UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO FACOLTÀ DI FILOSOFIA

“Il  dibattito sulla natura sociale dell’Unione Sovietica  all’interno della Sinistra Italiana (1943 – 1948)”

RELATORE: ch.mo Prof. GIORGIO GALLI

Tesi di laurea di: Massimo Ferrè Matr. n. 129343

ANNO ACCADEMICO 1978-1979

 

PARTE TERZA

OSSERVAZIONI CRITICHE

Due osservazioni iniziali prima di passare alle critiche delle affermazioni comuniste in lode dell’esperimento bolscevico sopra esposto.

A) Banalità e calunnie

Una prima osservazione riguarda l’affermazione da me già fatta circa la povertà della teoria comunista questo proposito. In altre parole, ritengo che, a parte alcuni articoli cui ho fatto riferimento nell’esposizione, molti altri si riducano nel migliore dei casi a delle pure e semplici magnificazioni del regime, prive del benché minimo tentativo di analisi e nel peggiore a delle vere e proprie ‘bestialità’ e calunnie dirette contro altri settori della sinistra non comunista e in particolar modo contro i trotskisti. A questo proposito non si deve giudicare con indulgenza, considerando la polemica di allora, specie contro i trotzkisti, frutto dei tempi e delle circostanze storiche (legame con l’URSS, asprezza dello scontro interno ed internazionale culminato con la guerra, necessità conseguente di serrare i ranghi e compattare il movimento comunista per evitare spinte centrifughe in un momento delicato del suo sviluppo), ma al contrario denunciare lo spirito, la ‘forma mentis’ che aveva portato i comunisti allora a denigrare i trotskisti e oggi a calunniare, calpestare tutto ciò che di diverso sorge alla loro sinistra (pensiamo alle accuse rivolte dal PCI molto di recente ai gruppi della Nuova Sinistra, al movimento del 77, ai radicali tacciati, nel migliore dei casi, di provocazione se non apertamente di fascismo). Ma procediamo con ordine, e diamo ragione innanzitutto del carattere banale e superficiale da noi rilevato in molti articoli dedicati dai comunisti all’URSS. Si possono caratterizzare questi articoli con una sola parola: iconografici. La loro struttura consiste infatti nel riproporre delle ‘icone’ la cui immagine è già di per sé significante e non richiede analisi ulteriori, ma solo una dichiarazione di fede. Le espressioni: piani quinquennali, abolizione della proprietà privata, patria dei lavoratori, sistema socialista sovietico, Russia di Stalin, sono considerati sinonimi o prove di socialismo, la cui veridicità è inattaccabile. Questo è un elemento negativo del pensiero comunista del periodo che va rilevato anche per giustificare il relativamente scarso peso accordato loro in queste pagine. Questo da una parte, dall’altra alcuni articoli sono delle vere e proprie ‘bestialità’ contro la sinistra trotzkista. L’accusa più pesante e più classica loro rivolta fu quella di essere agenti del dell’hitlerismo e del fascismo, da questi sguinzagliati contro il paese del socialismo. Specializzato in questo compito di denigrazione era Felice Platone che dalle pagine di “Rinascita” si diceva dispiaciuto che la vigilanza e la lotta contro i trotskisti fosse scesa di tono e di asprezza, incaricandosi personalmente di attizzare il fuoco dello scontro. Dice l’autore:

“Due sono stati nel passato gli obiettivi fondamentali del trotzkismo: disgregare dall’interno le forze dell’Unione sovietica privandola al tempo stesso delle simpatie e della solidarietà del movimento operaio internazionale, portare la divisione e la lotta interna nelle file proletarie e democratiche.” (49)

In un altro articolo, unendo i due caratteri della superficialità e della calunnia, afferma:

“Sembrerebbe che soltanto dei mentecatti possano mettere in dubbio che l’URSS è il paese del socialismo. I Trotskisti invece hanno fatto propria, anche in questo caso, la tesi dei fascisti di ieri e di oggi, italiani e stranieri. Per giustificare la loro posizione di complicità coi fascisti durante la guerra essi hanno sostenuto e sostengono che l’Unione sovietica si è battuta per scopi imperialistici, che il socialismo è tramontato nell’URSS, che la rivoluzione è stata tradita.” (50)

Altre volte l’insulto è sfrenato e ripugnante:

“Non è forse morto il trotskismo? E gli aggruppamenti equivoci più apparentati con la malavita che con la politica e nei quali si fondono vecchi e nuovi trotskisti, tenitori di tabarin e di bische clandestine, spacciatori del mercato nero ed eroi del brigantaggio notturno rappresentano forse un pericolo per il movimento operaio e democratico, o non rappresentano piuttosto un semplice problema di polizia?” (51)

A volte ai trotskisti venivano pure avvicinate le forze della socialdemocrazia internazionale che sarebbero state reclutate, secondo Alfa, proprio dall’opposizione controrivoluzionaria trotzkista, agente per conto dell’imperialismo fascista, in un fronte comune contro l’URSS e il socialismo:

“In quegli anni la borghesia fu presa dal panico e cominciò a indirizzarsi verso il tentativo di rovesciare comunque sia il governo sovietico, organizzando il sabotaggio su larga scala, sia organizzando dei complotti di carattere militare e dei complotti controrivoluzionari nell’interno stesso dell’Unione sovietica. Messisi la borghesia e il fascismo italiano su questo terreno, naturalmente ancora una volta la socialdemocrazia li seguì. Furono reclutati e mobilitati dall’ opposizione controrivoluzionaria trotzkista o d’altre forme, la quale tentò di agire in Russia sotto l’impulso dell’imperialismo straniero e particolarmente del fascismo hitleriano. Da questo le alte strida della socialdemocrazia contro i famosi processi sovietici che spezzarono i tentativi controrivoluzionari. Il potere sovietico fucilò i traditori e mandò all’aria anche questi tentativi e la socialdemocrazia ancora una volta fallì.” (52)

Che questi giudizi rappresentino una pura e semplice barbarie intellettuale è ormai fuori di dubbio e non sono d’altra parte necessarie parole per provare la completa assenza non dico di verità, ma di onestà, in quelle affermazioni.

