NETANYAHU, LA GEOPOLITICA ALLA BASE DELLA SUA VITTORIA

di Giuseppe Scanni |

Benjamin Netanyahu ha ragione, avvicinandosi al quinto mandato può esclamare: «È una vittoria immensa».

Non ha surclassato il rivale, Benny Gantz, che ha conseguito un risultato pari al suo, ma soltanto lui può formare una coalizione di governo.

In un paese che pratica la democrazia come pochi al mondo, che ha della memoria e del valore simbolico degli avvenimenti un culto speciale, inviare ancora una volta       “Bibi” alla Presidenza superando il record ( quattro mandati) del padre fondatore dello Stato, Ben Gurion, non è un risultato casuale. Semmai è discutibile con quali raccomandazioni Netanyahu è stato iscritto nei libri di storia. Il voto essenziale della coalizione di destra è un evidente appoggio alla politica estera (che nel caso specifico si riflette su quella interna più che altrove) ma non è un consenso illimitato alla persona che vorrebbe identificare il voto con una “impunità” presidenziale che è estranea alla tradizione israeliana.

Gli israeliani che si sono recati alle urne sono stati il 67,8% degli aventi diritto, una percentuale molto più alta della media europea ed italiana. Tenendo conto della scarsa affluenza dei votanti arabo-israeliani la partecipazione è stata ancora più rimarchevole.

Nel sistema parlamentare israeliano conta più raggiungere in coalizione 61 seggi sui 120 della Knesset piuttosto che superare in percentuale ed in seggi il diretto contendente. Il settantenne Netanyahu ha dato al Likud cinque parlamentari in più della passata legislatura ed il milione e duecentomila voti (25,94%) del leader della formazione di centro sinistra Bleu Bianco rappresentano una grande soddisfazione personale per l’ex Capo di stato maggiore Benny Gantz che, assieme al suo ex collega Yaïr Lapid e l’ex ministro della Difesa Moshe Yaalon, è riuscito in soli tre mesi a formare ed a rendere competitiva la lista, dimostrando che la crisi del partito laburista, giunto al suo minimo storico di 7 parlamentari, impedisce non soltanto un governo alternativo al centro destra, ma neppure , in caso di necessità, la formazione di un governo di unità nazionale.

In queste elezioni gli indecisi ed il voto protestatario non si sono né astenuti né dispersi, si sono diretti verso le formazioni maggiori, dando ragione a Netanyahu per la tattica di mobilitazione “disperata” lanciata durante la campagna elettorale.

Netanyahu ha polarizzato lo scontro anche con metodi inusuali; non ha esitato a dipingere il generale Gantz come uno “squilibrato”; né ad usare i social media per diffamare i generali che sostenevano Bleu Bianco definiti pericolosi “sinistrorsi”; né a mettere in discussione la lealtà della minoranza araba. Ha legittimato gli eredi del rabbino oltranzista Meir Kahane, xenofobo e suprematista ed ha attaccato con inusuale violenza la stampa, la polizia ed i magistrati che hanno lavorato sulle inchieste per corruzione ed abuso di potere che macchiano la sua reputazione.

I suoi avversari sperano che entro l’anno il procuratore generale Avichaï Mandelblit lo incrimini. Nello stesso Likud non sono poche le voci preoccupate che evocano foschi scenari nei quali l’equilibrio dei poteri sarà messo in discussione e nel venire d’un tempo, sperato da alcuni, temuto da molti, nel quale la vittoria elettorale e la formazione del governo nulla potranno dinnanzi ad un processo ed a una condanna.

Eppure “Bibi” sa di avere diverse buone possibilità di uscire ammaccato ma in vita dalle prossime prove.

A differenza di molti ha da tempo compreso le mutate condizioni della vasta area geo politica che interessa Gerusalemme.

