Delegati al Congresso PSI-IOS (XXI Congresso del PSI) di Parigi, 1930

Dopo il 1926, costretti a trasferire all’estero le loro sedi e i loro gruppi dirigenti, due furono i partiti socialisti che si trovarono ad operare in esilio, e specificamente in Francia: il Partito socialista italiano, qual era rimasto dopo la scissione comunista, e dopo l’espulsione dei riformisti, avvenuta al congresso di Roma all’inizio dell’ottobre 1922 (si era andati oltre la stessa volontà di Lenin che aveva chiesto “nominativamente” la sola espulsione di Turati); e il Partito socialista unitario dei lavoratori Italiani (PSULI), costituito dai riformisti all’atto della esclusione dal vecchio tronco del partito che Turati aveva contribuito a fondare.

I militanti e i dirigenti emigrati del primo erano conosciuti correntemente come “massimalisti“; quelli del secondo come “unitari“. Ovviamente si trovarono tutti alle prese con enormi problemi personali, ai quali si aggiungevano quelli politici e organizzativi. Avevano affrontato con coraggio la via dell’esilio, e si trovavano a dover fare i conti anche con l’esigenza di valutare con spregiudicatezza e severità gli errori compiuti, che avevano condotto alla sconfitta tutto il movimento socialista.

Ci si accorse che il primo e fondamentale di questi errori era stata la divisione e poi la frattura del partito. Entrambi aderirono alla Concentrazione antifascista, insieme con il Partito repubblicano, la Lega dei diritti dell’uomo e, più tardi, con Giustizia e Libertà, il movimento fondato dai fratelli Rosselli. Essa collegava i vari settori nell’antifascismo militante escluso quello comunista, che manteneva un atteggiamento settario e pregiudizialmente contrario a quella che considerava una collaborazione con forze della borghesia.

Nell’unità antifascista, maturò anche l’esigenza dell’unità socialista, che conquistò rapidamente tutto lo schieramento socialista, con l’esclusione di un piccolo irriducibile settore massimalistico, capeggiato da Angelica Balabanoff, una rivoluzionaria russa, che era stata nemica di Lenin, e che da tempo operava nel partito.

I “massimalisti” e gli “unitari” tennero due convegni aperti ad entrambi: il primo a Parigi, il 18 e il 19 dicembre 1927; il secondo a Marsiglia, l’8 e il 9 gennaio 1928. In entrambi, il desiderio, di natura sentimentale e politica insieme, di ricongiungersi in una sola organizzazione si manifestò con grande forza.

Ma il convegno decisivo fu quello del partito massimalista che si svolse a Grenoble il 16 e 17 marzo del 1930. Esso si divise, ancor prima di aprirsi, in due distinte riunioni: quella della maggioranza, guidata da Nenni, che si dichiarava favorevole a ricostruire l’unità con il PSULI; e quella, appunto, in cui era presente il gruppo della Balabanoff avverso alla riunificazione. Questa minoranza, avvalendosi di cavilli personali, riuscì a conservare per qualche tempo la sigla del partito, ma visse solo della polemica contro gli altri socialisti, andando gradualmente esaurendo la propria funzione e la propria attività politica.

Il congresso che decise formalmente la ricostruzione del partito, superando il precedente, fatale dissidio, si svolse a Parigi il 20 e il 21 luglio 1930, presso la casa del Partito socialista francese. Era da considerarsi come il XXI, essendosi l’ultimo, il XX, tenuto a Milano nell’aprile del 1923, con la separazione dal partito dei “fusionisti” di Serrato, divenuti in seguito in massima parte militanti comunisti.

Pietro Nenni tenne la relazione politica, delineando una linea che guardando al futuro, disegnava un processo di superamento del contrasto tra le due “anime” socialiste.

Protagonista dell’assise fu anche Giuseppe Saragat, che nel suo discorso fece propri i princìpi dell’austro-marxismo, e con un notevole e felice sforzo teorico dimostrò la possibilità e necessità di coniugare la pratica della lotta di classe con una convinta difesa della democrazia politica e della libertà.