Quello che preoccupa a tutt’oggi è il fatto che quella forma mentis non si è persa anche nella storia recente del partito comunista italiano. E’, a mio parere, un sintomo grave della burocratizzazione del partito e della sua gestione da parte di una claque (problema sul quale torneremo in seguito).

B) I comunisti italiani e la storia dell’Urss prima del 1929

La seconda osservazione, prima di passare alle critiche, riguarda la scarsa o quasi nulla attenzione prestata negli articoli alla storia dell’Urss antecedente alla collettivizzazione agricola, all’industrializzazione e alla pianificazione economica, antecedente cioè al 1929.

Sembrerebbe, come risulta dall’esposizione da noi fatta, che la storia dell’URSS cominci solo a partire dal 1929. Se quell’anno fu certamente cruciale per la stabilizzazione e il consolidamento del regime sovietico come, più o meno, lo si conosce tutt’oggi, è fuor di dubbio che un rapido sguardo al periodo che lo precedette andava pur dato. Era importante studiare e approfondire quella fase economica quasi decennale conosciuta come Nuova Politica Economica.

Al contrario, se c’è dato di incontrare negli articoli analizzati qualche riferimento a quel periodo, si tratta solamente di rapidi e fugaci accenni privi di qualsiasi svolgimento e spessore. Per fare qualche esempio: Giorgio Kieser nel libro citato (53) non ne parlava neppure; Alfa ne parla più per polemizzare con la socialdemocrazia che per approfondire quella fase storica. Egli afferma infatti che “le concessioni temporanee agli elementi piccoli e medi proprietari e commercianti della città e della campagna” furono fatte solo allo scopo di riprendere con maggiore incisività la strada che porta al socialismo. Si trattò, a suo parere, di una pura e semplice mossa tattica per sferrare da una posizione di maggior forza l’attacco socialista.

Pavlovsky la degna solo di una fugace attenzione:

“…. carattere essenzialmente ricostruttivo di questa prima fase della rivoluzione durante la quale, allo scopo di riattivare le energie produttive, si decise anche di fare un passo indietro, inaugurando nel 1921 la Nep, per poi riprendere il cammino con maggior lena verso il socialismo integrale.” (54)

Ma corrispondono alla verità queste affermazioni e la NEP non suscita nessun problema teorico per il pensiero comunista?

A mio parere le cose non stanno in questo modo e la censura comunista nasconde delle problematiche dense di spine e di ferite della storia dell’URSS.

Come certamente si sa, durante il periodo della NEP vi furono aspri scontri all’interno del partito bolscevico. Esso infatti era diviso in varie frazioni: chi criticava aspramente la politica della Nep come un tradimento dell’ideale comunista, chi, come Trotzki, pur accettandola come fase necessaria al ristabilimento dell’economia del paese, propugnava fin dal 1924 un’uscita, seppur graduale, da tale quadro e infine chi, come Stalin e Bukharin, ne definiva la sostanza e ne prevedeva una durata, seppur non illimitata, quantomeno a scadenza molto lontana (Stalin arrivò perfino ad annunciare la volontà di concedere ai contadini la proprietà individuale delle terre per dieci anni e anche più). Come si vede, il partito comunista russo non aveva affatto le idee chiare rispetto a quella politica, la NEP, che solo successivamente, dopo il 1929, fu definita ufficialmente ed unanimemente una ritirata utile a preparare l’assalto al socialismo. Come ci si ricorderà, inoltre, Stalin si servì proprio di Bukharin, strenuo difensore della Nuova Politica Economica al punto da lanciare ai contadini la parola d’ordine ‘arricchitevi!’, per sconfiggere ed emarginare Trotskij dal partito. Più tardi, come ben si conosce, Stalin farà cadere la testa di Bukharin proprio negli anni in cui si abbandonò la linea politica della NEP e si abbracciò l’indirizzo collettivista e pianificatore.

Si conoscono pure le continue polemiche che dall’esilio Trotzky rivolse al modo con cui fu attuata la collettivizzazione e l’industrializzazione (difese d’altra parte come misure economiche utili alla causa del proletariato), al modo cioè violento e caotico che accompagnò la loro realizzazione; violenza e caos che, a suo modo di vedere, sarebbero stati di molto attutiti se non del tutto evitati se si fosse prestato ascolto alle sue analisi del 1923-24 , quando sosteneva la necessità di un abbandono graduale del quadro economico Nepiano in tutto favorevole alla massa dei contadini medio borghesi, per indirizzare l’economia nel senso di uno sviluppo dell’industria, che sola avrebbe permesso di collettivizzare le campagne in modo non traumatico (il governo sovietico avrebbe infatti potuto convincere il contadino dell’utilità di quella misura economica solo fornendo ai contadini stessi i moderni macchinari di cui mancavano).

Come si vede, i problemi legati alla fase della Nep, non ultimo quello della teorizzazione della possibilità della realizzazione del socialismo in un quadro economico mercantile (grazie alle continue vittorie, del settore socialista su quello mercantile) erano moltissimi e riguardavano sia la storia politica del PCUS che la sua storia ‘teorica’, oltre che la storia economica dell’URSS. La censura e la ‘superficializzione’ operata dal pensiero comunista del tempo riguardo tale periodo della storia sovietica mostra quindi una precisa volontà di nascondere una fase dolorosa, ambigua e traumatica della vita politica ed economica dell’Unione sovietica; mostra inoltre la precisa volontà di non voler fare i conti con gli oppositori del regime, Trotzky in prima fila, considerati tout court servi dell’imperialismo e traditori. Questo è un altro elemento che ci prova come, nel dopoguerra, il pensiero comunista non fosse animato dal sincero interesse di descrivere e di analizzare correttamente ed onestamente l’esperimento bolscevico, ma avesse al contrario l’unico scopo di creare un mito, di inaugurare una ‘fede’.

Procediamo con ordine sul piano delle critiche affrontando dapprima il problema legato alla collettivizzazione agricola.

