“IO VI ACCUSO. GIACOMO MATTEOTTI E NOI”

di Concetto Vecchio |

Novembre. Il treno mi lascia a Rovigo. Comincio questo viaggio da un corpo. Voglio raggiungere Fratta Polesine.

La tomba di Giacomo Matteotti. Campi di grano gelati, pioppi spogli, strade vuote. Ho bisogno di un segno tangibile, qualcosa di concreto a cui aggrapparmi. Mi serve un’immagine. Devo vedere. Le cose si capiscono solo andando sui posti.

Matteotti. Il nome di una via o di una piazza, di tante vie e di tante piazze, nessun politico del Novecento ne ha così tante. Ripescato per impreziosire i discorsi, bandiera da sventolare, fumisteria retorica, per il resto è come rimosso dall’immaginario collettivo.

Anch’io so quattro cose. Un parlamentare socialista che tra i primi si è opposto al fascismo è stato ucciso cent’anni fa e da allora la sua memoria risulta schiacciata alla sua morte violenta. Dev’esserci dell’altro. Quest’avventura sarà felice scoperta.

Non conosco la sua voce. Ignoro la gestualità, gli slanci di amore e di odio di cui si nutrì, un uomo è soprattutto il fuoco delle sue passioni.

Non esistono né video né audio, nessuno che è in vita può avere ormai ricordi diretti, restano però i suoi discorsi, ne pronunciò centosei in parlamento, e l’unico film, sul delitto, risale al 1973. Regia di Florestano Vancini, parecchio didascalico, con i rumori da film western a sottolinearne i picchi più drammatici, Franco Nero nei panni di Matteotti e Mario Adorf in quelli di Mussolini. Che fine ha fatto Nero? Googlo. Ha ottantadue anni.

Un sole malato filtra tra i rimasugli di nebbia mattutina. Malinconia padana. Mi piace immaginare che Matteotti, scendendo alla stazione di ritorno da Roma, percorresse questa stessa strada secondaria, in macchina, in bicicletta, qualche volta con il calesse.

Nelle campagne, durante la bella stagione, poteva scorgere i contadini curvi che lo salutavano con calore. Venerato dagli ultimi, vilipeso dai potenti, incompreso talvolta dai compagni di partito, la sua vita sfocia nel cavalleresco, con tinte da romanzo nero. È sempre stato in fuga da qualcosa, credo anche da se stesso. «Un volontario della morte», lo definì Piero Gobetti. Non so come abbia fatto a barcamenarsi in quel mare di ostilità.

Mi chiedo se valga la pena aver preso il Frecciarossa da Roma di primo mattino per arrivare fin quassù. Sul lato della strada scorre un canale, il Pestrina. Uccelli neri volteggiano sull’orizzonte lattiginoso. Tra un po’ sarà inverno fitto, i campi saranno pietrificati. Non incontro anima viva.

Allora cosa mi ha spinto a venire? Potrei rispondere che sono venuto per Matteotti, nel tentativo di capire perché un martire del Novecento sia stato dimenticato. Ma so bene che è vero solo in parte. Un libro è sempre una ricerca, di sé anzitutto. E anche questo non fa eccezione. Sto cercando un segno e allo stesso tempo intendo lasciarlo.

Il centro abitato di Villamarzana spezza la monotonia della strada dritta. Matteotti vi è stato anche sindaco. Una scolaresca delle elementari si è radunata in piazza, per un po’ mi soffermo a osservare i bambini ascoltare la spiegazione delle maestre.

Il 15 ottobre 1944 i fascisti uccisero quarantatré cittadini. Si erano ribellati anche in nome di Matteotti, la cui figura volgeva già nel mito. Sulla facciata del municipio una lapide lo ricorda, una delle tante che punteggiano il territorio e che nessuno legge.

Poi, sul rettilineo, in mezzo alla campagna, si schiude il cimitero di Fratta Polesine. Sono arrivato. Percorro il vialetto costeggiato di croci e lapidi, alla cui fine, in posizione centrale, si erge una grande cappella intonacata di un grigio chiaro: FAMIGLIA

MATTEOTTI c’è scritto in alto.

