UN SIMBOLO, UNA STORIA, UNA MISSIONE

C’era una volta un simbolo che ha accompagnato la storia del Novecento e, in Italia ha sempre contraddistinto le lotte dei lavoratori, le loro conquiste in campo sociale e civile, la difesa della democrazia, sin dalla nascita: con la Resistenza e la Costituzione.

Quel simbolo fu adottato, per la prima volta, dal Partito Socialista che, anche grazie ad esso, nel 1919, raggiunse il massimo dei consensi mai raggiunti in Italia.

Purtroppo ciò non bastò ad arginare la reazione clerical-fascista, anzi, la scatenò fino al punto che alla fine venne vietato, come quello di ogni altro simbolo di partito, e come la democrazia stessa che, in Italia, venne sepolta da venti anni di dittatura e da tre guerre rovinose, l’ultima delle quali ridusse il nostro Paese in macerie, portandoci ad avere una sovranità limitatissima.

Ciò che ci impedì di metterci seduti e di farci dettare la Costituzione da chi, pur liberandola, invase l’Italia, fu la lotta di liberazione: la Resistenza fatta, nella maggior parte dei casi, anche in nome di quel simbolo, da brigate partigiane che pagarono il tributo più alto, in termini di sangue e di morti, per la riconquista della libertà.

Quel simbolo, per più di 40 anni, è stato quello della sinistra e dell’opposizione alla continuità di un regime clericale, in cui è perdurata la collusione tra mafie, clientele e corruzione.

In nome di quel simbolo, della tradizione e dei valori che esso rappresentava, sono stati varati lo Statuto dei Lavoratori, la scuola media unica, la nazionalizzazione dei servizi essenziali, il divorzio, è stato combattuto il terrorismo, è stata combattuta fino al martirio la mafia, si è difeso il potere d’acquisto dei lavoratori, si sono svolte lotte decisive, in campo nazionale ed internazionale, contro la riduzione della libertà e contro l’umiliazione della giustizia sociale.

Ad ammainare per primi quella bandiera furono i socialisti di Craxi, in nome di un socialismo riformista che è penosamente affondato, pur nel suo tentativo, a tratti anche riuscito, di modernizzare sul piano economico e sociale l’Italia, di accreditarsi come partito di governo, nelle corruttele e negli scandali, forse meno eclatanti di quelli odierni, ma sicuramente non meno rovinosi per una intera storia e per una identità condivisa nelle lotte per una democrazia socialmente avanzata. Sarà per l’ironia della sorte, oppure per una vendetta del destino, ma da quando i socialisti hanno abbandonato quel simbolo, sono risultati sempre meno credibili, sempre più minoritari e sempre più dispersi, fino all’insignificanza attuale.

Stessa sorte, mutatis mutandis, è accaduta a quello che è stato a lungo il partito che ha esaltato maggiormente quel simbolo, durante gli anni della Resistenza, della stagione Costituente e dell’opposizione democratica all’unico partito legittimato a governare da un mondo bipolare, in cui le sovranità degli stati erano state già decise dopo la guerra a tavolino, una volta per tutte.

Quel simbolo, che fu del partito che, più di altri, seppe denunciare sul nascere il degenerare della politica in affarismo autoreferenziale, in cerca anch’esso di potere a tutti i costi, pur non essendo esente da compromessi e da assetti consociativi ed autoreferenziali, è stato anch’esso abbandonato quando quello stesso partito decise di cessare di esistere e di realizzare un connubio definitivo con coloro a cui, da sempre, si era opposto, ma con i quali, aveva pur tuttavia cercato un compromesso di potere, per altro fallito con la morte di Moro.

La fine di quel simbolo nel Partito Comunista, ha decretato, di nome e di fatto, la fine del tentativo di realizzare un progetto di riformismo rivoluzionario (così lo chiamava Lombardi che mai avrebbe rinunciato a quel simbolo, pur essendo di estrazione azionista), tale da scardinare alla radice i meccanismi con cui l’Italia è tenuta serva umile ed obbediente, mediate una selezione spietata dei suoi quadri dirigenti, in nome del servilismo verso un sistema endemicamente corrotto ed inefficiente.

La sovranità di un grande paese, dalle immense risorse cultuali e civili, infatti può essere limitata fino ad annullarla, solo quando si forma e di promuove una classe dirigente di ignoranti, di corrotti, di ricchi esecutori di ordini stabiliti per impedire che, già sul nascere, emergano forze e risorse nuove, tali da cambiare l’assetto dell’Italia.