C) La collettivizzazione agricola

Molti sono a questo proposito gli appunti e le critiche da sviluppare. Cominciamo dagli articoli di Pawlowski: l’autore afferma infatti che la collettivizzazione delle terre portò ad un innegabile sviluppo delle forze produttive nell’agricoltura. Fatto a suo parere lampante, se è vero che questo aumentò nettamente la quantità dei prodotti destinati al mercato (la quantità di cereali sul mercato aumentò di 160 170 milioni di quintali rispetto all’anteguerra, dice l’autore). Ora, un aumento della quantità di merci sul mercato o per l’esportazione non è affatto un indice dell’aumento assoluto della produzione agricola. In quanto questo aumento fu ottenuto, dopo il 1929, cioè dopo la collettivizzazione, obbligando i kolchoz a fornire una quantità fissa di prodotti agricoli allo stato che esso poi avrebbe destinato appunto al mercato o all’esportazione. Non conoscendo l’entità del consumo delle famiglie contadine nel periodo del libero mercato dei prodotti (NEP) e nel successivo periodo della collettivizzazione, non si possono fare delle affermazioni circa l’aumento assoluto della produzione agricola. Questa può essere addirittura diminuita e, a causa della compressione del consumo del contadino individuale del kolchoz, non provocare una diminuzione di merci sul mercato. Se si tiene presente inoltre che con le consegne obbligatorie da parte dei contadini ricchi allo stato si pose fine al fenomeno dell’ imboscamento dei prodotti agricoli, fenomeno abbastanza diffuso nel periodo precedente la collettivizzazione, risulta ancor più evidente che la cifra indicata dall’ aumento della disponibilità dei prodotti agricoli sul mercato non possiede un valore probante di per sé circa l’aumento della produttività agricola e quindi dello sviluppo delle forze produttive nelle campagne.

Considerando anzi il diminuito stimolo a produrre dei contadini sovietici, a seguito della consegna obbligata dei prodotti agricoli allo stato a prezzi da questo fissati, sono più propenso a credere, con Dallin, che la produttività agricola dopo la collettivizzazione sia piuttosto diminuita che aumentata. E lo starebbe a dimostrare la crisi verificatasi nell’approvvigionamento statale dell’anno 1934-35 quando, a lato di un elevata produzione degli appezzamenti individuali dei singoli contadini, si registra una forte diminuzione della produzione dei terreni comuni dei kolchoz; crisi che determinò lo stato sovietico a ridurre l’estensione degli appezzamenti individuali e ad obbligare il contadino ad un numero di giornate fisse (da 60 a 80) di lavoro sulle terre dei Kolchoz.

Circa poi l’affermazione di Pierre Cot che elogia il sistema kolkoziano al punto quasi da descriverlo come una prefigurazione dell’ideale comunista e al punto da ritenerlo talmente perfetto e rispondente ai bisogni dei contadini russi che questi non si dedicherebbero alla cura del proprio appezzamento individuale se non per hobby, si può obiettare allo stesso modo: come mai il contadino avrebbe dedicato sempre meno tempo alla cura dei terreni collettivi (tant’è vero che il governo sovietico dovette imporgli un numero preciso di giornate lavorative da prestare sui terreni collettivi) e sempre di più a quello di sua proprietà, se questo per lui era semplicemente un hobby e quello il sistema più perfetto e vantaggioso mai esistito sulla terra? Evidentemente qualcosa in quel ragionamento non quadra e l’elogio sperticato si riduce ad essere in sostanza una pura e semplice violenza operata sulla realtà dei fatti.

Seguendo sempre lo schema dell’esposizione arriviamo all’altra ‘perla’ enunciata da Duccio Tabet (55): la collettivizzazione sarebbe stata opera dei contadini stessi, sedotti dall’ esempio dei primi kolkhoz costituiti all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. Come spiegare in questo modo i 10 milioni di morti a seguito delle repressioni contro i refrattari, la macellazione in massa del bestiame (che i contadini volevano assolutamente sottrarre alla collettivizzazione che provocò una profonda crisi nell’allevamento e una drastica riduzione dei capi di bestiame del paese), come spiegare i villaggi e le intere legioni di contadini inviati nei campi di lavoro forzato perché si erano ribellati a quella misura di politica economica?

Non poteva certo essere stata iniziativa dei contadini se questi stessi si ribellarono violentemente contro la formazione dei Kolchoz e neppure potevano essere tutti i kulaki questi contadini ribelli (come invece vuole farci credere l’autore) altrimenti si dovrebbe pensare che la massa della classe rurale russa prima del 1929 sarebbe stata costituita unicamente da contadini ricchi.

Un’ultima critica a questo proposito si deve rivolgere al brano dell’articolo di Borghesi riferito ai kolchoz. L’autore afferma che attraverso la vendita assicurata dei prodotti agricoli allo stato il contadino esce dallo stato di incertezza precedente in quanto con questo sistema non potranno più verificarsi nelle vendite dei prodotti crisi che altrimenti erano provocate dal funzionamento dei meccanismi di mercato. Ma quella che viene indicata da Borghesi come una misura ottimale per evitare le crisi di mercato, la consegna dei prodotti allo stato, lungi dall’appagare il contadino gli si presenta col carattere di una pura e semplice estorsione, tanto più marcata in quanto è lo stato stesso a fissare arbitrariamente i prezzi di mercato. Questa consegna obbligata più che il carattere di vendita assume quello di imposta in natura da pagare allo stato. La moneta partecipa in questa partita commerciale solo come strumento di conto e ha perso le caratteristiche classiche di un’economia mercantile, come abbiamo già mostrato abbondantemente nelle pagine precedenti. Ne segue che, se la moneta, o meglio la mercificazione del prodotto attraverso il mercato, può creare delle crisi in un sistema mercantile attraverso il meccanismo della domanda e dell’offerta, in un sistema dove il mercato è inesistente pure i guasti provocati dal suo funzionamento scompaiono. Che lo scambio tra i contadini e lo stato sia effettivamente un simulacro di mercato risulta chiaramente dal carattere coatto dello scambio stesso .

Su questo punto Borghesi ha ragione circa la scomparsa delle crisi mercantili. Ma non è certo detto che tutto funzioni a meraviglia nel sistema russo a-mercantile. I contadini possono infatti ribellarsi a questa coercizione, dedicando poche energie alla coltivazione dei terreni collettivi , il cui prodotto viene in gran parte assorbito dallo stato e dedicando maggiore energia al proprio apprezzamento individuale il cui prodotto il contadino dispone quasi per intero una volta detratte le imposte da versare allo stato. Per questa via le crisi di approvvigionamento dei prodotti , anche se non dovute al funzionamento dei meccanismi mercantili, possono ripresentarsi nell’economia russa. E come queste crisi si fossero verificate già abbiamo detto, parlando di quella del 1935 negli approvvigionamenti statali.

