di  Renato Costanzo GattiSocialismo XXI Lazio |

 

La costruzione del socialismo oggi, in Italia membro dell’Unione Europea e aderente alla NATO, costituisce un compito intellettuale e strategico di una difficoltà difficilmente affrontabile con le forze in campo.

L’analisi, alla base della strategia, non può che rendersi conto di elementi come la collocazione internazionale del paese, i rapporti con gli altri paesi, la situazione economica, la situazione delle classi sociali e i moltissimi altri aspetti in cui ci si trova ad agire.

Osservando serenamente la situazione attuale del nostro paese, dobbiamo porci seriamente la questione della percorribilità delle alternative che potremmo voler seguire.

L’idea della rivoluzione ottocentesca come quella della Russia è una alternativa che ritengo non percorribile; essa lo fu nel famoso periodo definito “diciannovismo”, un periodo in cui fu messa in atto   una azione accesamente rivoluzionaria da parte dei socialisti massimalisti. Essi non furono in grado di guidare le agitazioni operaie e bracciantili esplose subito dopo la fine del conflitto, dando loro obiettivi concreti e generali di rinnovamento della società italiana.

Gramsci, cinque anni dopo, definì quell’atteggiamento “la turpe demagogia delle fiere massimaliste” che ebbe solo il risultato di spaventare la borghesia e spingerla a schierarsi con la nascente forza fascista che solo dopo pochi anni avrebbe ridotto il paese ad un regime autoritario e reazionario. Sull’onda delle suggestioni indotte dalla Rivoluzione d’ottobre, una parte grande del socialismo europeo, e in Italia prevalente, invece di impostare la lotta sul terreno di uno sviluppo quantitativo e qualitativo della democrazia preferì, a imitazione della Russia dei soviet, perseguire un regime di tipo sovietico proclamando a gran voce come obiettivi immediati (XVI Congresso 5-8 ottobre 1919 a Bologna) la rivoluzione, la dittatura del proletariato, l’abbattimento violento dello Stato borghese.

Anche l’esperienza cinese dovrebbe farci riflettere sulla fattibilità di quel modello che presenta aspetti contradditori tra i disastri del “balzo in avanti” di Mao e la svolta ipercapitalista avviata da Den Xiaopin che ha portato al cancro del capitalismo finanziario così come rilevato dal caso Evergrande.

Rimane la strada indicata da Gramsci di una guerra di posizione più adatta della guerra di movimento in una articolazione di poteri diffusa come nei paesi occidentali dove la presa del palazzo sarebbe inadeguata.

“Il passaggio dalla guerra manovrata alla guerra di posizione”, afferma Gramsci, appare “la questione di teoria politica la più importante, posta dal periodo del dopoguerra e la più difficile a essere risolta giustamente”.  La Rivoluzione d’ottobre, quindi, era da considerare l’ultima rivoluzione ottocentesca.  

Afferma Gramsci nel Quaderno n. 7 che “la guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente (…). In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura di società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale”

Nel celeberrimo Par. 17, Rapporti di forza: analisi delle situazioni, alla domanda «se le crisi storiche fondamentali sono determinate immediatamente dalle crisi economiche», egli risponde: «si può escludere che, di per sé stesse, le crisi economiche immediate producano eventi fondamentali; solo possono creare un terreno più favorevole alla diffusione di certi modi di pensare, di impostare e risolvere le questioni che coinvolgono tutto l’ulteriore sviluppo della vita statale».

Questa strada percorsa dal Partito Comunista Italiano fintanto che esso è stato in vita è oggi in una fase di estrema debolezza per la contemporanea assenza di un partito politico che si ponga questo obiettivo, la dissoluzione della coscienza critica della classe operaia dalla scomparsa della figura dell’intellettuale singolo e collettivo.

Le crisi economiche quindi come momento per diffondere “certi modi di pensare, di impostare e risolvere le questioni che coinvolgono tutto l’ulteriore sviluppo della vita statale.”

E di crisi economiche, a partire dal ’29 ad oggi, se ne sono viste parecchie alcune gravi proprio negli ultimi anni (crisi dei subprimes, crisi pandemica).

Da queste crisi il capitalismo ha imparato, grazie a Keynes, ad uscirne anche se temporaneamente e con difficoltà ma sempre scaricando i costi sulle classi subalterne, ma senza risolvere il nodo fondamentale alla base delle crisi stesse. Tutti i tentativi di interpretazione delle crisi, penso alla gestione Obama della crisi del 2008, rilevavano una incapacità strutturale del capitalismo a risolvere le sue contraddizioni e proprio per questa ragione, quei tentativi di soluzione della crisi, che vedevano nell’intervento dello stato una condizione sempre più profonda nella guida dell’economia, sono state accantonate nella presunzione di una superiorità insita nella logica del capitale.

