di Fabio Cannizzaro |
Oggi sono quarantadue anni dalla scomparsa di Riccardo Lombardi. Un nome che ancora risuona, soprattutto quando si parla di quella sinistra che dice di voler essere socialista ma che sembra aver dimenticato cosa significhi davvero essere radicali, nel senso etimologico del termine: andare alla radice.
La domanda, allora, sorge spontanea, quasi un sussurro tra le pieghe del dibattito pubblico: di quella sua visione, di quella sua schiena dritta, cosa resta oggi?
Lombardi non fu, semplicemente, un uomo politico. Fu un’idea che camminava. Un socialista che vedeva il socialismo non come un’etichetta da esibire, una bandiera sventolata con più o meno foga, ma come una pratica.
Una quotidiana, ostinata, esercitazione di giustizia, di democrazia, di quel desiderio di riforma profonda che oggi pare quasi un lusso proibito. Partigiano, certo, ma anche intellettuale, un dirigente che non si accontentava di gestire il potere, ma voleva, anzi, pretendeva di trasformarlo. Il suo era un socialismo che non temeva la libertà, anzi, la considerava il terreno fertile su cui far germogliare una giustizia sociale reale, sostanziale.
Non odiava la Democrazia Cristiana, no; ne rifiutava il monopolio, morale prima ancora che politico. E il Partito Comunista? Non era settarismo, ma il netto rifiuto di ogni autoritarismo, di ogni subalternità, di quella dipendenza da Mosca che sapeva di servitù. E persino nel suo stesso partito, il PSI, non fu mai un idillio. Troppo scomodo, troppo rigoroso, troppo, dannatamente, coerente.
E oggi? Si parla, si cita, si evoca. Figure di spicco, ministri, ex tali, opinionisti di grido, intellettuali dalle più varie provenienze. Lo mettono alla bisogna in copertina, lo tirano fuori dai cassetti quando serve. Frasi del tipo: “Che uomo”, “Che visione”, “Un esempio da seguire”.
Belle parole, certo. Ma poi? Cosa succede quando si spengono i microfoni?
Il centrosinistra, quello che si è autodefinito l’erede di quella sinistra riformista, ha governato per anni, sì. Ma ha svuotato il riformismo di ogni contenuto. Ha accettato che il lavoro diventasse precario, che lo stato sociale fosse smantellato pezzo per pezzo, che l’alleanza con i poteri forti fosse la norma.
Ha rinunciato a ogni idea di redistribuzione. Compromesso è diventata resa, mediazione, capitolazione. E con le sue politiche, ha involontariamente seminato parte di quella rabbia sociale che oggi, ironia della sorte, alimenta la destra.
E la destra che governa adesso? Non si preoccupa nemmeno di fingere di ricordarlo. Governa con un’ideologia che Lombardi avrebbe combattuto con ogni fibra del suo essere: autoritaria, diseguale, gerarchica. Nemica della democrazia partecipata, ostile alla laicità, indifferente al lavoro e ai diritti.
E il paradosso più amaro? Che alcuni ex “uomini di sinistra”, persino ex “lombardiani”, oggi siedono nei loro salotti, ne giustificano le scelte, ne ammorbidiscono il linguaggio. Tradimento? Forse no. Forse è solo la logica, crudele, conclusione di un percorso iniziato tanto tempo fa: quando, ignorando le analisi di Lombardi, si è smesso di lottare per cambiare il mondo, accontentandosi di gestirlo.
Lombardi, lui, non avrebbe applaudito questi applausi postumi. Li avrebbe giudicati ipocriti, da chiunque provenissero. Non chiedeva incenso, ma coerenza. Non commemorazioni, ma azione politica. Non di essere ricordato, ma di essere seguito.
E invece? Invece siamo circondati da “lombardiani” che non hanno mai letto una sua pagina, da “eredi” che ne tradiscono ogni principio, da supposti “ammiratori” che guardano con favore al neoliberismo.
Il compagno, il socialista Riccardo Lombardi meriterebbe di più.
Meriterebbe una sinistra che non ha paura di dire NO al potere quando è ingiusto. Che non confonde il realismo con la resa. Che non confonde il riformismo con il rassegnarsi.
Finché non ci sarà, a sinistra, una classe politica disposta a pagare il prezzo della coerenza, quei fiori sulla sua tomba saranno solo un gesto vuoto. Un modo per lavarsi la coscienza senza sporcarsi le mani.
Buon anniversario, compagno Lombardi.
Peccato che in poche, pochissime, ti onorino davvero. Con le azioni, le scelte politiche, quelle che contano. Quelle che fanno la differenza.

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