Che la vendita (consegna obbligata) dei prodotti del kolkhoz allo stato soddisfacesse il contadino ed evitasse crisi di qualsiasi tipo è un’idea sbagliata e tanto lontana dalla realtà quanto quella di Tabet circa la libera scelta dei contadini a favore della collettivizzazione. Il pensiero comunista si caratterizza per una completa e continua falsificazione della verità storica a tutto vantaggio dell’immagine ideale che di quel regime si intendeva proporre.

Questa costante falsificazione ha portato gli autori comunisti a delle contraddizioni non indifferenti. A chiusura di questo primo gruppo di critiche voglio riportarne una tra le più grossolane. L’autore che incappa nel trabocchetto è Giorgio Kieser, autore del libro citato “Il segreto della potenza sovietica” (56). Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, così si potrebbe definire la svista di questo autore che a mio parere ci illumina sulle posizioni assunte dai teorici comunisti del periodo

riguardo al modello sovietico. Dice infatti Kieser a proposito della collettivizzazione:

“Il movimento dei kolkhoz sarebbe andato in fallimento se fosse stato organizzato da contadini senza cavallo e senza attrezzi. Era quindi di importanza decisiva per il governo di guadagnarsi i contadini medi. Quale fu la ragione che portò un largo strato i contadini ad entrare nei kolchoz? L’enorme produzione di trattori. I campi delle aziende collettive furono quindi lavorati da nuovi trattori, da nuove macchine agricole e da nuovi strumenti. Questi mezzi di produzione non erano alla portata del contadino medio …..La posizione privilegiata del contadino del Kolkhoz, per quanto ha relazione all’approvvigionamento di articoli correnti di consumo a basso prezzo, spinsero anche il contadino medio ad entrare nel Kolkhoz.” (57)

Quindi: il contadino medio, quello con i cavalli, accetta volentieri di farsi collettivizzare. Kieser però aveva prima detto:

“La situazione venne aggravata da una macellazione in massa del bestiame nel momento in cui si iniziò la collettivizzazione dell’agricoltura.” (58)

Ma perché il contadino medio macella il bestiame se non è contrario alla collettivizzazione piena? Alla realizzazione del socialismo preferisce la situazione precedente, quella della Nep, caratterizzata dal libero commercio dei prodotti agricoli e dalla proprietà individuale del terreno e del bestiame!

La contraddizione è evidente anche se Kieser vuole presentarci la macellazione del bestiame alla stessa stregua di una calamità naturale, al pari della grandine e dell’alluvione.

D) Industrializzazione e pianificazione

Teniamo uniti questi aspetti che per comodità abbiamo separato nella nostra esposizione. Questi due problemi, come si vedrà, sono infatti compenetrati e interrelati.

Come ci si ricorderà, nell’esporre il pensiero comunista a proposito dell’industrializzazione a tappe forzate dell’URSS avevamo rilevato due tesi centrali enunciate in quasi tutte le analisi degli articolisti:
1 – lo sviluppo enorme dell’industrializzazione testimonia di uno sviluppo altrettanto grandioso delle forze produttive, fatto che dimostra la completa realizzazione del socialismo in Urss e la sua vittoria storica – perché è solo dal progresso economico e dallo sviluppo delle forze produttive che si può misurare la bontà e il progresso di un sistema economico politico rispetto ad un altro (secondo la teoria marxista)

2 – la compressione che si registra nell’URSS dell’industria leggera nei confronti di quella pesante è temporanea, dato che lo sviluppo dell’industria primaria permetterà nel futuro un più largo e più agevole sviluppo di quella secondaria e di conseguenza un più largo soddisfacimento dei bisogni della popolazione russa (tendenza che gli articolisti già intravedono nella politica economica sovietica).

A partire da questi punti centrali cercherò di sviluppare le critiche. Rispetto alla prima tesi in questione dico subito che non è, a mio parere, sufficiente vantare uno sviluppo enorme delle forze produttive in un paese per essere certi della vittoria di un regime sociale migliore, o addirittura socialista. In altre parole, e più precisamente la dimostrazione che un paese povero sottosviluppato, come lo era la Russia zarista, faccia progredire a passi da gigante la propria economia, non è un fatto sufficiente per trarre una qualche prova circa il suo carattere socialista. Questo sviluppo nella Russia sovietica è stato sproporzionato, rachitico da una parte, elefantiaco dall’altra (povertà dei beni di consumo e ricchezza di mezzi di produzione).

Lo sviluppo, infatti, di un paese, come quello di un adolescente deve essere proporzionato per poter essere definito vantaggioso e quindi funzionale: se a quest’ultimo, infatti, si sviluppano enormemente le braccia e la sua forza muscolare mentre l’apparato digerente rimane rachitico, egli non ne trarrà alcun reale beneficio, perché è privo dell’apporto necessario delle calorie fornite dal nutrimento. Fuor di metafora: uno sviluppo ineguale dei settori produttivi crea dei problemi e dei danni a gran parte dell’organismo sociale della nazione. Questo è senz’altro vero se pensiamo ai gravi disagi sofferti dalla popolazione russa proprio a causa della scarsa disponibilità di beni di consumo sul mercato causata dalla stasi nello sviluppo dell’industria leggera. Riassumendo: senza sviluppo proporzionato nessun beneficio per la popolazione, soprattutto nessun progresso concreto (cioè comprensibile e tangibile per la maggioranza della classe lavoratrice); l’enorme produzione di mezzi di produzione e di armamenti non sono vantaggi tangibili per l’immensa maggioranza del popolo). A questi scogli gli autori comunisti hanno risposto affermando che la compressione dell’industria leggera sia solamente temporanea; vedremo in seguito come questa affermazione sia criticabile e confutabile. Prima di passare a quest’altra critica, legata, concatenata alla prima voglio spendere ancora due parole su questo vantato sviluppo delle forze produttive nell’URSS.