Ma la crisi pandemica ha dimostrato ancora una volta l’inadeguatezza del capitalismo ad affrontare le crisi e ha ridato all’intervento dello Stato un ruolo inedito dal dilagarsi del pensiero unico liberista. Ora qual è la differenza tra l’affrontare i problemi da parte dei due contendenti: capitalismo e socialismo.

Di fronte ad un problema il processo decisorio del capitalismo è quello della ricerca della massima valorizzazione del capitale; tale valorizzazione percorre le strade del capitalismo agricolo, industriale, finanziario, della rendita etc. tutte strade con caratteristiche diverse riconducibili, ad esempio, nelle formule del D-M-D’ ovvero direttamente D-D’. Ora è ovvio che le soluzioni ricercate nella massimizzazione della valorizzazione del capitale saranno soluzioni che vanno bene per il capitale ma non è affatto detto che vadano bene per la collettività degli esseri umani, anzi quasi sempre questa ricerca della valorizzazione si realizza comprimendo le soggettività dei subordinati a favore dei possessori di capitali. Va inoltre precisato che le soluzioni di questo tipo sono fortemente condizionate dal “shortismo” cioè da un orizzonte temporale relativamente molto limitato.         

Il processo decisorio del socialismo è al contrario ispirato dalla ragione, dal processo razionale, dalla scienza, una forte componente umanistica, peraltro con orizzonti temporali piuttosto ampliati. L’approccio socialista non è quindi condizionato da finalità di valorizzazione di alcunché ed è quindi dominio dei subordinati ma non automaticamente ma solo nella misura in cui il subordinato sia conscio del suo stato libero, conscio dell’oggettività che lo contrappone al possessore di capitali, conscio del suo compito storicamente assegnatoli dalla realtà storicamente determinata che sta vivendo.

Se prendiamo ad esempio la pandemia, un problema decisamente globale, possiamo vedere come una crisi funzioni in modo da mettere in movimento “certi modi di pensare, di impostare e risolvere le questioni che coinvolgono tutto l’ulteriore sviluppo della vita statale.

Il capitalismo ha spinto la ricerca scientifica, peraltro incentivata potentemente dalla collettività, alla individuazione di un vaccino atto a combattere la pandemia, da brevettare con forme brevettuali e da distribuire alla collettività utilizzando la distribuzione gratuita fornita dagli stati. Quindi il capitale usa strumentalmente la scienza per appropriarsene i risultati ed usa lo stato per mettere in circolazione il massimo dei vaccini, spingendo anche sulla ripetizione delle dosi. Il fine della valorizzazione del capitale usa come mezzi sia la scienza che lo stato, usando quindi la collettività per raggiungere i suoi scopi.

Ma il capitalismo ha anche dimostrato di essere incapace di gestire la crisi e, pur sfruttandolo, ha dovuto appellarsi al potere decisionale dello stato, che se da una parte ha il potere della forza, dall’altra ha dimostrato, almeno in Italia, di farsi tramite della scienza, di ricercare cioè nella razionalità la fonte del suo agire, sopperendo in tal modo alle deficienze di una logica fondata sulla valorizzazione del capitale.

Ancor più evidente è la crisi climatica. Questa crisi generata dalla logica della valorizzazione del capitale rischia di affossare non solo quella valorizzazione ma l’umanità intera. A partire dagli anni ’80 la consapevolezza scientifica degli effetti che il modello di sviluppo umano sta apportando al fattore climatico, si è scontrata con la sordità del capitale, geneticamente incapace di capire, assimilare, elaborare problematiche estranee al suo dna. Ci sono voluti quarant’anni perché il tema si ponesse come primario per la nostra sopravvivenza e che quindi si dovesse intervenire con una logica che ignora i meccanismi del libero mercato, ma che richiede un impegno razionalistico ai governi e agli stili di vita delle comunità, scatenando contraddizioni enormi inimmaginabili solo pochi anni fa. Ed i problemi stentano ad individuare una soluzione percorribile anche se il recente G20 abbia messo al centro dei suoi lavori questo tema. Ciò che tuttavia, in questa sede, mi interessa è rimarcare il crollo della logica del capitale che costringe a ricorrere ad una logica diversa, basata su principi completamente avulsi dalla logica della valorizzazione del capitale, ma che guardano oltre con un timido accenno di razionalità che diverrà sempre più impellente man mano che la consapevolezza del pericolo diverrà “senso comune”.

Nel frattempo si sviluppa una contraddizione tra la necessità di adottare una logica diversa da quella del capitale ed il fatto che i “governanti” sono tali perché voluti da quella logica che dovrebbe essere superata; la contraddizione si manifesta palesemente con questo governo consapevole di dover intervenire a supplire le carenze della logica della valorizzazione del capitale ma incapace di svincolarsi da una consolidata mentalità figlia di quella logica che dovrebbero modificare.