di Franco Astengo

Non è facile declinare in politica il tema di una propria conclamata “diversità soggettiva” senza scivolare nell’arroccamento di una sorta di moralismo che può generare l’idea di una “supremazia di valore” fino al punto di essere fonte odio per il “diverso” e sospetto per tutto ciò che si muove al di fuori della propria sfera, ritenuta intangibile.

La “diversità” infatti, è questione di collocazione nella struttura del sistema politico ponendosi sul terreno di un “piano sistemico” e non certo di una “auto proclamazione” a priori.

Si ricorda la “diversità” berlingueriana: una “diversità” la cui interpretazione corrente all’epoca nacque , è bene ricordarlo, non tanto per rivendicare una “alterità” nei fini (che rimanevano comunque rivoluzionari) ma soprattutto dalla presa di distanza, secca e inequivocabile, dalla degenerazione che il sistema dei partiti stava attraversando, dopo che erano entrate in scena “decisionismo” e “personalizzazione”.

In quel tempo (ci trovavamo all’inizio degli anni’80) si prospettava una grande riforma in senso presidenzialista e si attaccava direttamente il sistema politico fondato sui grandi partiti di massa (emergevano già allora fenomeni di corruzione in sede locale, da Torino a Savona, dovuti proprio all’iniezione, nel corpo dei partiti, segnatamente in quelli economicamente più deboli, di quel virus della “antipolitica” che poi avrebbe trovato largo spazio e seguito).

Virus dell’antipolitica il “decisionismo” e la “personalizzazione” ?

Molti avranno da obiettare.

Eppure è da questo elemento che è necessario partire per riflettere al meglio sull’intreccio perverso tra questione politica e questione morale e di conseguenza ricercare le ragioni fondative di una “diversità”.

Il cedimento più evidente è avvenuto nella fase di avvio dell’infinita “transizione italiana”, all’inizio degli anni’90, quando si scambiò l’idea della “governabilità” con quella della “rappresentanza”, consentendo – al momento dell’implosione dei grandi partiti di massa – l’entrata in scena del soggetto “partito-azienda” che avviò la trasformazione completa delle coordinate di fondo sulle quale si era fino ad allora retto il sistema politico italiano.

Non ci si è accorti di questo mutamento del tutto – ripetiamo – strutturale e del fatto che i punti di trasformazione del sistema, dalla formula elettorale maggioritaria, alla personalizzazione, all’elezione diretta, al “partito liquido”, alla “vocazione maggioritaria” si collocavano, nello specifico del “caso italiano” in maniera affatto diversa da altri sistemi in cui certi meccanismi erano vigenti.

Il tutto in coincidenza con una crisi profonda della cosiddetta “democrazia liberale” anche a livello internazionale e il pratico fallimento dei soggetti sovranazionali che avrebbero dovuto rispondere a quella crisi.

Non si sono affrontati i nodi che, sciolti, avrebbero potuto davvero “occidentalizzare” il sistema politico italiano (dato e non concesso che questo fatto potesse risultare positivo) come quello “macroscopico” del conflitto di interessi e ci si è incamminati sulla strada di una progressiva “orientalizzazione” nel senso indicato a suo tempo dal prof. Sartori, del “sultanato”.

E’ partita da lì una complessiva degenerazione del sistema.

Sistema reso ancor più fragile da eclatanti fenomeni di distacco di massa resisi evidenti in diverse forme e non soltanto nella crescita dell’astensione.

E’ mancata una seria riflessione autocritica su questi punti che sono stati quelli sui quali si è avventato un vortice di denaro, sono saliti all’inverosimile i privilegi del ceto politico (che doveva essere “assimilato” in questo modo, almeno per la sua maggioranza, sempre sensibile a questo tipo di sirene) si è annullato il voto di appartenenza e quello d’opinione ha ceduto il passo al “voto di scambio” praticato su scala di massa. A un certo punto sono arrivati addirittura i “contratti di governo” stilati apposta per consentire l’espressione di promesse legate – appunto – al “voto di scambio”.

La parabola che sta seguendo il M5S , soggetto sortito esattamente dallo stato di cose fin qui descritto, appare evidente come indicazione della strutturalità del fenomeno e della sua invasività sull’azione politica: la sola risposta che pare si riesca a fornire per continuare a nascondere il processo di omologazione è quella del sospetto e dell’odio attraverso cui il M5S tenta di mantenere per quanto possibile le proprie stimmate di “diversità”.

Forse è il caso di riflettere non tanto sul come inoltrarsi ulteriormente all’interno del disastro che si è costruito come da qualche parte si è pur tentati di fare, ma pensando invece a un’inversione di  rotta nel senso di aprire al recupero di un radicamento sociale fondato davvero sulle contraddizioni operanti e alla costruzione di un nuovo “soggetto dirigente” (senza paura delle parole) da costruire per via di crescita culturale e politica e non per via di “cooptazione” personalistica, magari suffragata dalla manipolazione via web.

Il quadro generale di riferimento dovrebbe essere, a questo punto, quello di porsi prioritariamente l’obiettivo di ritorno a quella democrazia parlamentare che la Costituzione indica come forma del nostro stato repubblicano.

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