di Pino Augieri |

Essere socialisti è ingombrante: esistiamo, ma per molti è come se non ci fossimo. Bisogna mendicare una casa perché la nostra ci è stata distrutta e non abbiamo avuto la capacità di ricostruirla. Anzi, siamo ancora in piena diaspora. Siamo ospiti. Ma se qualcuno di noi cerca di farsi vedere, di organizzare, di parlare…

Essere socialisti è defatigante. Come per chi cerca di arrivare ad un portone che gli è appena avanti, mentre una folla tumultuosa cammina in senso opposto e sembra travolgerlo; e glielo impedisce. E non è detto che la direzione di marcia dei tanti sia quella giusta.

Essere socialisti è quasi un dramma. Ci si sente come colui che è costretto a fare accattonaggio pur avendo tanti crediti da poter spendere. Ma crediti che non vengono resi redimibili. E non ce ne rendiamo conto.

Sono i crediti acquisiti da uomini che, come Pertini, sono stati simbolo dell’Italia (ho citato solo uno di essi, il più popolare). Crediti che vengono dalle firme di socialisti padri di leggi che hanno rivoluzionato la società italiana: Brodolini (Statuto dei Lavoratori), Fortuna (divorzio), Merlin (case chiuse), Basaglia (manicomi), Balsamo (aborto). E mi fermo qui, ma si può continuare.

Crediti che vengono da tanto lavoro fatto da uomini, responsabili di istituzioni, che hanno guidato la marcia dello Stato, e che hanno fatto crescere l’Italia. Ricordiamo il nostro Paese quando divenne 4a potenza industriale, davanti a Francia e Gran Bretagna, con un rating internazionale di tripla A? Ricordiamo che questa condizione fu realizzata e mantenuta negli anni del Governo PSI?

Crediti che vengono dalle accuse infondate condite con gogna mediatica a uomini che hanno fatto un lavoro eccezionale per l’Italia: Mancini, Formica, per dire di quelli più noti che hanno dovuto attendere più di altri, Formica 17 anni, per vedersi riconosciuti innocenti.

No, non cito Craxi perché non voglio far degenerare in rissa una posizione, la mia, che vorrei fosse apertamente dibattuta.

Dicono che questi mancati riconoscimenti vengono da fuoco amico. Quelli che chiamano “intellighenzia” di sinistra. Per me, non è così.

Mi rifiuto di considerare amico quel fuoco, mi rifiuto di considerare intellighenzia quei gruppi che hanno come segno distintivo, oltre ad uno spocchioso senso di superiorità, la collocazione della loro “identità culturale”: se li cerchi, essi hanno sempre la loro sede in una qualche casa da pochi appuntamenti, posizionata rigorosamente alla sinistra di qualsiasi strada vorresti percorrere. Che è a destra se fai il percorso inverso.

Sono quelli che hanno straparlato delle faccende italiane, e sbagliato, e fatto danni irreparabili: e non hanno chiesto nemmeno scusa dei loro errori. Vogliamo parlare della vicenda del commissario Calabresi? Vogliamo parlare della superprocura antimafia e di Falcone? Sono gli stessi che, in qualche momento, “si distraggono” e non dicono niente di altre vicende che meriterebbero ben altra attenzione.

Vogliamo parlare di quel “non ci sto” gridato dal Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a reti unificate in una improvvisa trasmissione del 3 novembre ’93?

Sono gli stessi che tacciono del tutto (ed anzi…) sulle dichiarazioni di Davigo all’epoca di mani pulite “non esistono politici innocenti, ma colpevoli su cui non sono state raccolte le prove”, affermazioni che creano un clima da guerra civile; mentre Moroni, Gardini, Cagliari e alcuni altri uomini legati al PSI si suicidavano perché tacciati di essersi “pentiti” e di vergognarsi, senza che si approfondisca il perché vero di quei suicidi.

Sono quelli che discettano delle tesi di Marx, tacciono delle sue errate previsioni e ricette e dimenticano il pragmatismo di Lenin. Quelli che leggono Gramsci e ne ricordano solo quel 50 per cento che fa comodo. Quelli che, quando si parla del PSI, citano Lombardi, ma solo per il 10 per cento del suo pensiero. Quelli che, quando si parla di una storia socialista, e perciò di sinistra progressista e riformista, assumono un atteggiamento di annoiata censura se in essa si comprendono figure che vanno da Anna Kuliscioff a Olof Palme.

Essere socialisti significa dover fare i conti di chi la pensa diversamente da te. E sei perennemente svantaggiato. Perché tu sei disponibile a confrontare le idee, qualche altro solo a giudicarti. Con l’aggravante che spesso si equivoca sul termine “giudicare” che si finisce per declinare in senso legale anziché dialettico.

Solo il possesso di uno smisurato orgoglio, per quello che sai che è stato fatto e che non dimentichi; solo il possesso di tanta voglia di fare concretamente oltre che di discettare; solo il ritrovarsi vivo solamente in una visione culturale di libertà di pensiero che è però disponibile alla libertà dell’altrui pensiero; solo questo fa rimanere socialisti, nonostante tutto.

Non credo sia solo una questione di carattere. Ma se questo fosse, con il carattere si nasce. E allora, come diceva Totò: … io, modestamente, lo nacqui.