di Fabio Cannizzaro |
Novantacinque anni ci separano dalla morte di Francesco Lo Sardo, avvenuta il 30 maggio 1931 nel carcere di Poggioreale a Napoli, eppure la sua figura non è una semplice reliquia del passato, ma funge da lente analitica potentissima per leggere le contraddizioni irrisolte della Sicilia e dell’Italia di oggi, specialmente per noi che dai Nebrodi, terra sua d’origine e di prima azione politica, osserviamo con orgoglio e senso critico il cammino della nostra Sicilia.
Avvocato, sindacalista, socialista e, poi, primo deputato comunista siciliano, Lo Sardo incarna un archetipo di coerenza morale che nasce da un’evoluzione politica e critica straordinaria.
Nato a Naso nel 1871 da famiglia benestante e avviato agli studi teologici abbandonò presto quel mondo per l’anarchia, fondando a Messina il primo circolo anarchico e il giornale “Il Riscatto”, ma dopo un primo confino alle Tremiti a soli 23 anni per il suo ruolo nei Fasci Siciliani, maturò una lucida critica all’anarchismo puro, definendolo l’abitudine di “addentare la pietra che ci colpisce senza toccare la mano che l’ha lanciata”, comprendendo che solo un’organizzazione politica solida poteva scalfire i veri detentori del potere.
Fu un anticipatore di un meridionalismo combattivo e non piagnucoloso.
Dopo il terremoto del 1908, che gli costò la vita dell’unico figlio dodicenne, denunciò con ferocia le speculazioni da borghesia e del capitale del Nord durante la ricostruzione, guidando da leader della Camera del Lavoro le occupazioni delle terre incolte e ponendo al centro la dignità del lavoro meridionale.
Eletto deputato nel 1924 con un plebiscito di oltre 10.000 voti, un’impresa straordinaria per un oppositore agli albori del regime, fu arrestato nel 1926 e condivise la prigionia con Antonio Gramsci a Turi.
Quando gli fu suggerito di chiedere la grazia per le sue precarie condizioni di salute, rispose con celebre fermezza: “Hanno voluto la carne e si prenderanno anche le ossa. Io non firmo”, dichiarando al Tribunale Speciale di essere orgoglioso di portare dinanzi a quel tribunale “trenta anni di attività politica spesa al servizio dei lavoratori dell’Italia meridionale”.
Se Lo Sardo osservasse la Sicilia del 2026, il suo sguardo sarebbe severo pur riconoscendo alcuni evidenti progressi civili. Egli che combatté contro lo Stato centrale e le imprese che trattavano la Sicilia come una colonia post-terremoto, noterebbe, oggi, sebbene in forme più sofisticate, la persistenza di un divario strutturale fatto di fuga di cervelli, precarizzazione del lavoro e dipendenza da decisioni calate da Roma o Bruxelles, con l’avallo acritico e ascaro di Palermo, senza un reale coinvolgimento delle comunità locali.
Lo Sardo era un avvocato che rinunciò al suo status borghese per difendere gratuitamente poveri e oppressi, vivendo in prima persona le loro battaglie, mentre l’attuale classe politica, anche quella che si definisce progressista, è spesso percepita come distante, tecnocratica e slegata dalle periferie fisiche ed esistenziali, mancando di quel radicamento “di pancia” che lui incarnava.
Un confronto con il progressismo contemporaneo rivelerebbe affinità elettive come l’orgoglio meridionale non subalterno e l’antifascismo inteso come pratica quotidiana di difesa dei deboli e dei diritti civili ma anche aspre critiche, a partire dall’abbandono delle classi popolari.
Lo Sardo sarebbe impietoso verso quel progressismo metropolitano e di ceto medio che ha progressivamente abbandonato le periferie, i braccianti, il mondo agricolo e i lavoratori della logistica e del terziario povero perché per lui un progressismo che non si sporca le mani nelle lotte per il salario dignitoso e la casa è un progressismo mutilato.
Criticherebbe, c’è da giurarlo, la mancanza di coerenza e sacrificio in un’epoca di politica carrierista, cambi di casacca e compromessi al ribasso, dove la sua scelta di morire in carcere pur di non firmare una richiesta di grazia appare come un rimprovero silenzioso ma forte alla fragilità etica di molta parte della classe dirigente odierna, e condannerebbe l’identitarismo sterile, difendendo sì la Sicilia, ma in un’ottica autocentrata, internazionalista e di classe, rifiutando un regionalismo manierato, calato dall’alto e difensivo, privo di solida analisi economica e di solidarietà con le lotte dei siciliani e del mondo.
Si può affermare senza tema di smentita, a 95 anni dalla sua morte in cattività voluta dal fascismo, che la sua è ancora un’eredità incompiuta, sintetizzata perfettamente dall’epigrafe che Concetto Marchesi dettò per la sua tomba: “Vitae suae non fidei oblitus / obliviscendus nulli”, ovvero “Della sua vita dimentico, non della sua fede / nessuno lo dimentichi”.
Ricordare quindi, Francesco Lo Sardo non è un esercizio di nostalgia ma un invito, invero pressante, a misurare la profondità del nostro impegno politico e civile interrogandoci, tutti e tutte, su quanto la sinistra e il progressismo di oggi siano davvero capaci di incidere sulla realtà siciliana e italiana per modificarla realmente invece di limitarsi a commentarla, ricordandoci che la vera trasformazione sociale richiede radicamento territoriale, coerenza incrollabile e la disponibilità a pagare di persona per le proprie idee, un monito drammaticamente attuale per i Nebrodi, per la Sicilia e per l’Italia intera.”

E’ un progetto che nasce con l’intento “ambizioso” di far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) dei suoi protagonisti noti e meno noti alle nuove generazioni. Facciamo comunicazione politica e storica, ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete.
