GOVERNARE L’INFLAZIONE


di Renato Costanzo Gatti – Socialismo XXI Lazio |

Dopo anni, in cui si era calmata, l’inflazione è tornata a colpire la nostra economia e ci siamo trovati ancora in difficoltà per combatterla. In questa sede voglio affrontare solo quel tipo di inflazione detta “esogena” che cioè deriva dall’incremento del prezzo di materie prime o di energia che provengono da paesi terzi verso i quali siamo degli importatori.

Ritengo tuttavia che la classica inflazione da TQM (teoria quantistica della moneta) non sia estranea all’inflazione odierna, anzi per molti commentatori i quantitative easings, erogati dalle banche centrali nei recenti anni, hanno sicuramente una quota di responsabilità nell’inflazione odierna. In tale ipotesi le banche centrali hanno grosse capacità di intervento, generalmente operando sul tasso ufficiale di sconto. Questo strumento, tuttavia, è scarsamente utile nella lotta contro l’inflazione esogena (anche se la Lagarde pare non condividere questa opinione).

Mi soffermerò, nei miei ragionamenti, all’inflazione esogena, quella che ha colpito il nostro paese negli anni 70 con l’aumento del prezzo del petrolio, e che si è ripresentata recentemente per l’aumento del prezzo del gas.

Le politiche atte a contrastare il pericolo da inflazione esogena sono, a mio parere, di due nature: una politica preventiva che diminuisca la dipendenza da fonti inflattive e, nel momento in cui l’inflazione si scatenasse, una politica concertativa capace di governare i conflitti di classe insieme alla competitività internazionale.

Politiche preventive           

Sono quelle più importanti e lungimiranti, ma anche quelle che richiedono una capacità di governo che poco si riscontra in questi anni di privatizzazioni, liberalizzazioni e di quello che io definisco “shortismo”, ovvero quella miopia che ha invaso i partiti politici senza più cultura ideologica, sovrastata da un pragmatismo di stampo elettoralistico. Per esempio negli anni 70 si impostò una risposta al problema energetico che giunse a programmare ben 60 centrali nucleari di cui se ne realizzarono cinque. Esse furono chiuse dopo il referendum post Chernobyl. Il referendum fu uno strumento legittimo per una scelta a mio parere sbagliata (e ciò fa pensare ai limiti della democrazia diretta), quello che conta, nel mio argomentare, è che successivamente al referendum i nostri governanti non hanno elaborato un’altra strategia di lunga visione e si sono nel tempo resi troppo dipendenti dalla Russia.

A dimostrazione delle conseguenze di quella scelta basta guardare come è diversificato il paniere energetico 2020:

Europa GermaniaFranciaItalia
Rinnovabili12   5811
Petrolio36353136
Carbone111524
Gas naturale                25261741
Energia idroelettrica     5167
Nucleare 115360

Ancora l’imprudenza dei nostri governanti si riscontra nella scelta del sistema di determinazione del prezzo che, mentre in passato era calcolato sui prezzi effettivamente pagati dalle imprese importatrici. In Italia l’ENI e la SNAM importavano a prezzi contrattuali molto contenuti  che legavano il prezzo al fatto che, specialmente per il gas, si dovevano avere quantitativi concordati e connessi all’ammortamento del costo del gasdotto costruito e quindi comportanti la norma del take or pay, secondo la quale se non si importavano i quantitativi preconcordati si doveva comunque pagarne il prezzo. Nel mito del “libero mercato” abbiamo invece scelto di determinare il prezzo basandolo sul mercato borsistico di Amsterdam TTF. Su questi mercati gli operatori (speculatori) che ricercano di operare col meccanismo D-D’, prevedendo un aumento del costo del gas dovuto alle frizioni (poi sfociate nella guerra Ucraina) tra Russia e paesi occidentali, incrementano la domanda con i contratti “futures” comprando ora (causando l’ulteriore aumento del prezzo), potranno più in là nel tempo rivendere a prezzi esplosi a livelli mai visti.