Sono l’unico visitatore questa mattina. Giacomo Matteotti riposa nella solitudine autunnale. Trovo aperta la porta. La bara è collocata al centro di un piccolo spazio. Un sarcofago di marmo nero con la scritta del nome in caratteri di bronzo. Venne donato dagli operai di Bruxelles, che lo avevano incontrato poco prima del delitto nel corso di una riunione dell’Internazionale socialista. Ora qualcuno l’ha coperto con le bandiere dell’Italia e dell’Europa. E proprio i vessilli, nel contrasto con lo scuro della bara, rendono il luogo come colorato, come allegro.  Ne sono abbagliato.

Mi fermo sulla soglia per non calpestare i garofani sistemati ai piedi del sarcofago, raccolgo da terra i biglietti lasciati tempo fa da alcuni visitatori.

«Caro Giacomo», c’è scritto su una busta.Come se fosse un amico ancora in vita. Una coppia di insegnanti, Giovanna e Gianfranco, ha vergato queste righe: «Onorevole Matteotti, in questi giorni difficili veniamo a onorare la sua tomba, non mancando mai di onorare la sua memoria, e la sua idea di dignità e altissimo senso civico nelle nostre classi». Quindi qualcuno viene a fargli visita di tanto in tanto.

Le bandiere, i fiori, i biglietti, il sole che illumina potente l’interno, fanno di questo mausoleo un luogo vivificato da un caldo spirito.  Uao, penso. È proprio ciò di cui avevo bisogno.

La cappella contiene le salme della moglie, Velia Titta, e della madre, Isabella Garzarolo, del padre Gerolamo, dei fratelli Silvio e Matteo, dei figli Giancarlo, Matteo, Isabella, che non ebbero quasi ricordi del padre, tanto erano piccoli quando morì, e che avevano venti, diciassette e sedici anni quando, dopo un’operazione, se ne andò anche la madre. Era il 1938, l’anno della promulgazione delle leggi razziali. Chi si è occupato di loro? Devo scoprirlo.

Matteotti giace qui dall’11 ottobre 1928. Vi giunse dopo peripezie, traslochi, trafugamenti, trattato come un appestato. Ucciso il 10 giugno 1924 sul lungotevere a Roma il suo corpo era stato trovato soltanto due mesi dopo, in un bosco alla Quartarella, nel comune di Riano, a venti chilometri dal luogo dell’omicidio. Ridotto a uno scheletro. Le carni divorate dai cani e dagli animali selvatici. Il medico lo identificò dalla dentatura.

Nemmeno dopo questo strazio la sua sorte fu più dignitosa. Inizialmente finì tumulato nella cappella di Giuseppe Trevisan, l’amministratore dei beni della famiglia Matteotti, messo lì per non dare troppo nell’occhio, reso anonimo e quindi non attaccabile dai fascisti. Anche il suo fantasma suscitava istinti demolitori. Un anno dopo la sepoltura Trevisan chiese alla signora Isabella di trasferirlo in un sepolcro dismesso.

I fascisti lo avevano minacciato di devastargli la cappella, che ospitava anche le spoglie del figlio, morto bambino. Spaventato, cedette. Matteotti quindi finì dentro un loculo camuffato, per evitare che i fascisti lo potessero trovare e profanare, la madre assistette in lacrime a quell’umiliante spostamento, le parve l’ultimo sfregio, tra i singhiozzi urlò: «Governo assassino».

Poi il regime cominciò a temerne il fascino. Si diffuse la preoccupazione che la tomba potesse finire all’estero, in mano agli esuli antifascisti, esibita come un trofeo o meta di un pellegrinaggio laico. Si escogitò allora la soluzione della cappella dei Matteotti. Isabella Garzarolo la ottenne a patto di costruire a sue spese la nuova camera mortuaria comunale.

