di  Renato Costanzo GattiSocialismo XXI Lazio |

 

Il 75° compleanno della Repubblica ci spinge a riflettere sullo stato di salute delle nostre istituzioni, ed in particolare sul governo del paese.

Prima riflessione

E’ il governo Draghi una crisalide di un “governo forte”? Il governo Draghi nasce dal fallimento della governance dei partiti incapaci di trovare una soluzione efficace per dare una guida al paese. Certo osservando la seconda repubblica rileviamo come l’elettorato sia diventato estremamente volubile; si sono succedute elezioni in cui il raggiungimento di un consenso superiore al 30% è stato tanto inatteso quanto effimero. Durante la prima repubblica la Democrazia cristiana faceva registrare permanentemente questo risultato, solo il PCI, dopo anni di avvicinamento a quel traguardo, riuscì a raggiungerlo per poi dissolversi con l’avvento della seconda repubblica. Ricordiamo allora le meteore sfrecciate nel cielo elettorale scomparse poi dopo aver raggiunto l’apice sopra il 30%: Forza Italia, il Pd di Renzi, i cinque stelle e infine la lega di Salvini.

La volatilità delle preferenze elettorali impedisce il costituirsi di maggioranze capaci di governare per una intera legislatura in grado di uscire dall’emergenza e dalla quotidianità delle problematiche affrontate e quindi ci costringe in una gabbia nebbiosa incapace di guardare ad un orizzonte ampio e proiettato nel futuro, costretto ad una sopravvivenza di bassa lega. Neppure il maggioritario è riuscito a creare due schieramenti che si contendono la guida del paese, limitandosi a proliferare partitini e a proporre ammucchiate eterogenee.

Oggi osserviamo l’ascesa della meteora dei Fratelli d’Italia significativo messaggio della richiesta di un governo “forte”, messaggio che sembra trovare una risposta nel governo Draghi. Governo che basato su una adesione di quasi tutti i partiti al messaggio del capo dello stato, ma che non rappresenta per nulla una unità nazionale. Draghi se ne rende conto e predispone un centro decisionale fatto da lui e dai ministri tecnici di sua scelta affiancati da un governo ufficiale dove i partiti sono rappresentati ma subordinati alle scelte del centro decisionale. E l’operare del centro decisionale sembra marcare successi nei due obiettivi fondamentali che il centro decisionale si è posti: lotta alla pandemia e Pnrr.

In un mondo dominato dalla tecnologia, i tempi di reazione di un governo sono diventati la discriminante tra gestibilità e decadenza; il fallimento della politica culminato con l’affossamento del Conte 2 è lì a dirci che serve un esecutivo efficiente e forte, e che è impossibile, dopo l’esperienza Draghi, tornare alle vecchie castranti liturgie politiche, o se vi si ritorna ciò sarà la notarizzazione del decadimento del paese.

Serve un esecutivo forte, efficace, efficiente, lungimirante. E questo è quanto il governo Draghi dà l’impressione di essere, impressione confermata dai sondaggi di gradimento. Inconsapevolmente si sta realizzando un mutamento non preordinato, ma che sta accadendo. Una rivoluzione passiva?

Seconda riflessione  

I governi forti non significano necessariamente governi autoritari, ma non c’è dubbio che in tutti i paesi la funzione dell’esecutivo si rafforza sospinta dalla necessità di dare risposte tempestive alle questioni che via via emergono, ma sospinta anche dalla visione di un obiettivo, un orizzonte da raggiungere.

Nella attuale fase storica, tuttavia, ci sono due diverse configurazioni che un esecutivo forte può assumere, e la differenza sta negli obiettivi che l’esecutivo si pone.

