quadro difficile, non rassicurante, ecco che torna a bussare alla nostra porta, prepotente, la figura di Piero Calamandrei. A settant’anni oggi dalla sua scomparsa, il suo pensiero sulla scuola, quella vera, quella che lui vedeva come un organo costituzionale, come il motore pulsante della nostra democrazia, risuona più forte che mai.
Calamandrei, un nome che per chi mastica un po’ di storia, di diritto, di antifascismo, evoca subito attenzione, interesse e rispetto.
Un giurista, sì, ma anche un accademico, un politico, uno di quelli che hanno messo le mani nella pasta per costruire la Repubblica. La sua militanza socialista, poi, non è un dettaglio, ma una lente fondamentale per capire la sua visione di una società più giusta, dove l’istruzione è la prima arma per combattere le disuguaglianze.
Non la vedeva, la scuola, come un’entità separata, un edificio qualsiasi. No, lui la considerava il cuore stesso del sistema. Ricordiamo quel suo discorso, l’undici febbraio del 1950. Arrivò a dire che, a lungo andare, l’istruzione pubblica era addirittura più importante del Parlamento, della Magistratura, persino della Corte Costituzionale. Capite? Più importante. E perché?
Perché, vedete, mentre il Parlamento sforna leggi e la Magistratura le interpreta, è la Scuola che deve creare i cittadini, non i tecnici, gli impiegati. Deve far maturare quelli e quelle che poi quelle leggi le capiranno, che le faranno vivere.
Senza una scuola che sia davvero aperta a tutti, che sia democratica e formativa dell’ossatura democratica del Paese, le istituzioni rimangono, diciamocelo, solo belle parole su un foglio. Mancano i cittadini, quelli con la C maiuscola, che sappiano animarle. La scuola è ciò che dà senso a tutto.
E poi, pensiamoci bene, Calamandrei vedeva nella scuola pubblica lo strumento principe per scardinare le disuguaglianze. Quelle di nascita, quelle economiche. Nell’articolo tre della nostra Costituzione, Lui ci leggeva dentro un compito preciso per la scuola: combattere l’ignoranza, che lui chiamava “la miseria dell’anima”.
E non solo. La scuola doveva essere la palestra per formare la classe dirigente. Chiunque, se ha talento, se si impegna, deve poter arrivare in alto.
La democrazia non può permettere che chi comanda si chiuda a riccio, che diventi una specie di casta. Serve ricambio, serve energia nuova.
Ma non si fermava qui, il nostro Calamandrei. Attenzione, diceva. Attenzione a non indebolire la scuola pubblica, a non lasciarla morire di fame, mentre si favoriscono altre scuole. Scuole private, sì, ci mancherebbe, ma non a spese dello Stato.
E soprattutto, non scuole che diventano “di partito o di setta”, che preparano elettori senza spirito critico. La scuola deve essere laica, neutrale, imparziale. Punti fermi.
Tutti questi moniti oggi fanno un certo effetto. C’è una lucidità, una passione, una scrittura che ti entra dentro. La sua idea di mobilità sociale attraverso la scuola, il suo averla definita un organo costituzionale, il suo considerare il privilegio nell’istruzione un male profondo… tutto questo, diciamocelo, è di una attualità disarmante.
È una lente potentissima per capire dove siamo, e dove forse non dovremmo andare. Perché la libertà, ricordiamolo, è come l’aria. Ti accorgi di quanto vale solo quando inizia a mancare. E la scuola, quella vera, è aria per la nostra democrazia.

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