Una volta edificata il prefetto di Rovigo ordinò però la cementificazione del sarcofago, che così fu reso inamovibile, impedendo ogni possibile trafugamento del corpo. La moglie chiese di celebrare almeno una messa in suffragio, le autorità la imposero alle sei e trenta del mattino. Anche l’ombra di Matteotti venne sorvegliata e controllata. Schedato chi solo si avvicinava. Vietata ogni commemorazione. Era prigioniero anche da morto.

Sto capendo più cose stando al cimitero che nei tanti libri letti o sfogliati finora. Per mesi ho pensato a quale fosse l’attacco più giusto, il più vero, per rendere esatta misura di questo racconto difficile. È una di quelle vicende che si dicono semplici e invece sono maledettamente complicate.

Adesso mi è chiaro che bisogna partire dal corpo. Di un uomo che ha combattuto e che è stato combattuto. Conteso. Diverso. Mai popolare. Come definirlo se non un antitaliano, per educazione e postura civile. Questo mi ha indotto a raggiungere un piccolo cimitero di campagna. Il suo essere fuori dal coro. Il suo non parlare in latino.  Antitaliano, mi piace.

Nel pomeriggio mi sposto a Ferrara. Lì, in una pasticceria alle spalle del Castello Estense, racconto di questa mia suggestione allo storico Giovanni Scirocco. Mi rivela un dettaglio che mi era sfuggito, e cioè che nell’ultimo discorso di Matteotti, alla Camera dei deputati, il 30 maggio 1924, il fascista Bramante Cuttini gli urlò: «Non parlare tu, che non sei italiano».

«Per ora siamo tutti italiani!» gli rispose Matteotti. Maurizio Maraviglia e Roberto Farinacci, due capi fascistissimi, gli diedero sulla voce: «No, lei non è italiano!».  Chi era contro il duce era contro l’Italia, contro la nazione. Era antitaliano. Riportato dalla cronaca del quotidiano “La Stampa”, ma stranamente non nello stenografico ufficiale, questo scambio di battute mi pare una riprova di quel che confusamente mi era parso di capire.

Soltanto che l’essere coraggiosamente fuori dalle convenienze, dall’ammuina, è esattamente una parte, tra le tante, dell’essere italiano. I fascisti avevano torto. Come altri martiri civili Giacomo Matteotti era stato italianissimo, perché risiede nella contraddizione la vera cifra del carattere nazionale. Si era staccato dagli altri rimanendo fedele alla sua coerenza. Proprio questo mi attrae.

Quindi anche da morto disturbava i sonni dei gerarchi. Al punto che ordinarono di nasconderne la bara, fare in modo che non circolasse e si trasformasse in una bandiera. Matteotti doveva sparire. Lontano dagli sguardi e dalle menti, perché rappresentava la cattiva coscienza del Ventennio. Ma, come in quegli incubi che ci assalgono d’improvviso la notte e che poi fatichiamo a dimenticare, il suo fantasma affiorava ad ammonirli. Più veniva rimosso più il fantasma si faceva oscura minaccia. Perciò il suo esempio – un uomo di sinistra che ha sfidato Benito Mussolini e che ha pagato con la vita – ci interpella anche adesso.

M’inoltro senza meta per le vie di Fratta Polesine, il paese di Giacomo Matteotti. Ha un che di appartato, di interno. Bisogna venirci apposta. I prati sono ricolmi di foglie rinsecchite, gli avventori dei bar con il bicchiere di bianco in mano si crogiolano nella luce commovente dell’autunno, la piazza principale naturalmente porta il nome del suo figlio più noto. Mi colpisce la loro lingua. Conversano nei suoni melodiosi del dialetto veneto. «Me piase, me godo.» Parlava così anche Matteotti? Scrivo di un uomo di cui è misterioso anche il timbro di voce.

«È bella Fratta», dico a Lodovica Mutterle, la direttrice della casa museo dedicata a Matteotti, che mi aspetta in piazza. «Sì, e non lo sa», risponde. «Qui le pietre parlano», aggiunge dopo qualche secondo di silenzio. Lodovica mi guida tra le ville patrimonio dell’Unesco, alcune ancora abitate, in mezzo scorre un canale, lo Scortico.

