Il giuramento di un Partigiano: Io, decano dei partigiani italiani – «Alzo ancora una volta con la mano la Costituzione Italiana del 1948 dicendo: “Io giuro ancora su questa ed a quanto sancisce credo”.» – Romano Marchetti (1913-2019)

di Andrea Ermanodirettore de «L’Avvenire dei Lavoratori» |

Prendendo commiato da Romano Marchetti (1913-2019), nome di battaglia “Cino Da Monte”, decano dei partigiani italiani.

Era “sazio di giorni” si legge attorno a certe figure bibliche la cui fuoriuscita dal ‘tempo’ vuol essere presentata come lo spegnersi naturale, in tarda età, di un giusto. Sazio di giorni mi pare un’espressione adeguata alla notizia, triste, della scomparsa di Romano Marchetti, che aveva compiuto centosei anni nel gennaio scorso ed era il decano dei Partigiani italiani, nome di battaglia “Cino Da Monte”.

Lo avevo conosciuto verso la metà degli anni Settanta, io ventenne, lui pensionato di fresco. Ora non mi va di confidare a un “coccodrillo” giornalistico la lunga sequenza di convergenze e divergenze e incroci e intrecci di cui si sostanzia un’amicizia durata più di quattro decenni, amicizia che per altro condivido con tante altre persone, vive e morte, compagne e compagni, nei confronti delle quali e dei quali Romano è stato a volte mite, a volte severo, sempre generoso di sé.

Qui devo dire solo che senza di lui non mi sarei caricato del mio fardello, quello che la vita mi ha riservato nel compito di coordinare le attività del “Centro Estero socialista” di Zurigo. Senza Marchetti “Cino Da Monte” non avrei compreso, percepito e saputo sentire, con l’intensità necessaria, il significato del “Centro Estero”, che in anni ormai lontanissimi, ma non dimenticati, aveva ispirato l’opposizione al ‘mussolinismo’ fin dai tempi della “Guerra alla guerra” per sfociare dopo l’8 settembre 1943 nella Resistenza contro la barbarie nazifascista.

Dal punto di vista storico e in tema di Resistenza italiana, la cultura politica di cui “Centro Estero” di Zurigo a trazione siloniana è stato punto di riferimento indiscusso si è concretizzata non da ultimo nelle repubbliche partigiane dell’Ossola e della Carnia, nonché nella “Brigata Maiella”, che era guidata da Ettore Troilo e che fu l’unica formazione partigiana decorata di medaglia d’oro al valore militare alla bandiera.

Durante l’autunno del 1944 il collegamento del “Centro Estero” con la Repubblica dell’Ossola veniva mantenuto tramite i “passatori” che dalla Svizzera importavano armi e viveri nella Zona Libera. Come per la “Brigata Maiella” anche il coordinamento delle operazioni in sostegno dell’Ossola fu assunto da due socialisti di tradizione turatiana: Luigi Zappelli (1886/1948), che era stato sindaco di Ver­bania prima del fascismo e che ritornerà a esserlo dopo la Liberazione, e Gu­gliel­mo Canevascini (1886/1965), che fu Consigliere di Stato ticinese dal 1922 al 1963.

Con la Repubblica Libera della Carnia si trattò di un collegamento più ideale che materiale. Il “contagio” partì da Fermo Solari (1900/1988), nome di battaglia “Somma”. Solari discendeva da una antica famiglia carnica di orologiai e si era diplomato ingegnere a Friburgo in Svizzera nel 1926. Fu dal 1942 il principale esponente friulano del Partito d’Azione, divenne poi successore di Ferruccio Parri quale vicecomandante generale del Corpo Volontari della Libertà e nel 1947 fu eletto alla Costituente.