La prima configurazione, di natura neoliberista, consiste in un esecutivo che si pone come obiettivo quello di garantire il buon funzionamento del mercato, tutelandone lo spazio di attività ed intervenendo solo in caso di incidenti al funzionamento del mercato stesso derivati da cause endogene (come, per esempio, la crisi del 2007) ovvero da cause esogene (come, per esempio, la crisi pandemica che stiamo attraversando). Ci si sorprende per il comportamento del presidente Draghi che si dimostra convintamente favorevole a spendere fondi in sussidi ed aiuti espandendo il debito al di là di ogni prevedibilità; lui che scrisse con Trichet la famosa lettera di carattere austero, ora si lascia trascinare nella spesa facile. Fino al punto da far ritenere i suoi provvedimenti come provvedimenti di sinistra. Nulla di più falso; i suoi provvedimenti non sono affatto di sinistra ma sono la conseguente attuazione della logica neoliberista che richiede l’intervento dello stato in caso dei cosiddetti “fallimenti del mercato” derivanti, come ricordavo, da cause endogene o, come nel nostro caso, da cause esogene.

Ma osserviamo il Pnrr, la parte più rilevante relativa al futuro economico del paese, quella dove sono stanziati più euro, è quella del finanziamento dei contributi fiscali a favore delle imprese che investono in tecnologia. Si offrono cioè consistenti aiuti gratuiti alle imprese che vogliono investire in tecnologia ma ci si astiene in modo assoluto dall’indicare un progetto di futuro, una scelta di campi da rafforzare lasciando completamente alle scelte individuali delle imprese il destino economico del paese. Si fanno investimenti infrastrutturali (alta velocità e decarbonizzazione), si programma un ammodernamento della burocrazia (semplificazioni e digitalizzazione delle procedure), si ricerca un rafforzamento nella creazione di capitale umano (asili nido e università) si opera cioè nel contorno, nel miglioramento e nel rafforzamento di ciò che è di supporto alle imprese e che le aiuti a meglio operare. Un servizio prono all’egemonia del mercato neoliberista che ignora la funzione propositiva del settore pubblico, dello stato.

Basti vedere quanto poco viene stanziato per la ricerca, per la gestione dei capitali pazienti che rappresentano oggi il vero futuro del paese e che per loro caratteristica sono operabili unicamente dal governo stante l’alta percentuale di insuccesso, unita all’alta potenzialità di sviluppo, e stante il lungo periodo di pay back richiesto anche nel caso di successo dell’investimento stesso e ciò sia sul piano strategico che sulle prospettive europee.

La seconda configurazione, di natura socialista, vede invece un governo programmatorio, che si pone come protagonista dello sviluppo economico e non come facilitatore dell’iniziativa privata. Ciò non esclude un ruolo dell’impresa privata, ma una cooperazione in campi contigui: la gestione dei capitali pazienti e degli investimenti a lungo termine da una parte e la gestione delle applicazioni commerciali dall’altra con in mezzo il tema della traslazione della tecnologia. E’ un disegno che coinvolge la formazione del capitale umano (scuola, università, centri di ricerca insieme a formazione permanente dei lavoratori) da offrire alle imprese gestite dal capitale; ma tale rapporto dialettico non può non portare al centro del confronto politico il coinvolgimento del mondo del lavoro non solo nella gestione delle aziende ma anche nelle grandi scelte strategiche del paese. In questo contesto si è in grado di dare risposte a domande che rimarrebbero senza risposta in un esecutivo che si astiene dal guidare l’economia lasciando la scelta all’investitore privato.

Se il solo 10% di tutti i prestiti bancari è rivolto alle imprese non finanziarie mentre il resto va al “fire” (finance, insurance and real estate) perché non esiste una direzione sistemica verso la definanziarizzazione? Se si vuol affrontare la riforma fiscale occorre chiedersi perché le plusvalenze finanziarie sono tassate meno dei redditi da lavoro? Se si pensa che sia errato l’obiettivo neoliberista della valorizzazione dell’azionista mirato a risultati a breve perché non si crea un concreto vantaggio nell’investimento a lungo? E come si interviene sulle dilaganti operazioni di trading e sulla pratica dannosa del riacquisto di azioni proprie? Sono queste questioni che implicano la “morale” dell’economia a differenziare le due configurazioni.

Si tratta di scegliere da che parte stare e di far prendere coscienza al mondo del lavoro di quale sia la natura della differenza.