È un’ex insegnante di italiano e latino al liceo Celio a Rovigo, lo stesso frequentato da Matteotti. Quindici anni fa la sua passione per gli archivi l’aveva portata a sistemare le vecchie carte del comune, lì, nel riordino dei documenti, si è imbattuta in Matteotti: «Me ne sono innamorata», ammette, ridendo. Si deve alle sue ricerche se è venuto a galla l’affaire della peripezia della tomba. «Era un visionario», dice all’improvviso.

“Visionario”, appunto sul mio taccuino.  Ci fermiamo davanti al palazzo che un tempo ospitava il bazar della famiglia Matteotti, gestito dalla madre, Isabella. Sorgeva sotto i portici, accanto al bar Commercio, ora è la sede dello studio di un ginecologo e di una pasticceria. Entriamo per bere un caffè, quando usciamo mi accorgo che due adesivi di Giorgia Meloni risultano attaccati alla bacheca di fronte.

A cento metri dalla merceria, in una via nascosta dagli alberi, si trova la villa nella quale è cresciuto Giacomo. Lodovica me la indica con la mano. «È monumento nazionale», dice. Ha un grande giardino davanti. Venne acquistata dal padre e ristrutturata pezzo dopo pezzo, all’epoca era tra le dimore più in vista della zona. I Matteotti erano qualcuno. Quando la famiglia vi si è trasferita, nel 1895, Giacomo aveva dieci anni. Mentre stiamo per accedervi esce una scolaresca, studenti del liceo classico Maffei di Verona.

«Com’è andata?» domanda ansiosa Lodovica.  «Molto interessante», rispondono in coro i ragazzi.  Matteotti vi ha vissuto con la madre, e poi si è aggiunta Velia, prima che i fascisti lo costringessero alla fuga, all’erraticità, intimandogli di non mettervi più piede.

Attraversiamo la cucina, penetriamo nel salotto, dove, su un tavolino, venne collocata la bara prima che fosse portata al funerale, il 21 agosto 1924. A Fratta erano accorse diecimila persone per l’ultimo saluto, secondo il resoconto del parroco. La bara era giunta in treno a Rovigo, partendo da Mentana. Velia pretese un viaggio senza onori, né guardie né bandiere.

«Guarda qui», Lodovica tira fuori un quadretto con dentro un garofano appassito. Lo colse sulla tomba, il giorno dell’ultimo saluto, un nipote di Giacomo Matteotti, Mino Steiner, figlio di Emerico Steiner, industriale milanese, e di Fosca Titta, una delle sorelle di Velia. Allora era un ragazzo. È stato conservato per un secolo intero e pur appassito mantiene intatta la sua intima bellezza. Suo figlio, Marco Steiner, lo ha quindi donato al museo.

Pur avvizzito il garofano è sopravvissuto alle profanazioni della memoria, penso, mentre visitiamo lo studio. Vedo la scrivania dove Matteotti buttava giù i suoi articoli, riposti dietro una libreria con la vetrinetta, passo in rassegna i libri che leggeva, quella posta al primo piano contiene anche il romanzo di Velia, L’idolatrata, che lei firmò con uno pseudonimo maschile, Andrea Rota.

La stanza da letto dà sul guardino, quando la mattina aprivano la finestra la luce colmava la stanza. Più in là c’è il pianoforte, «l’educazione musicale dei figli l’affido a te», le disse Giacomo. Qua e là foto di paesaggi, scattate da Matteotti, che, tra le tante inclinazioni, ebbe anche quella della fotografia. Esposta c’è una bandiera socialista della sezione di Adria, i fascisti la rubarono e la usarono per sfregio come tovaglia per i loro banchetti. È maculata di chiazze di vino, bucherellata.

Ci ha raggiunto il sindaco, Giuseppe Tasso, a capo di «una civica che comprende tutto l’arco costituzionale». Vuol salutarci. Dice che il consiglio comunale ha deliberato una strada in onore di Velia, uscendo dalla casa museo è la via che si diparte a sinistra, uscendo dal giardino. «Giancarlo Matteotti era amico di mio padre democristiano», ci tiene a dire.