È innegabile, e lo si deve pienamente riconoscere, che in URSS l’industria pesante abbia avuto uno sviluppo grandioso a partire dal 1929, grazie alla politica attuata dai piani quinquennali, ma, a parte il fatto sopra indicato della sproporzione tra i settori produttivi, è sufficiente indicare lo sviluppo di un settore industriale a riprova dello sviluppo delle forze produttive? Non credo sia così semplice: per forze produttive non si intendono infatti solo i mezzi di produzione, ma anche altri fattori non certo trascurabili, se non più importanti: il lavoro umano ad esempio. La forza lavoratrice, forse la più importante forza produttiva, si è sviluppata o si è indebolita in URSS?; le sue condizioni sono migliorate, permettendo un più libero e più proficuo sforzo produttivo, o sono peggiorate causando gravi perdite sia qualitative (di energia ed interesse nella produzione) sia quantitative (intendendo con questo il numero complessivo dei suoi componenti)?

Stando a ciò che si è detto nelle pagine precedenti, specialmente in riferimento alla grave piaga del lavoro forzato che si è dimostrato essere una caratteristica strutturale del sistema produttivo sovietico, si dovrebbe concludere che la forza produttiva più importante, il lavoro umano, non ha conosciuto uno sviluppo pari a quello dei mezzi di produzione ma, al contrario, ha conosciuto un declino e una distruzione sistematica. L’esistenza dei Gulag è la prova evidente di questo sperpero che testimonia a chiare lettere l’inesattezza dell’affermazione dello sviluppo assoluto delle forze produttive in URSS. Questo fu uno sviluppo parziale, limitato al settore dell’industria pesante e, come abbiamo visto, sproporzionato: ciò non testimonia quindi, contrariamente alle pretese dei teorici comunisti, alcun progresso sociale realizzato dal bolscevismo, semmai è la prova di un notevole regresso, se consideriamo la cosa dal punto di vista del lavoro umano, compresso e sistematicamente distrutto in Unione Sovietica.

Veniamo ora alla seconda critica, concatenata alla precedente: la confutazione della tesi che vede nello sviluppo elefantiaco dell’industria pesante la condizione preliminare indispensabile allo sviluppo della secondaria, la cui compressione è giudicata quindi temporanea e limitata nel tempo.

Questa affermazione in astratto possiede i requisiti della veridicità: è infatti comprensibile che, grazie allo sviluppo dell’industria pesante che produce mezzi di produzione, possano crearsi successivamente le condizioni per lo sviluppo di quella leggera che, senza questi mezzi disponibili, sarebbe costretta all’inazione e al languore. Se in astratto questa osservazione è valida, in Russia non ha trovato riscontro: la produzione dei mezzi di produzione in quel paese va ad alimentare altre industrie produttrici di mezzi di produzione, trovando raramente la via che porta alla produzione di beni di consumo. Questo fatto è spiegabile per due ordini di motivi.

La prima motivazione c’è fornita dall’interessantissimo studio di due comunisti polacchi degli anni ’60, Kuron e Modzelewski (59), che pagarono col carcere il loro diritto di critica allo stato totalitario. Questi due autori sostennero infatti che il piano burocratico poteva essere utile all’industrializzazione di un paese arretrato solo nella sua prima fase di sviluppo economico, quando cioè il paese aveva bisogno di incrementare la sua industria pesante, utile ad assicurare lo sviluppo successivo di tutte le branchie dell’industria; il suo successivo permanere come elemento regolatore di tutta l’economia avrebbe portato, come di fatto ha portato, ad uno sviluppo elefantiaco dell’industria primaria a scapito permanente di quella produttrice di beni di consumo.

Essi affermano infatti che la programmazione nell’industria dei beni di consumo richiede uno studio e una valutazione di variabili molto più vasta che non quella richiesta dalla programmazione della produzione dell’industria pesante. Se di quest’ultima si può facilmente programmare la produzione in base ai bisogni, facilmente controllabili, delle altre industrie simili (non dimentichiamo inoltre che esse sono tutte di proprietà statale) o in base ai calcoli di sviluppo industriale di altri settori che i pianificatori intendono favorire, della prima è molto più difficile conoscere i bisogni cui essa deve soddisfare e in quale modo. Sarebbe indispensabile eseguire delle ricerche di mercato per conoscere i giusti e i bisogni dei consumatori, analizzare queste variabili, fare delle previsioni che richiederebbero una complessità tale da far scoppiare il piano burocratico che intendesse tenerne conto. La pianificazione quindi, se è utile in un paese arretrato in un primo momento del suo sviluppo, si rivela poi un impaccio terribile per lo sviluppo ulteriore della produzione, in particolar modo della produzione dei beni di consumo, con dolorose conseguenze per tutta la popolazione del paese costretta a condizioni di vita insoddisfacenti.

Evidentemente, come facilmente si può comprendere, se questa argomentazione è da loro sviluppata in riferimento all’economia polacca, la sua validità nelle linee generali è tranquillamente estendibile all’URSS che possiede le stesse caratteristiche e strutture economiche.

Ma esiste, a mio parere, oltre a questa interessante tesi un altro motivo che dà ragione del carattere strutturale della compressione dell’industria leggera in Urss, motivo del quale abbiamo già trattato parlando della teoria del ‘collettivismo burocratico’ ed è l’esempio delle calzature invendute. Ripeterò in queste righe quell’argomento senza però dilungarmi su elementi che sono stati già sviscerati nelle pagine precedenti. Avevamo detto che, essendo la ricerca del profitto scomparsa dai meccanismi economici dell’Unione sovietica e dalle brame della classe dominante burocratica, la vendita dei prodotti statali al consumo non doveva essere massimizzata, sia in termini di volume che di prezzi. Non era il profitto, l’incasso delle vendite dei prodotti di consumo (i cui prezzi, tra l’altro, fissati dalla burocrazia stessa erano fittizi) ad interessare la classe burocratica dominante ma, essendo essa stessa proprietaria collettiva dei mezzi di produzione, solo un aumento complessivo dei prodotti (mezzi di produzione) poteva interessarle, in quanto venivano ad allargare e ad aumentare le sue proprietà. La vendita al consumo quindi, non apportando benefici sostanziali alla proprietà della nuova classe dominante, è conseguentemente compressa al limite che permette la sopravvivenza della forza lavoro stessa e, se si verifica qualche concessione alle esigenze dei consumatori, questo è dovuto alla solita legge storica che impone di allentare in certi momenti la stretta se non si vuole che la corda troppo tesa possa spezzarsi. È questa un’altra ragione che prova l’inevitabile compressione dell’industria leggera in URSS come carattere strutturale, ripeto, niente affatto temporaneo come volevano far credere gli scrittori comunisti. Questa seconda critica, oltre ad essere di per sé stessa importante, si inserisce, come già abbiamo detto, nel corpo della prima, la continua e la giustifica.