Con il “sanguigno” Solari “Somma” entra in contatto Romano Marchetti a Udine nel 1943: «Ho fatto la guerra in Grecia e in Albania come ufficiale degli Alpini, e ne sono uscito… “sedentario”, sia per delle brutte ferite alle gambe sia a causa del tifo, che mi aveva portato in fin di vita. Vengo richiamato dopo un anno circa di convalescenza e sono alla caserma di Udine dall’ottobre del 1942 fino all’inizio del ’43. Verso dicembre o gennaio, un giorno mi trovo nella compagnia deposito cui ero stato assegnato insieme al direttore della casa editrice Idea, Nino Del Bianco; a un certo punto dico “la guerra è perduta, cosa possiamo fare per questa Italia?”. Lui tace, ma l’indomani o dopo qualche giorno mi porta un opuscolo. Del Bianco era già aggregato ad un piccolo gruppo in un certo modo diretto da Fermo Solari, che intendeva prepararsi al fatto che l’Italia doveva ritornare alla democrazia. Fermo Solari aveva scritto l’opuscolo lì a Udine… e l’aveva firmato anagrammando il proprio nome».

Così Marchetti in un’ampia intervista da lui rilasciata nel 2005 e disponibile sul sito “Carnia Libera” (vai al sito): «Mi carico di opuscoli, vengo su in Carnia e giro sia a piedi che in bicicletta creando la rete. Ogni tanto veniva da me quello che faceva altrettanto per la Garibaldi, era un reduce di Spagna: “Ugo”, Giovanni Pellizzari, di Preone. Mi attendeva fuori della Chiesa di domenica. Facevo i primi tre giorni della settimana a Udine, perché l’incarico di insegnante allo Zanon [l’Istituto per Geometri, n.d.r.] era solo per tre giorni; gli altri quattro fra Maiaso e, non so, Ovaro, Forni di Sopra, Enemonzo, Villa Santina, Comeglians, la Val Pesarina, Ravascletto, Preone; e soprattutto nella Val Chiarzò: avevo creato una rete. Non proprio una rete, ma qualcosa di simile, ha cercato di fare anche Pellizzari. Però lui aveva meno entratura, direi, mentre io conoscevo un po’ di gente: ad esempio avevo un amico a Paularo che era stato in guerra con me in Grecia, Giovanni Del Negro, oppure a Sutrio avevo preso contatti indirettamente perché conoscevo il figlio di uno di Sutrio, Enzo Moro, che abitava a Tolmezzo, ma andava su e giù. Quasi dappertutto, insomma, la rete era completa. Una delle mie basi era anche l’ambulatorio di Aulo Magrini, in Val Pesarina: mi mettevo in coda come fossi un paziente, e gli portavo gli opuscoli. Un altro contatto era Marco Raber, a Comeglians, che era stato nella milizia forestale».

Costruita la “rete”, Marchetti assume la funzione di “Delegato politico” della Brigata Osoppo. Il suo principale merito storico sta senza dubbio nell’unificazione del comando con la Brigata Garibaldi in Carnia: «L’idea di riunire Osoppo e Garibaldi era anche dei comunisti. Molto spesso “Andrea” Mario Lizzero e “Ninci”, l’uno commissario e l’altro comandante di tutte le formazioni del Friuli, me l’avevano anche detto. Ma non occorreva che me lo dicessero: io già dall’inizio non capivo questa divisione».

Anche grazie all’unificazione tra le brigate Osoppo e Garibaldi furono evitati nel Friuli occidentale sanguinosi episodi di lotta intestina tra partigiani come la Strage di Porzûs. Sicuramente è da questa unità d’azione che può nascere la Repubblica Libera della Carnia: «A fine settembre ’44 il comandante osovano “Da Monte” Romano Marchetti propose ai comunisti, che accettarono immediatamente, di creare un comando unificato Garibaldi-Osoppo. La decisione divenne operativa, ma, all’insaputa dello stesso “Da Monte”, che per le sue posizioni liberalsocialiste fu esautorato dai suoi superiori», si legge sul sito Carnia Libera (vai al passo).

Fu esautorato, ma così nasceva la Repubblica Libera che aveva capitale Ampezzo e un’estensione di 2.580 Kmq, per una popolazione di quasi 90.000 persone, la più ampia in Italia.

E qui mi fermo. Perché è qui la cifra forse più vera della lunga esistenza di Romano Marchetti, “sublime anarchico” della Carnia tante volte sconfessato e scomunicato nel tempo che passa per ripresentarsi con le sue idee vittoriose di Giustizia e Libertà nel tempo che viene e che verrà: «La moralità rinacque in me al tempo della Resistenza. Poi magari è morta di nuovo, ma la vera moralità, ripeto, ricomparve quando mi feci partigiano».