«Vieni», dice Lodovica, «ti devo fare vedere la lapide in piazza.» Un’altra, penso. Torniamo indietro. E me la indica, sopra una finestra. «Da qui si sporgeva per i suoi comizi.» Leggo l’iscrizione nell’epigrafe: «Giacomo Matteotti assurto nel martirio a simbolo di libertà presso tutte le genti nella sua terra senza pace attende il giorno della giustizia riparatrice».  «Venne censurata», chiarisce Lodovica. «In che senso?» «Fino al 2011 l’iscrizione finiva con la parola terra.» Rialzo lo sguardo. Rileggo.

«“Senza pace attende il giorno della giustizia riparatrice” venne aggiunto dopo?» chiedo.

«È così», annuisce. L’11 giugno del 1950, in occasione dell’anniversario della morte di Matteotti, i compagni della sezione locale del Psi decisero di collocare questa lapide sul muro prospiciente la piazza principale. Il testo era stato scritto dall’onorevole Alcide Malagugini, che aveva conosciuto Matteotti sui banchi del liceo Celio. La mattina prima dell’inaugurazione, il 10 giugno, un commissario della questura si precipitò dal sindaco di Fratta, Antonio Celeghin, facendogli notare che non era stata presentata la regolare domanda per la collocazione.

Ci fu una discussione sul testo, il commissario pretendeva una modifica, il sindaco fece mettere a verbale «la sua esitazione», dopodiché comunicò al segretario del partito, Ferruccio Gasparetto, che la lapide non poteva essere affissa per mancanza della relativa concessione. Si aprì una trattativa.

Da Rovigo venne il questore in persona a discuterne con il sindaco e con il segretario. Chiese a Celeghin il significato della frase incriminata, il sindaco rispose che non sapeva spiegarlo, il questore allora interpellò il prefetto, ci fu tutta un’ermeneutica, la frase disturbava, ma vietarne l’affissione avrebbe comportato un problema di ordine pubblico. Era l’Italia di Mario Scelba ministro dell’interno democristiano, che usava il pugno duro contro le sinistre.

Dopo una trattativa concitata si giunse a un compromesso. La lapide veniva autorizzata a patto che si togliessero le ultime otto parole, che al rappresentante del governo dovevano apparire eccessivamente rivendicative. Il fascismo, seppur morto, sopravviveva nell’animo dei suoi funzionari sopravvissuti.

Un marmista eliminò così le lettere di bronzo che componevano la frase «senza pace attende il giorno della giustizia riparatrice». E davvero senza pace era stato fino a quel momento il corpo di Matteotti. Il processo a carico dei suoi assassini aveva lasciato valanghe di dubbi, ancora adesso intatti, sulle complicità degli alti papaveri del regime, sul ruolo di Mussolini. Il suo principale responsabile, lo squadrista killer Amerigo Dumini, di lì a poco beneficiò di un’amnistia, varata dal governo democristiano Pella, uscì di carcere e si iscrisse al Movimento sociale italiano.

La lapide fu attaccata al muro, ma censurata su ordine dello Stato. Il giorno dell’affissione da tutto il Nord, portati da un treno speciale, giunsero millecinquecento militanti, e s’incamminarono dalla villa dei Matteotti alla piazza. Tra loro c’era anche Lina Merlin, parlamentare socialista, la prima donna a essere eletta al Senato, che si batteva per l’abolizione delle case chiuse. La cerimonia non spense il disappunto per la frase espunta.

Merlin presentò un’interrogazione sulla vicenda. L’onorevole Fernando Santi si rivolse a Scelba «per conoscere quali provvedimenti intende adottare nei riguardi del prefetto e del questore di Rovigo i quali hanno palesemente violato la Costituzione repubblicana». Ma nulla accadde per sessant’anni di democrazia antifascista e la vecchia iscrizione sarebbe ancora lì se non fosse stato per la tenacia di Lodovica Mutterle nel rispolverare quest’altra piccola storia ignobile. Che paese!, penso mentre lascio Fratta Polesine.

Fonte: www.dagospia.com