RESOCONTO DELL’ASSEMBLEA DELLE COMUNITA’ SOCIALISTE CREMONESI

Assemblea Aperta del 5 ottobre 2019 – Sala del Circolo Filodrammatici – Cremona

Saluto ai presenti e di chi non ha potuto partecipare per impegni precedentemente assunti nella stessa data quali: il Segretario PSI di Lodi Andrea Caserta, il coordinatore per il nord Italia di Socialismo XXI Alberto Leoni, Sergio Denti espone il documento delle comunità socialiste cremasca cremonese e casalasca. Tommaso Anastasio interviene con la sua relazione per una costituente delle comunità socialiste cremonesi autonoma ed a raggio d’azione prettamente territoriale. Altri interventi: Roberto Biscardini (cofondatore di “Socialisti in Movimento”), Enrico Vidali (direttore della storica testata “Eco del Popolo” fondata nel 1889 da Bissolati), Renato Bandera,Maurizio Quirico (iscritto al PSI e vicino a Socialisti in Movimento Treviglio), Virgino Venturelli.

Scopo di questo documento, che abbiamo promosso riprendendo considerazioni lette e condivise, in altre iniziative analoghe, è quello semplicemente di rafforzare le forze favorevoli alla ricostruzione di una  rinnovata, rappresentativa e autonoma forza del socialismo italiano. Lo abbiamo pensato soprattutto rivolto ai giovani nati dopo il 1989 e la fine della prima Repubblica, per la maggioranza dei quali gli ideali del socialismo italiano, non sono propriamente noti, a differenza magari delle vicende che hanno cancellato il PSI storico, dal panorama politico attuale.

[Un po’ di storia] Il PSI trae la sua origine storica e ideologica dal Partito Socialista Italiano, nato a Genova nel 1892. Esso fondava in sé l’esperienza socialista sia di ispirazione riformista che marxista. I principali promotori della formazione del PSI furono, tra gli altri, Filippo Turati, Claudio Treves e Leonida Bissolati. La prima scissione del PSI avviene nel Congresso di Livorno del 1921. Dopo che Lenin aveva invitato il PSI a conformarsi ai dettami dei 14 punti dell’Internazionale Socialista e ad espellere la corrente riformista di Turati, i comunisti di Bordiga e Gramsci, in minoranza, escono dal Congresso e fondano il Partito Comunista Italiano. Nel 1922 la corrente riformista di Turati viene espulsa dal Partito per la collaborazione data ai partiti borghesi nel risolvere la crisi di Governo del 22’, che aprirà le porte al Fascismo. Turati fonda il PSU (Partito Socialista Unitario), che nel 1930, in Francia, nel pieno dell’esilio fascista, si riunificherà con i massimalisti, guidati dal giovane Pietro Nenni. Nel 1943 rinasce a Roma il Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP) che raggruppa una parte consistente di personalità influenti della sinistra italiana antifascista, come il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il nuovo segretario sarà Pietro Nenni. Il PSIUP durante la Resistenza partecipa attivamente al Comitato di Liberazione Nazionale e si avvicina in particolare al Partito Comunista Italiano con una politica di unità d’azione volta a modificare le istituzioni in senso socialista. Questa politica viene osteggiata dalla destra del partito guidata da Giuseppe Saragat, preoccupato che le divisioni interne alla classe operaia potessero favorire l’ascesa di movimenti di destra autoritaria, come era avvenuto nel primo dopoguerra con il fascismo. In occasione del referendum istituzionale del 2 giugno del 1946, il PSIUP è uno dei partiti più impegnati sul fronte repubblicano, al punto da venire identificato come “il partito della Repubblica”. Il 10 gennaio 1947 il PSIUP riprende la denominazione di Partito Socialista Italiano (PSI).

Il cambio di nome avviene nel contesto della scissione della corrente socialdemocratica guidata da Giuseppe Saragat (scissione di palazzo Barberini), il quale darà vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), e marcherà una profonda distanza dai comunisti (ormai definitivamente agganciati allo stalinismo sovietico). Il PSI invece, proseguirà sulla strada delle intese con il PCI, e con quest’ultimo deciderà anche di fare un fronte comune, il Fronte Democratico Popolare, in vista delle elezioni dell’aprile 1948.