Nei tempi che furono, le faglie che percorrevano il territorio politico, distinguendolo, erano longitudinali e nella lunga Guerra fredda est ed ovest distinsero il confronto arabo israeliano con i nemici dello stato israeliano collocati sia ad Est (Giordania, Siria, Iraq, Arabia Saudita) che ad Ovest (Egitto, Libia ed Algeria). A questa cesura si aggiungeva quella tra Iran ed Iraq eredi di due imperi, quello orientale-persiano, quello occidentale-ottomano.

Complicato ma comprensibile.

La natura tellurica della geografia politica del territorio restò sostanzialmente intatta nel corso degli anni ’90 perché la potenza unica, gli Stati Uniti, per quanto praticasse una politica contradditoria,  seppe gestire contrasti e discordanze: tutelando Israele usò l’Islam politico per tenere sotto controllo il nazionalismo arabo filosovietico; impresse un ritmo positivo al confronto arabo-israeliano ma fallì impietosamente su quello israelo-palestinese; tenne a bada, profittando della loro storica rivalità, Iran e Iraq.

Dal 2001 cambiò il mondo. Il confronto nel segno del sangue e del fuoco con l’Islam, rappresentato dalla carneficina dell’11 settembre, ha cambiato il corso della storia. Il frustrato malato miliardario saudita Bin Laden spinse la grande potenza ad una guerra che si è rilevata lunga, mortale, asimmetrica, aggravata dall’invasione dell’Iraq che ha spalancato le porte dell’<impero ottomano>, all’erede di quello persiano, all’Iran.

Il nuovo terremoto ha sconvolto la zona e nuove faglie hanno diviso il delicato Medio Oriente delimitandolo latitudinalmente.

Il terremoto Erdogan ha creato un susseguirsi di scosse interne delle quali non è ancora adesso semplice comprendere a fondo la pericolosità. Non perché sia un vincente, tesi questa sostenuta da buona parte degli analisti il giorno dopo la repressione del così detto golpe che Ankara, alla faccia della dichiarata volontà di esercitare una politica che non andasse a cercare guai con i vicini, addebitò agli Stati Uniti- responsabili di ospitare quello che era stato il suo maestro, Fethullah Gülen-. Più probabile invece che quella di Recep Tayyp Erdogan sia stata una manovra tanto cinica quanto al momento efficace per trasformare una protesta in un grande repulisti di tutti gli oppositori, soprattutto di quelli sospettati di simpatie occidentali, segnatamente statunitensi, per avere mano libera nel più ardito uso di doppio binario nel sistema di Alleanza militare finora conosciuto.

Membro della NATO la Turchia acquista missili anti aerei russi; pur conscia dell’impegno statunitense nell’abbattimento di Assad fiancheggia in Siria Russia ed Iran; provoca l’Europa professando il desiderio di entrare nell’Unione ma pratica una pesante repressione interna e minacciando ambizioni territoriali ai confini sud orientali aumenta il costo della chiusura della rotta balcanica delle migrazioni. La sconfitta elettorale soprattutto ad Istanbul ha chiaramente messo in rilievo che il tanto osannato fallimento del golpe è stato invece l’inizio di un processo di allontanamento e di crisi nuova in un’area fondamentale del Mediterraneo.

I rapporti gelidi con gli europei, la bassa intensità di relazioni con l’Egitto, fanno da contorno alla diffidenza che connota l’attuale stato di relazioni con Israele che, invece, storicamente, aveva trovato in Turchia la possibilità di far ascoltare le sue ragioni e di lavorare su grandi progetti di area, fra questi l’annosa ricerca di una soluzione stabile e sicura di trasferimento di acqua dalla Turchia ad Israele. Oggi, dopo la ricucita crisi generata dall’episodio della nave Mavi Marmara quando una flottiglia turca di attivisti pro-palestinesi, conosciuta come la Freedom Flotilla per Gaza, tento di violare il blocco, fu intercettata da forze navali israeliane nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo e posta, senza uso della forza, sotto controllo della marina israeliana;  gli attivisti della nave più grande delle 5 che formavano la flotta recanti aiuti, la Mavi Marmara, assalirono le forze speciali israeliane Shayetet 13 appena discese sul ponte della nave ferendo, di cui due gravemente, dieci commando israeliani. Un vero e proprio atto di guerra a cui seguirono casi oggetto di contestazione a Gaza e Gerusalemme.