Vediamo quindi come tutte quelle esaltazioni della pianificazione sovietica di cui abbiamo trattato nell’esposizione: la decantata organicità da essa introdotta nel sistema economico produttivo sovietico (Pavlovsky), il fatto che essa ‘enumera e misura’ tutti gli aspetti della produzione (Michele Pellicani), che impedisce il verificarsi delle terribili crisi economiche tipiche del sistema capitalistico (Robotti e Kieser), si infrangano sulle rocce dell’effettiva realtà economica e sociale del paese allo stesso modo con cui un sognatore viene risvegliato da un dolce sogno per mezzo d’un getto d’acqua fredda. Prima di concludere questo paragrafo dedicato all’industrializzazione e alla pianificazione sovietica, dopo queste osservazioni generali valide per tutti gli autori esaminati, voglio entrare nei dettagli in merito a tre articoli che si rivelano interessanti.

Il primo è l’articolo in cui Robotti, pur riconoscendo in teoria che un errore di piano potrebbe provocare degli scompensi e delle crisi forse uguali a quelle provocate nei paesi capitalistici dalla concorrenza di mercato, esclude poi nella pratica questa possibilità in quanto, afferma, non è un ristretto numero di addetti ai lavori a stilare il piano stesso, ma la totalità della massa lavoratrice, forte della sua esperienza e della sua conoscenza (60). È inutile dire che, se è pregevole da un lato il riconoscimento della possibilità teorica del verificarsi di terribili crisi pure in un’economia pianificata, è totalmente utopistica dall’altro l’affermazione che ‘innumerevoli masse lavoratrici’ intervengano nella definizione di un piano che, come sappiamo, è di assoluta pertinenza burocratica (come già Rizzi e gli altri teorici del ‘collettivismo burocratico’ avevano indicato).

Il secondo articolo è quello di Kieser (61), dove si afferma che le crisi di mercato non potranno mai verificarsi in quanto la corrispondenza tra domanda e offerta di beni di consumo è favorita dai pianificatori sovietici che fissano i salari in relazione alle quantità di merci immesse sul mercato.

Da questo si può rilevare che (avendo presente quanto si è affermato più sopra) i salari dovranno essere inevitabilmente e strutturalmente molto bassi. Inoltre, si deve anche qui ripetere che, se anche la corrispondenza tra offerta ed acquisto non si dovesse verificare nel sistema economico sovietico, non si originerebbe in ogni caso nessun tipo di crisi.

Se infatti gli acquirenti non dovessero comprare un tipo di prodotto, la singola azienda non sarebbe costretta al fallimento, come invece accadrebbe nel caso del capitalista singolo in un’economia mercantile, in quanto lo stato, proprietario di quella come dalle altre industrie, sanerebbe l’eventuale deficit. È questa una delle variabili di cui prima abbiamo parlato a proposito della compressione dell’industria leggera; è una ragione in più per la burocrazia di ridurre l’incidenza di questo settore nel complesso dell’economia. Se d’altro canto il consumatore desiderasse acquistare di più, ciò non originerebbe nessun tipo di congiuntura favorevole o rialzi dei prezzi in quanto, da una parte, la burocrazia non ha l’interesse e la possibilità di sviluppare quel ramo di produzione, dall’altra, i prezzi non subirebbero un’ impennata in quanto regolati dal piano burocratico e non dal mercato.

Sia che i salari corrispondano al valore delle merci immesse sul mercato, sia che non corrispondano, il risultato è sempre il medesimo e in nessun caso si originerebbe una crisi economica del tipo di quelle capitalistiche mercantili.

L’ultimo articolo, infine, di cui ci occupiamo in dettaglio è quello di Bogolepov (62) dove si afferma che l’elemento prezzo fissato dal piano è un potente fattore di sviluppo dell’economia, dell’aumento del benessere e del miglioramento del livello di vita dei lavoratori.

Alla luce di tutte queste osservazioni che precedono non si riesce a capire come possa il fattore prezzo, stabilito dal piano, produrre un aumento del benessere dei lavoratori quando manca una soddisfacente disponibilità dell’altro fattore del consumo: le merci. Il ‘poco’, se pur a basso prezzo, rimane sempre comunque ‘poco’ e non può produrre alcun aumento di benessere. È inoltre inesatto che il prezzo sia un potente fattore di sviluppo dell’economia del paese: se questo non ha un valore autonomo, ma è determinato dalla commissione pianificatrice non sarà quello, il prezzo, a determinare lo sviluppo economico, bensì questa, la volontà dei pianificatori. Ritorna in questo modo il problema del feticcio che maschera con un’apparenza oggettiva la volontà soggettiva della classe sfruttatrice.

E) Massima democrazia

Infine, l’ultimo gruppo di critiche verte sul problema del massimo sviluppo della democrazia nel paese dei Soviet. Cominciamo dal problema della massima democrazia interna al partito, dove la critica e l’autocritica hanno il loro più elevato riscontro, a parere di Robotti. La verità storica di questa affermazione è, come si sa, del tutto nulla: la democrazia interna al partito la sperimentarono Trotzky, Kamenev, Zinov’ev, Radek, Piatakov, Bukharin, Smirnov, Serebriakov, Tomski e molti altri meno illustri che, in nome della libertà di critica, furono massacrati come traditori. Il Minotauro del Cremlino, in nome del monolitismo e del totalitarismo, consumò i propri crimini, sacrificò le proprie vittime facendo scempio della democrazia interna di partito.

