ILVA-ARCELOR MITTAL «LA DRAMMATICA STORIA DELLE PRIVATIZZAZIONI»

 

di Silvano Veronese* – Vice Presidente Socialismo XXI |

Quando la classe politica, sia essa di governo o all’opposizione,  esprime tutta la sua pochezza ed incompetenza, non ha in testa  un disegno strategico in grado di affrontare le gravi emergenze del Paese e per delinearne una prospettiva di rinnovamento e di crescita anche perché  impegnata in una permanente campagna elettorale, l’evolversi di un economia in affanno ci  presenta il conto.

La vicenda ILVA è emblematica, purtroppo per la gravità della situazione sia produttiva  che sociale non è la sola. Se la sua situazione di crisi non verrà risolta rapidamente, non è solo il suo indotto che ne pagherà le conseguenze ma anche le aziende della filiera.

La motivazione per la quale la multinazionale ARCELOR MITTAL ha disdettato l’accordo concordato con Il  Ministero dello sviluppo economico l’ottobre dell’anno scorso e con esso l’impegno di acquisto di ILVA al termine di  due anni di gestione in affitto puo’ essere respinta dall’attuale Governo che vorrebbe  impugnare legalmente l’atto – certamente grave politicamente e per gli effetti sociali –  ma non è detto che l’esecutivo riesca ad ottenere  il ritiro della scelta anche perché dalla sua il gruppo siderurgico franco-indiano ha qualche freccia per trascinare la vicenda in un lungo iter processuale.

Infatti, il “tira e molla” di piu’ governi nel concedere e togliere (piu’ volte) per cause ambientali uno “scudo penale”, che oggi graverebbe sia sul Gruppo siderurgico sia sull’Amministrazione commissariale anche per responsabilità di gestioni precedenti, è un fatto alquanto singolare, superficiale per la  sua strumentalità e non previsto nelle clausole del  contratto, tanto piu’ che Arcelor Mittal si è impegnata  – proprio in base al contratto stesso –  in un programma di risanamento ambientale, impiantistico e di bonifica del sito di rilevante impegno finanziario (circa 1,2 mld in aggiunta al resto dell’investimento di 4 mld).

Le complesse prescrizioni emesse poi della magistratura tarantina per  sistemare la situazione dell’Alto forno 2 (operazione certamente necessaria) da terminare però entro il 13 dicembre prossimo (tecnicamente un tempo impossibile da rispettare) viene vissuto dalla multinazionale come un’altra condizione di criticità per la gestione dell’impianto che motiva ulteriormente la scelta di  “sfilarsi” dall’impegno sottoscritto nell’ottobre dell’anno scorso.

Certamente, come è emerso nel confronto a Palazzo Chigi dell’altro ieri, vi è ben altro nella grave scelta di Arcelor Mittal ed appare fondata  la sensazione che gli aspetti delle “responsabilità penali” siano usati per coprire strumentalmente altre ragioni inaccettabili.

La multinazionale franco-indiana ritiene, anche dopo l’annuncio del Presidente del Consiglio Conte di ripristinare lo “scudo penale”, di non poter piu’ rispettare gli impegni del piano sottoscritto con il Governo italiano sia per quanto riguarda i volumi produttivi da ridurre per quasi la metà, sia per quanto riguarda i livelli occupazionali con la richiesta di ben 5.000 esuberi, sia per quanto riguarda l’ampiezza anche finanziaria del programma di bonifica e di risanamento ambientale, obiettivo inderogabile  per recuperare un rapporto compromesso  con il territorio colpito da danni, anche mortali, di inquinamento pluriennale.

Allo stato è difficile immaginare una soluzione rapida e positiva della vicenda, anche perché con queste intenzioni Arcelor Mittal si riporta alle condizioni di partenza contenute nell’offerta iniziale presentata a suo tempo e rigettata dai Sindacati contenente tagli del personale rilevanti, molto piu’ alti di quelli presentati dalla cordata concorrente. Se dette condizioni  furono rigettate allora perché dovremmo subirle oggi? Tanto piu’ dopo la lunga successiva trattativa ed un faticoso accordo raggiunto al Ministero per lo sviluppo economico.  