Altra “novità” è dovuta alla crescita dell’<asse di resistenza> rappresentato dall’Iran, l’Iraq sciita, la Siria di Assad, gli Hezbollah (oggi più semplicemente il Libano).

L’asse di resistenza si oppone all’integralismo wahhabita-salafita, al terrorismo di al Qaeda, considera l’Arabia Saudita mandante, protettrice e finanziatrice di entrambe a favore degli Stati Uniti che, a causa degli estremismi, profittano per opprimere i popoli, a cominciare da quello palestinese, perpetuare ingiustizie secolari nei confronti degli sciiti che vivono nei paesi arabo sunniti, diffondere il virus della modernità occidentale (edonismo, consumismo etc.). L’Arabia Saudita che vive una profonda crisi dalla quale cerca di allontanarsi con un contestato piano riforme interne è terrorizzata dalla pressione iraniana ed assieme agli Stati Uniti, meno interessati al petrolio che alla vendita plurimiliardaria di armamenti, partecipa ad un pericolosissimo gioco di destabilizzazioni regionali, di guerre combattute per interposti combattenti o a tensioni interne al limite della guerra civile in Yemen, Bahrein, Arabia Saudita Orientale, in alcune parti dell’Iraq.

Le contraddizioni si esaltano nella parte più facilmente riconoscibile come arabo-sunnita. Una inedita alleanza tra Israele, Egitto, Giordania, alcune monarchie del Golfo e gli Stati Uniti ha come obbiettivo dichiarato quello di bloccare l’Iran. Non vale tanto l’analisi di accordi commerciali, o energetici o di qualsiasi altro genere. Vale la logica del “No, tu no”.

Ed è qui che si inserisce una straordinaria capacità diplomatica di Netanyahu. Compresa la paura suscitata a Riad come al Cairo, e così via ripetendo, da Teheran, vista la non capacità della amministrazione Trump di bloccare la rottura delle relazioni diplomatiche voluta da Arabia Saudita, Egitto, Emirati e Bahrein con uno dei più generosi acquirenti di sistema d’arma e di tanto altro ancora come il Qatar, accusato di mantenere rapporti con Hamas, Fratellanza musulmana e gruppi terroristi vari, Gerusalemme si è inventata un ruolo unico : messaggero e propiziatore di buone intenzioni con gli Stati Uniti, ambasciatore in proprio di buona volontà con Mosca.

Washington che prova il brivido da ottovolante di aver trasformato la dottrina America First in America Only non è in grado di seguire le veloci trasformazioni in atto nel teatro, e non soltanto per responsabilità di Trump visto l’elevato numero di attori della politica estera statunitense. Israele nel perdurare dello stallo ha guadagnato un crescente disinteresse per la questione palestinese perché il massimo dell’attenzione è rivolto a possibili minacce iraniane. Teheran, al centro dell’attenzione, rafforza il potere del suo gruppo dirigente all’interno del paese e con le interlocuzioni nuove in atto, con una sorta di ambigua garanzia dovuta ai colloqui di Mosca con Gerusalemme, aumenta il suo peso nella zona. Mosca, che a differenza di Washington, ha ben chiaro lo scacchiere ed il gioco, torna ad essere un punto di riferimento nel teatro più pericoloso del mondo.

Ecco perché, assieme ad un’ottima economia interna (Pil +3%; disoccupazione al 3% forza lavoro) che non guasta mai, Netanyau può sostanzialmente promettere attenzione particolare alla West Bank senza che qualche nazione invochi il Consiglio di Sicurezza.

Trump ha riconosciuto che il Golan è israeliano per diritto d’occupazione, ma questo- nei fatti- è già realtà da tanto e tanto tempo. La vera questione è rappresentata dalla Cisgiordania e là, a cominciare da Hebron, che si misurerà il nuovo governo israeliano.