Passando ad analizzare il problema dei sindacati, le cose non si presentano sotto una luce migliore e lo stato, dipinto da Borghesi come uno stato sindacalista, non è altro che una menzogna o, se gli concediamo la buona fede, un’illusione chimerica. Analizziamo infatti i vari punti sui quali la sua tesi è costruita:
a) he i sindacati sovietici siano espressione della libera volontà dei lavoratori e ne difendano gli interessi di classe è abbastanza difficile da ammettere. Come possono essere l’espressione della classe operaia degli organi che si battono per la riduzione dei salari, che combattono battaglie per l’intensificazione dei ritmi di lavoro, che comminano pene severe contro i lavoratori che si assentano o che giungono in ritardo al lavoro, che legano i lavoratori al posto di lavoro concedendo l’assistenza sociale solo a quelli iscritti al sindacato e in forza presso la stessa azienda da almeno tre anni, eccetera? Sarebbe stato più onesto affermare che i sindacati sovietici sono al servizio delle necessità dell’economia e poi dimostrare, semmai, come questa economia sia socialista e in ultima analisi favorevole al lavoratore, piuttosto che sostenere l’assurdità che i sindacati difendano gli interessi immediati del lavoratore.

b) Affermare che i sindacati svolgano le loro molteplici funzioni in assoluta autonomia senza subire ingerenze di alcun tipo è falso in quanto già si è visto come nel 1929 i vertici degli stessi furono epurati da tutti i dissidenti che non approvarono il programma di massima industrializzazione del paese e la compressione del tenore di vita dei lavoratori. I vertici addomesticati dei sindacati si trasformarono in docili ruote del carro di trionfo della burocrazia e ne applicarono le direttive contro gli interessi dei lavoratori, costretti ad un lavoro umiliante, grazie anche a quegli organi che in teoria avrebbero dovuto difenderne gli interessi.

c) È altrettanto falso infine argomentare che i sindacati siano i veri creatori della nuova società socialista sovietica: privi di qualsiasi autonomia, parte integrante di quella burocrazia che domina il paese, come fanno ad essere i creatori del nuovo mondo? Sarà al contrario la burocrazia la vera creatrice del nuovo regime, nuova classe dominante di cui i vertici sindacali costituiscono certamente una parte, non essendo più liberamente scelti dai lavoratori ma nominati direttamente dai vertici della classe al potere.

Infine, un’ultima osservazione prima di concludere il capitolo delle critiche è indirizzata all’articolo di L.L. (Luigi Longo?) che tratta della legislazione sociale del lavoro. L’autore afferma infatti che il diritto al lavoro trova in Russia la sua completa applicazione; la conseguente scomparsa del fenomeno della disoccupazione ha fatto scomparire pure quello che nei paesi capitalistici rappresenta la costante minaccia per il lavoratore (bloccando così i suoi moti di ribellione e di opposizione al sistema): il pericolo di perdere il posto di lavoro ed ingrossare così il folto esercito dei disoccupati industriali.

Tutto questo è scomparso in Russia, dice L.L., regno del lavoro liberato. Ma è sin troppo facile obiettare che, pur accettando il fatto della piena occupazione, l’esistenza del lavoro forzato e il folto esercito dei ‘coatti’ al lavoro costituisce per i lavoratori sovietici la stessa minaccia che rappresenta per i lavoratori occidentali la disoccupazione. E come quella anche questa serve allo scopo di reprimere preventivamente eventuali moti di rivolta dell’operaio sovietico al quale un minimo atto di insubordinazione può essere fatale e foriero di ‘filo spinato’. Che poi i forzati assomigliano molto ai disoccupati risulta dal fatto che anche essi sono tenuti costantemente al di sotto del minimo indispensabile di sussistenza con in più, tra l’altro, il dovere di prestare quasi gratuitamente la loro forza lavoro, cosa che almeno ai disoccupati occidentali viene risparmiata. Ma L.L. non si limita a questo e afferma che il movimento è sorto dal basso per iniziativa dei lavoratori stessi, quando è del tutto palese che solo i benefici materiali alimentarono quel movimento stakanovista del tutto calato dall’alto degli interessi burocratici.

Come mai si è affermato il falso?

È questo il problema che dobbiamo porci e al quale trovare una soluzione in questa ultima parte delle nostre osservazioni.

Che i comunisti avessero affermato il falso nel loro sforzo di dipingere a tutti i costi il modello sovietico a tinte rose è un dato che ci siamo sforzati di dimostrare nelle pagine precedenti. Ma che lo avessero fatto coscientemente è un aspetto del problema del quale solo oggi veniamo a conoscenza. Non possono infatti non destare meraviglia in chi si è preso la briga di leggere i loro articoli di quegli anni le rivelazioni che in questi ultimi tempi vengono fatte da loro stessi.

Ci soffermeremo su una di queste rivelazioni che tocca da vicino il nostro studio: è l’intervista concessa al ‘Corriere della sera illustrato’ da Paolo Robotti, il più assiduo esaltatore del modello sovietico, come abbiamo visto. Egli aveva trascorso in Russia gli anni della guerra, poteva vantare quindi una conoscenza abbastanza profonda del paese.

Ma come aveva passato i suoi anni in quel ‘paradiso terrestre’? Anche se può sembrare paradossale, Robotti aveva conosciuto le galere sovietiche, era stato torturato dalla famigerata polizia segreta, la NKVD. Aveva conosciuto la delusione sincera di altri onesti comunisti che erano stati incarcerati con lui dalla polizia segreta che sperava in quel modo di ottenere delle confessioni che tornassero utili agli interessi del gruppo dirigente sovietico (da lui si sperava di ottenere una confessione che incastrasse il gruppo dirigente del partito comunista italiano, Togliatti in testa).

Dice Robotti oggi:

“Vede, in carcere e le opinioni sul comportamento da tenere erano diverse: c’erano quelli che piangevano e dicevano “è tutto finito”, lo stato socialista è finito, facciamo quello che vogliono. E altri: confessiamo tutto quello che ci chiedono, tiriamo in ballo più gente possibile, accusiamoci delle cose più nefande, alla fine qualcuno si renderà pur conto che è tutta una farsa! Poi c’erano quelli che crollavano al primo trattamento, soprattutto gli intellettuali …. Io ho resistito, ho scelto l’altra strada e l’ho spuntata.” (63)

Aveva inoltre visto molti altri bravi compagni, come lui stesso li definisce, italiani scomparire nei campi di internamento per non fare più ritorno. Oggi Robotti fa pure i nomi:

“Sarebbe meglio che gli storici si occupassero della sorte dei nostri compagni che non sono più tornati dai campi di internamento. Sono tanti, sa. Tanti bravi compagni: il generale del genio aeronautico Di Bartini che lavorava con Tupolev e che forse pagò per il suo grado e per il suo titolo di barone, il compagno Del Magro, già capo stazione a Viareggio e tanti altri. Anche loro sono morti per la nostra causa. Non è giusto dimenticarli.” (64)

Furono queste entusiasmanti testimonianze del potere della democrazia sovietica, sperimentato sulla propria pelle, inoltre, a spingerlo ad esaltare, una volta tornato in patria, il modello sovietico? Quale fu il movente che spinse gli storici comunisti a mentire?