Una ulteriore debolezza dei nostri governanti consiste nella presunzione di agire per il bene del paese non acquistando più né petrolio né gas dalla Russia e ciò per evitare di finanziare l’aggressore. Ecco allora le sanzioni che penalizzano i paesi europei favorendo le esportazioni USA verso l’Europa; la differenza tra i costi energetici USA e il costo energetico europeo è nel rapporto di 1 a 5. I Russi hanno sostituito le esportazioni verso l’Europa con esportazioni verso la Cina (sostituzione facile per il petrolio, meno per il gas che richiede la costruzione di gasdotti, che comunque sono stati costruiti o sono in costruzione). Ma quello che è meno noto è che molti paesi occidentali rispettando il divieto di importazione di petrolio dalla Russia, hanno aumentato le importazioni di petrolio russo riciclato in paesi che non aderiscono alle sanzioni, finanziando così, indirettamente, l’aggressore.

Politica concertativa

Il fenomeno inflattivo ha una caratteristica tipica, quella per cui c’è una parte della popolazione, ovvero gli operatori economici, che riesce a scaricare sul prezzo dei prodotti, che produce o rivende, l’incremento dei costi esogeni e c’è un’altra parte della popolazione, ovvero i percettori di reddito fisso, che non ha la capacità di scaricare gli effetti inflattivi, se non con una lotta rivendicativa per mantenere lo stesso potere di acquisto.

Decisamente l’attore più forte è quello che riesce a scaricare l’aumento dei costi, agendo sui prezzi; più debole è la posizione dei percettori a reddito fisso, posizione che è stata colta di sorpresa dai recenti fatti inflattivi dopo che per anni questo non era stato un problema. Molti sindacati avevano accantonato il problema che, per altro era gestito, parlo dei paesi europei, in modo differenziato.

I sistemi adottati nei vari paesi si differenziavano per avere: alcuni paesi, una indicizzazione automatica indipendente dagli aumenti negoziati; altri avevano accordi detti “all in” che mettono in connessione gli aumenti negoziati con quelli inflattivi; inoltre l’indicizzazione può riguardare l’aumento del costo della vita con panieri che contengono tutti i prodotti di consumo; altri panieri invece escludono beni come alcool e tabacco ma molti escludono (come quello italiano) i costi dei prodotti energetici; ancora l’indicizzazione può essere basata sugli aumenti verificatisi nel periodo precedente, o, al contrario, basati su una inflazione programmata con adeguamento o meno a quella che effettivamente si concretizza.

Va comunque rilevato che in molti paesi (ad esempio Svezia, Danimarca, Finlandia e Germania) i sistemi di indicizzazione dei salari sono praticamente assenti.

Prendendo in considerazione un sistema con indicizzazione totale, basata sul tasso di inflazione del precedente periodo (mensile, bimestrale, semestrale o annuale), posto che a scatenare la rincorsa tra prezzi e salari è sempre l’aumento dei prezzi che i salari cercano di inseguire (in toto o parzialmente) ma sempre in ritardo di un periodo, occorre convenire che la spirale prezzi/salari (un incubo di tutte le banche centrali) è una spirale che incide in modo pesante in una rincorsa che alimenta gli effetti inflattivi.

Vediamo ad esempio un prodotto il cui costo è composto da beni di origine esogena, salari e un mark up che genera il profitto. Nel secondo periodo l’elemento esogeno aumenta da 70 a 100€ e nel periodo successivo i salari si adeguano al nuovo costo della vita (qui rappresentato dal prezzo finale del bene) generando un nuovo aumento di costo esaltato dal mark up che non muta.

PeriodoValorinumeri indice
 esogenilavoromark upprofittoprezzoprezzosalarioprofitto
17050,002120,00240,00100,00100,00100,00
210050,002150,00300,00125,00100,00125,00
310062,502162,50325,00135,42125,00135,42
410067,712167,71335,42139,76135,42139,76
510069,882169,88339,76141,57139,76141,57
610070,782170,78341,57142,32141,57142,32
710071,162171,16342,32142,63142,32142,63
810071,322171,32342,63142,76142,63142,76
910071,382171,38342,76142,82142,76142,82
1010071,412171,41342,82142,84142,82142,84
1110071,422171,42342,84142,85142,84142,85
1210071,432171,43342,85142,85142,85142,85
1310071,432171,43342,85142,86142,85142,86
1410071,432171,43342,86142,86142,86142,86
1510071,432171,43342,86142,86142,86142,86

Notiamo che la spirale si stabilizza verso il dodicesimo periodo in cui un aumento del 42,86% dei beni esogeni (ad esempio l’energia) porta ad un aumento allo stesso livello anche del prezzo del bene e dei salari, tutti assestati al numero indice 142,86.

