IL SOCIALISMO LIBERALE COME NUOVO PARADIGMA

di Davide Passamonti |

Oggi più che mai la “Sinistra”, nel mondo occidentale, si trova in estrema difficoltà nell’identificazione di ciò che deve e/o vuole essere e rappresentare. Trascorsi trentanni dalla caduta del muro di Berlino, ancora oggi la sinistra non sa dare risposte concrete ai cambiamenti strutturali della società e del capitalismo. Venuto meno l’ancoraggio ideologico e la contrapposizione tra capitalismo e comunismo, chi ha dovuto fare i conti con la propria storia sono stati i partiti di sinistra. In altre parole, la sinistra ancora oggi non è stata in grado e non ha avuto il coraggio di adattare e aggiornare il proprio paradigma culturale di riferimento, così da non avere una chiara e concreta cultura politica.

Invece, è proprio in questo momento storico di profonde trasformazioni sociali ed economiche che si possono delineare le condizioni più favorevoli all’affermazione di una nuova cultura di sinistra. Eppure la “Sinistra”, nel mondo occidentale, appare ancora impreparata a confrontarsi con queste trasformazioni profonde e che, volenti o nolenti, costruiranno il mondo di domani. Nonostante la finestra di opportunità che si sta dispiegando all’orizzonte sia potenzialmente assai promettente.

E’ necessario, quindi, dare una nuova risposta culturale ai cambiamenti strutturali in corso. D’altra parte una visione aggiornata dell’assetto sociale è il fulcro strategico per i movimenti politici che si ispirano alle tradizioni socialiste e liberali; ovvero, la visione dell’assetto strutturale è il passo fondamentale per avere una prospettiva politica di lungo periodo e un quadro di riferimento chiaro e stabile.

Liberalismo (nella sua corrente egualitaria) e socialismo possono e devono fare sintesi dei migliori aspetti delle due tradizioni politico-culturali; costruendo così nuovi strumenti teorico-politici sui quali sviluppare una moderna prospettiva progressista e un nuovo “paradigma socialista”.

Il Nuovo Paradigma Socialista

A differenza di quanto avvenuto nel campo della destra politica, che hanno interpretato i cambiamenti in chiave populista e “autoritaria”, i partiti di sinistra si sono trovati completamente impreparati ad affrontare le crisi in essere e non sono riusciti a cambiare. Inoltre, nella vasta e varia letteratura politica di sinistra, le trasformazioni sociali non sono state a sufficienza esaminate. Le implicazioni di tali cambiamenti non hanno inciso e non hanno mutato il “paradigma socialista tradizionale” di riferimento (quello marxista o, per certi versi, quello keynesiano dell’ “aumento costante della spesa pubblica[1]”) – che ha continuato da applicarsi come se i mutamenti strutturali non avessero incidenza. Cioè, non ci si è domandati a sufficienza, come socialisti e liberali, “se le nostre politiche tengano conto delle implicazioni che le trasformazioni nelle «condizioni materiali» della produzione hanno sul nostro stesso concetto di riassetto sociale e sui rapporti sociali nuovi che ne emergono[2]”.

Il “riassetto” nel socialismo non nasce da principi o postulati astratti, non da certezze aprioristiche ma da un’analisi e valutazione delle situazioni storiche, delle condizioni e dei rapporti sociali che ne derivano. Il primo aggiornamento da fare è quindi sui cambiamenti nelle condizioni e nei rapporti sociali. L’impressione è che manca proprio questo.

Le trasformazioni più importanti nella struttura della società odierna si stanno avendo nelle attività produttive e nella tipologia di lavoro; ovvero: 1) fine dell’agricoltura; 2) declino dell’industria; 3) sviluppo delle piccole e medie imprese e declino del lavoro “dipendente”; 4) società “post-industriale”; 5) sviluppo occupazione precaria; 6) la professionalizzazione del lavoro e l’educazione continua; 7) conoscenza e professionalità sostituiscono il capitale come fattore primario della produzione; 8) declino del guadagno come motivazione e esplosione delle attività non-profit (Archibugi, 2007).

Queste sono le trasformazioni che stanno portando il capitalismo odierno ad un “post-capitalismo”; cambiamenti che dovrebbero essere la linea guida dello sviluppo del pensiero di una sinistra politica.

Il socialismo liberale

Il cambio di paradigma, per avere forza e adattarsi alle trasformazioni profonde odierne, deve saper tenere insieme ciò che si vuole oggi rappresentare con il termine socialismo e cosa, invece, con il termine liberalismo egualitario. Paradigma che può essere definito come: socialismo liberale.

Il Socialismo liberale per avere ancora quella forza “riformatrice-radicale” (già affermata da Rosselli) congenita nei suoi valori iniziali e per trovare il proprio “momento politico” nel riassetto sociale deve porsi l’obiettivo di ‘andare oltre il Welfare State’[3]. La necessità odierna è quella di integrare le “conquiste” del Welfare con una capacità di gestione e di controllo dello sviluppo dell’intera comunità, da parte delle istituzioni pubbliche, con una più diretta azione di coordinamento programmatico generale (e permanente) di tutti i fenomeni economici in cui si esprime lo sviluppo. Questo modello si basa sul principio di dare allo Stato, nella sua articolazione istituzionale, il compito di ideare obiettivi politico-sociali della comunità e la responsabilità di realizzarli con azioni coordinate e possibili (e quindi con scelte che possono portare a limitazioni o revisioni – più o meno parziali – degli obiettivi). La critica si pone al libero ed autonomo gioco dei poteri ‘privati’, ovvero il “mercato”, il quale non è in grado né di attuare gli obiettivi né di creare quelle uguaglianze di opportunità e quelle solidarietà proprie di una comunità veramente liberale e democratica[4].