Il motivo va rintracciato, a mio parere, nel partito comunista e in special modo nel suo gruppo dirigente. Il partito doveva presentare un’immagine dell’URSS la più idilliaca possibile e questo non solo per blandire lo spirito e le aspettative della grande maggioranza dei comunisti italiani che avevano visto e vedevano tuttora nella Russia sovietica la speranza realizzata di tutto il movimento operaio, la distruzione delle catene dello sfruttamento capitalistico e la realizzazione del socialismo.

Non fu solo per assicurare e, se possibile, accrescere l’influenza del partito sulla società italiana del dopoguerra, che i comunisti falsarono i resoconti sulla reale situazione dell’URSS, ma anche per assicurare il potere del gruppo dirigente nel partito stesso.

Il gruppo dirigente del partito comunista del dopoguerra sbaragliò il vecchio centro dirigente bordighista nel 1924-26, grazie anche all’appoggio ricevuto da Mosca e grazie alla sua completa sottomissione agli ordini ricevuti dal partito bolscevico. Gramsci, Togliatti, Longo, Terracini, Scoccimarro vinsero la battaglia all’interno del PCI perché Mosca lo volle.

Il legame del gruppo dirigente del PCI con Mosca era stretto, strettissimo, e del tutto evidente per la maggioranza dei militanti del partito. Una sconfessione del sistema sovietico avrebbe significato pure una sconfessione di quel gruppo dirigente che seguì passo passo la politica stalinista a livello nazionale e internazionale. Togliatti fu infatti incaricato, tra il 1937 e il 1939 (e svolse il suo compito con zelo) di condurre la lotta su scala mondiale contro la congiura trotzkista, portò a termine la persecuzione contro gli anarchici e i ‘Poumisti’ in Spagna, ratificò nel 1938 la decisione di Stalin di sciogliere i gruppi dirigenti del PC polacco e cecoslovacco, fu il portavoce in Italia, nel 1944, della politica stalinista, condensatasi nello storico discorso di Salerno. I rapporti tra il PC russo e gli altri ricordano da vicino l’investitura medievale dell’imperatore da parte del Papa e dei vassalli da parte degli imperatori. L’esaltazione della Russia, la trasformazione del modello sovietico in un’icona da adorare, costituiscono l’instrumentum regni del gruppo dirigente del partito. La critica del modello russo avrebbe messo in pericolo la loro posizione dirigente all’ interno dello stesso partito. In questo modo si possono spiegare ad esempio le critiche e le riserve con cui Togliatti accolse le tesi del XX congresso del PCUS del 1956, il congresso della destalinizzazione. Dice a questo proposito Pier Carlo Masini nella prefazione al libro di Giulio Seniga “Togliatti e Stalin” (65):

“Mentre la sortita spericolata di Krusciov veniva a creargli (a Togliatti) grosse difficoltà nel partito e nel paese, politiche e personali, perché con quella formula del culto della personalità si veniva a colpire uno dei più vistosi aspetti dello stalinismo del PCI, quel culto della personalità all’italiana di cui il segretario del partito era stato per tanti anni il beneficiario. Da qui le sue dotte disquisizioni sui limiti del rapporto Krusciov.” (66)

Questo, indicato da Masini, è uno dei vari legami che univano la Russia di Stalin e il gruppo dirigente del PCI.

Tutto questo starebbe a dimostrare anche come effettivamente la burocratizzazione dell’URSS e la nascita di una nuova classe dominante abbia imposto al tempo stesso la burocratizzazione a tutti i partiti satelliti e la formazione al loro interno di una casta dominante, subalterna però alla più elevata classe di potere del PCUS. Il collettivismo burocratico si estese oltre le frontiere nazionali dell’URSS ed intaccò i vari partiti comunisti a livello internazionale. A questo proposito non avevano certo torto i socialdemocratici nel chiedere al partito socialista la denuncia del nuovo sistema di oppressione sorto nell’URSS e ad esigere il distacco del socialismo dal comunismo. La scissione socialista, checché se ne possa dire, era motivata a sufficienza, ideologicamente e politicamente, come risulta ancor più chiaramente da queste riflessioni.

Note:

49 – Felice Platone Il trotskismo contro la democrazia in “Rinascita”, settembre 1946.

50 – Felice Platone Vecchie e nuove vie della provocazione trotskista in “Rinascita”, aprile 1945.

51 – Platone Il trotskismo …. art. cit.

52 – Alfa La rivoluzione sovietica e la socialdemocrazia in “Rinascita”, novembre 1947.

53 – Kieser Il segreto …. op.cit.

54 – Pavlovsky Il significato economico …. art. cit.

55 – Tabet L’agricoltura …. art. cit.

56 – Kieser Il segreto …. op. cit.

57 – Ibidem p. 159

58 – Ibidem p. 96

59 – J. Kuron K. Modzelewski “ Il marxismo polacco all’opposizione” ed. Samonà e Savelli, Roma 1967. Kuron e Modzelewski, ex dirigenti della gioventù universitaria di Varsavia nell’ottobre del 1956, furono espulsi dal Partito Comunista polacco nel 1964 per il loro scritto. Per le loro idee furono processati e condannati.

60 – Robotti I trent’anni …. art. cit.

61 – Kieser Il segreto …. op. cit.

62 – Bogolepov Le fonti …. art. cit.

63 – Intervista Paolo Robotti L’uomo di marmo prende la parola, a cura di Arrigo Petacco in “Corriere della sera illustrato”, 7 luglio 1979.

64 – Ibidem

65 – Giulio Seniga “Togliatti e Stalin”, ed. SugarCo, Milano 1978.

66 – Ibidem p. 11.