Secondo A.M. questi esuberi dovrebbero essere gestiti con una massiccia dose di ammortizzatori sociali (CIG, prepensionamenti, etc.) il cui costo sarebbe a carico del Governo italiano! Strutturalmente poi, la produzione si dovrebbe attestare a non piu’ di 4 milioni di tonnellate di acciaio contro le 6/7 previste dal piano industriale. Già ora, contrariamente agli impegni presi un anno fa, l’impianto sta lavorando a scartamento ridotto con 1.300 circa lavoratori in CIG.

Non si riesce a capire come i Governi (quello precedente e l’attuale) non abbiano potuto seguire e valutare subito l’andamento contradditorio di questa gestione e di capire che – forse come hanno sempre detto alcuni analisti – l’intenzione di Arcelor Mittal, fin da subito, era di intervenire su ILVA  non per rilanciarla ma per impedire che andasse in mano a temibili concorrenti.

Si ripete – con questa drammatica vicenda –  la storia delle “privatizzazioni” di pezzi significativi e campioni industriali di IRI ceduti a privati, per lo piu’ stranieri,  senza scrupoli o senza dovute caratteristiche di serietà e capacità imprenditoriali con gli esiti negativi che ben conosciamo.

Di fronte al pericolo che il gruppo franco-indiano si “sfili” irrimediabilmente, da piu’ parti (compreso il Presidente Conte) si è parlato di “ri-nazionalizzazione” preceduta da un ritorno di tutti i 10.700 dipendenti in carico all’Amministrazione straordinaria con un pesante carico finanziario per il Tesoro in attesa di una nuova gara, ovviamente per gestire industrialmente  il gruppo e portando avanti il piano di bonifica e risanamento ambientale,  rinnovando anche il “pool” di commissari con personaggi di alto profilo e professionalità  del mondo industriale del settore.

Una prospettiva non facile, piu’ semplice a dirsi che ad attuare,  anche perché tra riacquisto della società  ed investimenti su ammodernamento  impianti e per il piano di disinquinamento e bonifica servono non meno di 4.200 miliardi.

La negativa congiuntura del settore, la crisi del settore auto grande utilizzatore della materia prima, la concorrenza cinese lasciano poche  speranze di un rapido ritorno all’utile di esercizio.

Si paga oggi una non recente colpevole assenza di una seria  politica industriale e si capisce ora, di fronte a queste necessità, quanto stolta sia stata la demagogica decisione di destinare non poche risorse pubbliche alla “quota 100” ed al sussidio del “reddito di cittadinanza” che la recente manovra di bilancio  di questo governo ha riconfermato.

*Silvano Veronesegià Segretario Nazionale Metalmeccanici

NOTA AGGIUNTIVA in risposta alle dichiarazioni del Presidente di Confindustria Boccia

Non siamo stati e non siamo certamente teneri verso le responsabilità di certe parti  politiche, ma al Presidente di Confindustria Boccia, che scarica ogni responsabilità al Governo e che auspica “soluzioni non pubbliche ed in una logica di mercato e di impresa”, ci permettiamo ricordare che le cause e responsabilità non sono solo recenti e partono proprio dalla incapacità (o non volontà) degli  imprenditori privati succeduti alle Partecipazioni Statali, a gestire ILVA in una corretta interpretazione di queste logiche. Ricercare il profitto senza fare investimenti per migliorare gli impianti e nel contempo inquinare il territorio con ricadute mortali non risponde ad una corretta logica di economia sociale di mercato come la indica la Costituzione della Repubblica. E tanto meno è una corretta logica di impresa venir meno ai contratti ed agli impegni sottoscritti!

Silvano Veronese