Dopo la sconfitta elettorale del 1948, la lista del Fronte Democratico Popolare non verrà più riproposta, ma il PSI resta alleato col PCI, all’opposizione, per ancora molti anni. Una svolta importante nella storia del PSI è costituita dal Congresso di Venezia del 1957, quando, in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria e alla rottura col PCI, il partito comincia a guardare favorevolmente all’alleanza con i moderati: si rafforza il nesso socialismo-democrazia e il PSI abbandona i legami con il blocco sovietico. Nel 1963 il PSI entra definitivamente al Governo, con l’esecutivo guidato da Aldo Moro, dando avvio alla stagione del “centrosinistra”. Dopo lo squilibrio elettorale alle amministrative del 1972 tra PCI e PSI , la segreteria del Partito nel luglio 1976 passa da De Martino a Bettino Craxi, vicesegretario e membro di punta della piccola corrente autonomista di Pietro Nenni. Nell’agosto del 78’, viene pubblicato “Il Vangelo Socialista”, con il quale si sancisce la svolta ideologica, con lo smarcamento dal marxismo, appannaggio di un percorso culturale distinto da quello del PCI e che prende le mosse da Proudhon evolvendosi col socialismo liberale di Carlo Rosselli. Nel 1985, dopo gli anni di partecipazione al Pentapartito, il PSI di Bettino Craxi rimuove la falce e il martello dal proprio simbolo per rimarcare la sua intenzione di costruire una sinistra alternativa e profondamente riformista guidata dal PSI e non più egemonizzata dal PCI.

L’elettorato premia questa scelta: la percentuale di consensi infatti sale dal 9,8% ottenuto nel 1979 fino a toccare il picco del 14,3% nel 1987. Con la caduta del muro di Berlino dell’89, reputando imminente una conseguente crisi del Partito Comunista Italiano, Craxi inaugura l’idea della “Unita Socialista” da costruire insieme con il fidato Psdi e nella quale coinvolgere anche ciò che nascerà dalle ceneri del PCI. Come previsto, infatti, il PCI viene sciolto e gli ex comunisti confluiranno nel più moderato e riformista PDS. I primi riscontri elettorali da parte del PSI paiono incoraggianti, poiché alle elezioni regionali del 1990 i socialisti si portano al 18% come media nazionale. Nel 1992 scoppia lo scandalo di Tangentopoli, che colpisce prevalentemente Bettino Craxi ma mette in crisi tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica. Il partito cambia rapidamente molti segretari fino al definitivo sfaldamento in tante parti. Schiacciato dall’offensiva giudiziaria e da una feroce campagna giornalistica, il PSI si scioglie definitivamente con il 47° congresso il 13 novembre 1994 presso l’Auditorium del Palazzo dei Congressi di Roma. Da quel giorno ha inizio la diaspora socialista in Italia. Proposte per il territorio e per una riunificazione dei socialisti.

[ai giorni nostri] Il Partito Socialista Italiano, da 25 anni, è stato in continua decrescita fino a risultare ininfluente dal punto di vista parlamentare. Non ha eredi nella seconda repubblica e se ancora permangono in vita tante associazioni di ispirazione socialista, significa che non si sentono pienamente rappresentati da nessuno dei partiti di oggi. Da qui l’esigenza di moltiplicare gli sforzi, di ripartire dal basso, per la risoluzione della questione socialista italiana indispensabile per la ricostruzione di una alternativa di governo che rilanci il carattere profondamente riformatore dei primi governi di centro-sinistra.

Nel solco del nostro  riformismo  storico, proponiamo la costituzione di una “rete” cremonese che funga da collettore delle varie comunità socialiste organizzate autonomamente in tutta la provincia, le quali dibatteranno al loro interno su ogni tematica di interesse locale con la propria sensibilità e con l’approccio non ideologico ma valoriale che contraddistingue il nostro movimento. Qualche esempio: i socialisti furono tra i protagonisti maggiori della nazionalizzazione dell’energia elettrica, dell’introduzione della scuola media unica, della riforma agraria, di quella  sanitaria dello statuto dei lavoratori,  della istituzione delle regioni, delle  conquiste sui diritti civili a cominciare dal divorzio e dal voto ai diciottenni, oltre che dal riconoscimento dell’obiezione di coscienza e poi dalla legge sull’aborto. I risultati appena richiamati, costituiscono titoli e credibilità del socialismo italiano, per intervenire su qualsiasi tema della società odierna. Ecco dunque come i nostri pensieri vanno in primis ai sindaci e a chiunque amministri la “cosa pubblica” nei vari comuni, nel pieno fallimento della legge Delrio, innescante l’improvvida questione della abolizione delle province (ripristinate poi dalla consultazione referendaria) con i risultati che oggi  tutti lamentano.