Quando c’era la lira l’aumento dei beni prodotti faceva perdere competitività rispetto ai beni dei paesi concorrenti, svantaggio che risolvevamo svalutando la lira (riandiamo ad esempio all’inflazione degli anni 70 per rinverdire ciò che succedeva allora).

Adesso che c’è l’euro, la svalutazione è impossibile per cui gli effetti dell’inflazione si trasferirebbero in una perdita di competitività con gli altri paesi, in particolare con quelli che non subiscono aumenti di costo esogeni (per esempio la Francia che col nucleare non risente molto dall’incremento del prezzo del gas), o quelli che hanno sistemi di indicizzazione molto meno autoalimentanti per cui i recenti aumenti dovuti al prezzo di gas e petrolio non sono considerati nell’indicizzazione.

Ovviamente l’aumento esogeno rende il paese più povero finché non si trovano alternative al bene inflazionato o lo si trova da altre fonti. Il nostro compito è quello di riconoscere che il paese è diventato più povero, fare in modo che di questa riduzione di ricchezza soffrano tutti in misura uguale e che si eviti che gli effetti inflattivi rendano non concorrenziali i prezzi dei nostri prodotti nei confronti di quelli degli altri paesi.

Di seguito presento lo schema di un approccio concordato (tipo il protocollo Ciampi) in cui ad un aumento dell’elemento esogeno, il salario aumenta ad un tasso pari alla metà di quello del costo della vita, ed i profitti aumentano nella stessa misura percentuale dei salari.

PeriodoValorinumeri indice
 esogenilavoromark upprofittoprezzoprezzoSalarioprofitto
17050,002,00120,00240,00100,00100,00100,00
210050,001,80120,00270,00112,50100,00100,00
310053,131,83127,50280,63116,93106,25106,25
410054,231,84130,16284,39118,50108,46108,46
510054,621,85131,10285,72119,05109,25109,25
610054,761,85131,43286,19119,25109,53109,53
710054,811,85131,55286,36119,32109,62109,62
810054,831,85131,59286,42119,34109,66109,66
910054,841,85131,60286,44119,35109,67109,67
1010054,841,85131,61286,45119,35109,68109,68
1110054,841,85131,61286,45119,35109,68109,68
1210054,841,85131,61286,45119,35109,68109,68
1310054,841,85131,61286,45119,35109,68109,68
1410054,841,85131,61286,45119,35109,68109,68
1510054,841,85131,61286,45119,35109,68109,68

Salari e profitti fanno rilevare un incremento nominale del 9.68% che significa un impoverimento nei valori reali del 9,68%. Nel caso precedente salari e profitti alla fine aumentavano del 42.68% entrambi ma i nostri prodotti non erano più concorrenziali col rischio di un tracollo produttivo.

Purtroppo questo approccio ha un grosso difetto: mentre i salari possono essere conculcati in questo meccanismo, i prezzi sono fuori controllo. Lo si nota in questi giorni in cui il prezzo del gas è tornato a livelli più accettabili ma i prezzi finali non stanno diminuendo. La prepotenza della parte imprenditoriale genera quell’inflazione da profitti che stiamo vivendo. E’ allora fondamentale parlare di quei superprofitti cui Draghi cercò (fallendo) di tassare in qualche modo, ma che con il governo Meloni (pizzo di stato) sono scomparsi dal cestello degli attrezzi per combattere l’inflazione.

Ecco che allora un sistema che tassa automaticamente chi non avesse ridotto i mark up come indicato nel prospetto, diventa la priorità della lotta all’inflazione che un governo dovrebbe porsi.