IL MIO NO AL REFERENDUM DI SETTEMBRE

 

di Renato Costanzo Gatti Socialismo XXI Lazio |

 

Il 20 settembre voterò NO al referendum confermativo per la semplice ragione che non mi convincono le motivazioni dei proponenti che, mi pare, si limitino a indicare solo il motivo di un risparmio nel bilancio dello Stato, e manchino ragioni più articolate e razionali che diano un senso più compiuto e articolato ad una riforma costituzionale. In estrema sintesi ritengo che i risparmi per il bilancio dello Stato si possono ottenere con una riduzione dei compensi piuttosto che sul taglio dei parlamentari, mentre ritengo che il passaggio ad un sistema monocamerale sia molto più serio e meno semplicistico del contenuto della legge confermanda.

Ciò che mi preoccupa più a fondo è il livello cui si è degradata la discussione politica. Capisco che per il PD appoggiare il NO potrebbe mettere in discussione l’attuale compagine della maggioranza, già messa in discussione da Renzi; capisco che i 5S fondino le speranze di evitare un tracollo elettorale enfatizzando questa occasione identitaria; noto tuttavia che le argomentazioni sono di livello opportunistico senza un approfondimento culturale che ritrovo solo in pochissimi interventi. Noto per altro che sui social le argomentazioni siano scese ad un livello miserrimo.

Ciò che richiama la mia attenzione, più che la risposta da dare al referendum, è un ragionamento sul concetto e il ruolo degli intellettuali così come affrontato da Gramsci nei suoi quaderni. Questa riflessione mi preme perché noto che i partiti, dopo lo scioglimento del PCI, abbiano abbandonato in toto la funzione di intellettuale collettivo che si pone la missione di avviare una dialettica con i “subordinati” per  la costruzione di una nuova società.

Gramsci, nel porsi il tema dell’egemonia, ha esaminato il ruolo degli intellettuali nella costruzione di una nazione, in modo estremamente articolato; in un passo individua 4 punti su cui affrontare il tema:

•● ruolo degli intellettuali nella formazione dello spirito pubblico in Italia nel secolo scorso (come gli intellettuali abbiano contribuito alla costruzione di un senso comune alla base della nascente nazione italiana)

● studio di linguistica comparata

● esame del gusto artistico e della funzione dell’arte (dedicato in particolare a Pirandello)

● saggio sui romanzi d’appendice e sul gusto letterario popolare.

Sul primo punto Gramsci individua nell’intellettuale del secolo scorso non solo una figura singola colta e accademica, ma vede una rete di figure che contribuiscono a formare il senso comune, a partire dal prevosto per arrivare al notaio, dal maestro di scuola al direttore di banca; un sistema articolato e fors’anche a sua insaputa organico. Ma nel suo esame è interessante tener conto anche degli altri tre punti sopra elencati: la linguistica, il linguaggio dell’arte e la letteratura popolare.

Ecco che allora si coniuga il linguaggio dei social con la caduta della funzione dell’intellettuale collettivo; un tempo si leggeva Rinascita, Mondo Operaio, l’Espresso e altre fonti che spingevano i subordinati a sforzarsi ad assurgere ad un linguaggio più impegnativo. Caduto quello stimolo il linguaggio necessariamente è caduto ai livelli attuali, livelli facilmente strumentalizzati dalle forze dell’opposizione che organizzano una “bestia” per creare messaggi provocatori e/o fake news.

Ma anche il gusto artistico e letterario non possiamo non renderci conto del livello ad esempio dei film dal neorealismo e dei grandi maestri italiani ed i prodotti commerciali attuali. Anche qui si nota la scomparsa della funzione didattica dell’arte e della letteratura contestuale alla caduta della funzione dei partiti quali costruttori di egemonia.

Non si può non notare il disegno strategico, articolato, razionale del pensiero gramsciano e la sciatteria elettoralistica della asfittica filosofia dei partiti attuali.