I contenuti dei due discorsi furono recepiti nella Carta dell’Unità, approvata all’unanimità dai 96 delegati in rappresentanza dei 146 gruppi e sezioni, presenti al congresso. Insieme ad essa venne votata la deliberazione di aderire alla Internazionale Operaia Socialista (IOS), la Seconda Internazionale che si contrapponeva alla Terza Internazionale leninista.

Il più significativo passo della Carta dell’Unità era indubbiamente costituito dal punto terzo, che testualmente recitava:

Il PSI lotta per organizzare un regime di democrazia in cui il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione del libero sviluppo di tutti. Democratico nel fine, esso lo è anche nei mezzi“.

Questa dichiarazione rappresentava una sostanziale accettazione delle posizioni riformistiche. In questo quadro, il “rivoluzionarismo“, propugnato nel periodo 1919-26 in Italia dai “massimalisti” assumeva anch’esso un diverso significato; veniva a qualificarsi come ipotesi di lotta contro la dittatura, a salvaguardia di quelle libertà che in precedenza erano state considerate spregiativamente “borghesi”.

Infatti, proseguiva il testo del punto terzo, “il PSI considerava l’insurrezione come l’esercizio del diritto inalienabile del proletariato di respingere le violenze delle classi dominanti contro l’autonomia della classe lavoratrice e contro le comuni libertà“.

La riunificazione socialista non teneva però conto di un elemento nuovo cui pure Nenni aveva direttamente contribuito con la sua partecipazione all’esperienza del “Quarto Stato“.

L’elemento, appunto, introdotto dai Rosselli di una critica ideologica e politica complessiva dal socialismo al primo conflitto mondiale. Il revisionismo rosselliano risultava infatti del tutto assente dal processo di riunificazione socialista del 1930. Il discorso ideologico del ricostituito partito unitario era tutto incardinato sulla visione marxista, sia pure successivamente alla interpretazione democratica che ne aveva fornito, in modo del resto magistrale, Giuseppe Saragat.

Inoltre, la rifondata unità socialista ebbe come effetto di indebolire i rapporti tra le forze della concentrazione antifascista. Da un lato, i socialisti unificati assumevano una forza rispetto alla quale quella degli altri partecipanti appariva più sproporzionata. D’altro verso, s’accentuava la distanza con le posizioni revisionistiche di “Giustizia e Libertà“. Infine, andava sorgendo una crescente sollecitazione al gruppo dirigente socialista, di dare una risposta affermativa al problema di un rapporto unitario, sia pure non organico, con i “compagni separati” del Partito comunista.

Il secondo congresso all’estero (il XXII, il 16 e 17 aprile 1933, a Marsiglia nella sala St. Ferréol) confermò l’adesione alla Concentrazione antifascista, ma fu centrato sul problema dell’unità politica con i comunisti.

Poco più d’un anno dopo, il 14 luglio 1934, il Consiglio generale del Partito socialista si pronunciò, sia pure a determinate condizioni, per la stipulazione di un patto d’unità d’azione con il Partito comunista. Nenni propose un incontro tra le due Internazionali per esaminare la questione tedesca.

Ma la misura delle sconfitte non era ancora colma. Ci volle l’avvento di Hitler nel gennaio 1933, ci vollero nel 1934 il putsch reazionario a Parigi, la sconfitta della Comune di Vienna, la sanguinosa repressione delle Asturie in Spagna, perché si avvertisse, almeno nei paesi più impegnati nella lotta contro il fascismo, la necessità della politica unitaria.

Il primo accordo in questo senso intervenne tra socialisti e comunisti francesi. Il primo organico patto d’unità d’azione fu quello dei socialisti e dei comunisti Italiani. Esso porta la data del 17 agosto 1934. Precedentemente i due partiti sottoscrissero un appello comune contro il rischio di un intervento di Mussolini in Austria, suscettibile, nelle condizioni dell’Europa di allora, di provocare la guerra.

Avanti! 22 gennaio 1928

Avanti! 16 marzo 1930

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