Procedendo ancora una volta a testa bassa, vi è anche il rischio che anche attorno al  regionalismo differenziato, in via di definizione e soggetto alle condizioni, dall’art. 116, terzo comma, della Costituzione, possa ripetersi un altro provvedimento demagogico e controproducente per i cittadini. Valutiamo pertanto, nel contesto in essere, quanto mai opportuna una rivisitazione generale delle funzioni comunali,  di quelle, oggi particolarmente precarie,  in  capo alle province,  ma altresì della maglia regionale, ove coraggiosamente bisognerebbe intervenire abolendo ed aggregando realtà territoriali insostenibili sia in  termini di rappresentanza politica  che di dimensioni  gestionali ottimali, per stimolare qualche intervento negli ambiti sopra accennati.

La Comunità Socialista, fa notare come nelle istanze avanzate dalla  Regione Lombardia, dal Veneto e dalla  Emilia Romagna, la messa in discussione di una obiettivo irrinunciabile:  quello tendente alla erogazione di prestazioni e servizi essenziali, analoghi in tutto il territorio nazionale, possibile con l’introduzione di criteri valutativi oggettivi e principalmente regioni razionalizzate ed efficienti, che solo col ripristino costituzionale delle Province,  ridisegnandole  ove necessario, affinché  i confini amministrativi coincidano con  l’organizzazione periferica dello Stato,  e quindi nelle condizioni ottimali  per l’assolvimento dei compiti  previsti specialmente nel sistema viabilistico e scolastico. In tal senso, anche nella nostra Regione, la ripresa del dibattito sulla riduzione delle Province,  attraverso la creazione di una nuova configurazione che oltre a rispettare i criteri sopra espressi, tenga conto anche dell’orientamento e delle aspettative dei  cittadini  coinvolti. Crediamo, ad esempio, in un radicale intervento normativo per i piccoli comuni, liberandoli da vincoli e incombenze burocratiche, pressoché pari a quelle delle grandi città, ove trovi applicazione il rispetto di costi standard dei servizi e quindi l’obbligatorietà delle aggregazioni, quando ciò non avviene, attraverso delle semplici convenzioni amministrative, senza necessariamente cancellare le comunità esistenti.

Per tornare a contare nell’Italia di oggi, occorre perseguire la formazione di un nuovo Partito che abbia ben chiaro il progetto generale e le forze da coinvolgere. Il primo dovrebbe essere scontato: l’Italia e la sinistra, fatto unico in tutta l’Europa occidentale, hanno cancellato dal loro orizzonte non solo i socialisti ma anche il socialismo; con le conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti. Il secondo aspetto non può che  coinvolgere sopratutto le nuove generazioni, quelli che non votano, gli ultimi: i senza casa,  i senza lavoro, in senso lato i ceti più deboli. Tra gli obiettivi prioritari, nonché centrali, avremo il tema del lavoro e la compatibilità ambientale. I recenti risultati elettorali in Italia così come nei vari paesi europei, ci ripropone la necessità di abbandonare coraggiosamente le ambiguità del centro sinistra italiano, mirando espressamente alla ricostituzione di una dichiarata componente socialista. Per colmare quest’ultima lacuna occorre semplicemente riscoprire ed attualizzare la tradizione del socialismo italiano, avanzare proposte ed obiettivi di largo respiro, ispirandoci alla migliore tradizione laburista, liberale e riformista italiana ed europea, definendo una propria identità culturale e politica chiara.

Serve una svolta che investa decisamente su una nuova classe dirigente in grado di mettere in moto un processo federativo con tutte le  associazioni e le formazioni politiche di ispirazione socialista, presenti ed in rapporto stretto con i corpi sociali, con i sindacati, con il mondo del lavoro, della cultura e della conoscenza. Senza ulteriori tatticismi, crediamo che occorra coordinare i tanti appelli  in campo, dando loro uno sbocco unitario che valorizzi tutte le componenti animate dal sincero desiderio di lavorare “orgogliosamente” per la ricostruzione della nuova casa dei socialisti italiani. Decidere esplicitamente di puntare all’organizzazione, in questa ottica, di un appuntamento nazionale, diventa fondamentale, affinché in tutte le province, si avvii la costituzione di comitati unitari sostenitori della convocazione degli stati generali dei socialisti, anche a livello locale in stretta relazione con le problematiche e le esigenze del rispettivo territorio.

Dopo anni di divisione e tentativi falliti, negli elettori, oltre che nelle  associazioni politiche e culturali di ispirazione socialista, si registra un interesse maggiore al ritorno delle identità politiche, rispetto alle liste fintamente civiche o genericamente di sinistra. Chi veramente intende rispondere alle aspettative in atto, è tempo che lo dimostri con scelte e comportamenti aperti al confronto, senza vantare primogeniture o supremazie elettoralmente inesistenti.

La Comunità Cremonese, La Comunità Cremasca e La Comunità Casalasca