Che la programmazione (o pianificazione) sia condizione necessaria per il superamento del Welfare State lo si affermava già nel 1960 nell’opera dal titolo “Beyond the Welfare State. Economic Planning in the Welfare State and its International Implications” di Gunnar Myrdal – premio Nobel per l’economia nel 1974.

“Man mano che l’intervento, pubblico ma anche privato (sul mercato), è diventato più frequente e più vasto, e strettamente correlato agli altri fattori di questo possente processo di cambiamento sociale, sono sorte situazioni sempre più complesse, contraddittorie e confuse. E si è fatta sentire sempre più pressante la necessità di un coordinamento razionalizzante da parte dello Stato, inteso come organo centrale di volontà pubblica.

Il coordinamento conduce alla pianificazione, o – meglio – è la pianificazione, così come si intende questa parola nel mondo occidentale.

Il coordinamento delle misure di intervento implica una loro riconsiderazione complessiva, che valuti come combinarle perché siano utili agli obiettivi di sviluppo dell’intera comunità nazionale, non appena questi obiettivi vengano fissati attraverso il processo politico che fornisce la base del potere. Il bisogno di coordinamento nasce dal fatto che i singoli atti di intervento, il cui volume totale sta crescendo, non sono stati presi in considerazione in questo modo quando li si è assunti inizialmente. […]

Quando l’edificio del Welfare State cresce si rende urgente la pianificazione […]. E’ da sottolineare che i sistemi di sicurezza sociale che stanno diventando sempre più dispendiosi, […] e ridirigono la distribuzione di una porzione così importante del prodotto nazionale, che debbono essere semplicemente coordinate l’un l’altra e con lo sviluppo complessivo dell’economia nazionale. Così si arriva alla pianificazione, modernamente concepita.” [Myrdal 1960, p. 45 a 47]

Gli obiettivi sostanziali della politica vanno elaborati, definiti, valutati con la programmazione senza pregiudizi a priori su quanto il mercato o lo stato possono contare.

Ne deriva: la programmazione non è più intesa come strumento per il conseguimento di obiettivi, ma come metodo per l’elaborazione di obiettivi.

Nel nuovo paradigma socialista liberale laprogrammazione “democratica” diventalo scopo del socialismo. Essa non è solo un metodo che le istituzioni pubbliche hanno per darsi degli obiettivi di carattere sociale ed economico oltre a realizzarli attraverso riforme più o meno occasionali; non è  quel modello che ha visto introdurre nei vari paesi occidentali il Welfare Statepiù o meno sviluppato. Ovvero la semplice, ma pur sempre positiva, introduzione nel sistema dominante di correttivi come diversi servizi sociali sempre più avanzati. Il deficit di questo sistema è quello di “accontentarsi”, di accettare modifiche più o meno significative al sistema capitalistico, non superarlo. Nel libro “Un socialismo possibile” Antonio Giolitti nel 1967 scriveva:

“la programmazione comporta anzitutto un profondo rinnovamento nell’organizzazione e nell’azione dello stato, nei metodi di governo e di controllo, di deliberazione e esecuzione. Tutte le istituzioni, dal parlamento agli organi ausiliari, dal governo ai comuni, saranno investite dalla scossa e dalla spinta delle nuove responsabilità e dei nuovi compiti della politica di programmazione. E forse è proprio sul terreno della riforma dello stato, più che su quello della politica economica in senso stretto, che traspare quel tanto di utopia che dà sapore, mordente, carica ideale alla programmazione. Oggi senza questa «utopia», e senza la volontà di tradurla in realtà, l’azione politica si affloscia in una pratica quotidiana di scetticismo o di cinismo, in una sfiduciata rassegnazione al «meno peggio»”. [Giolitti, 1967 p. 58]

Bibliografia:

– Archibugi F. (2002), L’economia associativa, Sguardi oltre il Welfare State e nel post-capitalismo, Edizioni di Comunità, Torino.

– Archibugi F. (2005), Dal Welfare State allo Stato Programmatore, (Saggi, pp-55-61).

– Archibugi F. (2007), L’evoluzione strutturale della società e il paradigma socialista tradizionale. Prime note per una discussione, Roma – Sala Grande Ex Hotel Bologna.

– Archibugi F. (2011), La programmazione come strumento specifico dell’utopia socialista, Roma, Fondazione Basso e dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana.

– Archibugi F. (2012), I socialisti e la programmazione: tra passato e futuro, Roma, Fondazione Giacomo Brodolini FGB.

– Archibugi F. (2022), Il Privato Collettivo – Un nuovo socialismo che sta cambiando il paese, Roma, LUISS.

– Myrdal G. (1960),  Beyond the Welfare State. Economic Planning in the Welfare State and its International Implications, London, Yale University Press.

– Giolitti A. (1967), Un socialismo possibile, Torino, Enaudi Editore.

Passamonti Davide 29/04/2023


[1]      Il deficit-spending è stato funzionale in epoca industriale; oggi, però, con i cambiamenti strutturali in corso – dalla società industriale alla società post-industriale – tale politica non produce più gli effetti desiderati.

[2]      Archibugi F. (2007).

[3]      Traduzione del titolo del libro di Gunnar Myrdal, del 1960.

[4]      Adattamento e rivisitazione di un passaggio in Archibugi (2002).