Quando qualche intellettuale cosciente ed organico, come Pasolini, sfugge a questa tattica preventiva o quando qualche magistrato come Falcone e Borsellino riesce a smascherare il perverso ed endemico livello di collusione raggiunto con le stesse istituzioni dello Stato, allora li si elimina senza alcuno scrupolo, né per loro né per gli eventuali “danni collaterali”.

La perversa mutazione antropologica che ha trasformato un popolo non ancora prostrato ed avvilito dal clerical-fascismo in una massa di atomi umani che girano prevalentemente intorno ad identità virtuali, suscitando solo reazioni a catena mediatiche, buone solo per gli uffici di statistica e pubblicitari, per incrementare le loro strategie di vendita e il loro profitto, è coincisa con quella di un partito che, da fiero oppositore ed assertore di una imprescindibile questione morale, è divenuto, miseramente e nei fatti contingenti, uno dei massimi rappresentanti di un trasformismo che affonda squallidamente in una palude di corruttele ed immoralità.

Ad opporglisi vi è un movimento, che, pur mettendo al primo posto l’incorruttibilità dei suoi membri, e specialmente dei suoi rappresentanti parlamentari, stenta a mettere in primo piano oltre alla questione morale che è pur sacrosanta, quella sociale, altrettanto decisiva ed indissolubile rispetto ad essa. Il movimento grillino appare infatti piuttosto disarticolato, se non distante, rispetto a questioni come la tutela dei diritti nel campo del lavoro, le lotte sindacali, gli scioperi e, più in generale, ad una alternativa di sistema rispetto agli assetti in cui il turbocapitalismo oggi tende ad affermarsi.

C’era dunque una volta un simbolo che rappresentava anni fa tutto questo: la falce e martello, buttata quella, purtroppo, il gorgo in cui antichi e consolidati valori sono stati inghiottiti e “rottamati“, si è fatto sempre più rovinoso e veloce.

E’ singolare il fatto che la sua ultima apparizione risalga, sul piano internazionale, ad una visita del Papa in Bolivia, quando gli fu offerto un crocefisso con l’immagine della Falce e Martello.

A lui si deve almeno il “grido nel deserto”, come forse ad uno dei pochi ma più prestigiosi personaggi che hanno capito, lucidamente e senza esitazioni, che la questione sociale e la questione ambientale sono oggi indissolubili, così come resta cruciale il ruolo degli educatori che solo uno stato come il nostro riesce ad umiliare, negando loro adeguato compenso economico e prestigio, affetto com’è da endemiche corruttele, sprechi e inefficienze causate, come abbiamo dimostrato e come dicono esplicitamente autorevoli personaggi, dalla selezione alla rovescia dei suoi quadri dirigenti, per cui non devono emergere persone capaci e animate da rilevanti valori civili e morali, ma solo miseri burocrati il cui compito e obbedire, coprire, insabbiare, depistare e prevenire che il sistema cambi in alcun modo.

Non ci aspettiamo dunque che la Falce e Martello torni ad essere il simbolo della “religione del futuro”, perché il futuro ha bisogno di una religione che sia concretizzata dal rispetto di tutte le religioni, anche di quelle che un tempo la Falce e Martello tendeva a negare; la Falce e Martello non è il simbolo di una religione e nemmeno di una ideologia o di una utopia, ma solo di quella unità dei lavoratori che non possono avere come dimora l’illusione di un albergo a cinque stelle, poiché la loro dimora resta un mondo in cui si lotta con piena coscienza di appartenere ad un’unica classe di persone che si riconoscono come compagni, perché hanno come valore primario la condivisione.

Perché sanno che la libertà di ciascuno non finisce dove inizia quella di un altro capace di ampliarla a scapito di altri, con la forza del suo capitale e del suo profitto, ma sono piuttosto consapevoli che la libertà di ciascuno diventa tanto più ampia ed efficace quanto più coincide e viene condivisa da quella dei suoi compagni di lotta.

Una volta tutto ciò era molto ben chiaro a chi credeva alla Falce e Martello, non solo come simbolo di un progetto e di una rivoluzione socialista, ma anche a chi sapeva che essa non sarebbe mai stata possibile senza un processo altrettanto rivoluzionario di emancipazione sociale e di promozione culturale ed educativa di una umanità nuova, basata, in primis, su incentivi morali e sul buon esempio.

Che possano essere i socialisti a far rivivere non solo questo simbolo, ma anche e soprattutto il suo significato, ci appare oggi quindi, come una missione cruciale a cui dedicarsi per rendere una vita orientata secondo certi valori ancora degna di essere vissuta.

Carlo Felici